9 Dicembre

9 Dic

Alla manifestazione dei fasci a Torino le guardie solidarizzano con la piazza e si tolgono i caschi.

La gente va in orgasmo pasolinico 
“Abbravi! Assiete accome annoi!”
ed in un tripudio di braccia tese al grido di ANNOI la forma ectoplasmatica di Ammussolini spazza via le scie chimiche dal cielo.

Dissolvenza in nero e faccetta nera che si alza da oltre Collina.

Titoli, fine.

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Il tesoro perduto

13 Mar

Nei miei anni a P. vivevo in un piccolo appartamento all’ultimo piano di un palazzo antico. La casa apparteneva ad una vecchia signora che in cambio di due chiacchiere ogni tanto ed un aiuto in qualche faccenda troppo faticosa o complessa per lei ( portare su e giù qualche cassa di tanto in tanto dalla soffitta, riparare una presa difettosa e simili ) mi lasciava completa libertà ed un appartamento piccolo ma delizioso ad un prezzo più che competitivo.

Ora, questa signora non aveva mai avuto figli, solo una nipote ( figlia di suo fratello minore ) che non rispondeva mai alle telefonate e chiamava solo quando aveva bisogno di soldi o di qualche regalo. A quanto la vecchia signora G. mi raccontava questa sua nipote sembrava sempre alle prese con qualche risistemazione della sua casa e chiedeva cose come una vecchia cassettiera liberty “che tanto non usi” o simili. La signora G., non avendo altri parenti, era sempre felice di poter accontentare questa sua nipote sperando di avvicinare i rapporti, senza tuttavia particolare successo. Parlandoci chiaramente, la nipote era una cagna avida e non è mai stato un mistero per nessuno.

Nei quattro anni che ho vissuto in quell’appartamento ho avuto più occasioni per scambiare due chiacchiere con la mia padrona di casa e più di una volta sono tornato a casa commosso sentendo storie del suo amore perduto per mare che lei non ha mai smesso di aspettare, di generazioni passate, di anni difficili in cui però non hai mai voluto separarsi delle cose che le ricordavano i momenti felici passati in quel palazzo nei passati decenni, prima che la signora G. perdesse suo marito, ufficiale medico in una missione all’estero. Se c’era qualcosa che potesse rendere felice quella donna era sapere che la casa vivesse, così non mi sono mai messo problemi ad invitare amici ed amiche nel mio piccolo spazio in mansarda. Non che facessimo mai veramente troppo casino ( a parte una volta, ma chiesi scusa ed aiutai l’idraulico a rimontare il lavello ) e quindi la vecchia signora era felice di avere un po’ di compagnia, anche solo sotto forma di rumore dal piano di sopra.

Una mattina andai a bussare per aiutarla a portare su il baule per il cambio degli armadi e la trovai addormentata in poltrona, la fotografia del marito giovane e sorridente tra le braccia, con l’ultimo sorriso della sua vita stampato in volto.
Chiamai io l’ambulanza ed aspettai il funzionario del comune per firmare le carte, la nipote irraggiungibile da qualche parte all’estero. Furono giorni strani, credo di non aver mai pianto tanto come a quel funerale solitario. C’eravamo solo io e la mia fidanzata di allora, e la pioggia. Nessun altro.

Pochi giorni dopo ricevetti la telefonata: la nipote mi voleva fuori di casa entro fine mese ( leggi meno di una settimana ). Era a ridosso della sessione di esami, ed avevo una vita ammassata e quella cagna non volle sentire ragioni. Fuori subito, devo vendere e non posso perdere il momento. Sembra che in accordo con un impresario suo amico ci fossero dei progetti da tempo sul demolire la palazzina liberty di cui ora era unica proprietaria e costruire al suo posto cinque piani di miniappartamenti per studenti, alcuni dei quali sarebbero rimasti a lei e gli altri all’impresario, e che era indispensabile sbrigarsi perché fosse tutto pronto per il successivo anno accademico, o qualcosa del genere. Comunque nessuna possibilità di appello, dovevo essere fuori di casa o ci avrebbe pensato lei.

Per i primi due giorni rimasi completamente stranito, sopraffatto dalla rapidità degli eventi. Era come se qualcuno avesse tolto il tappo alla vasca e la mia vita degli ultimi anni stesse vorticosamente scivolando già per il tubo. Durante il giorno potevo sentirla rovistare tra i cassetti al piano di sotto, cercando gioielli ed altri oggetti di valore, e la notte pile di vecchie lettere e fotografie apparivano magicamente vicino al cassonetto. Ho raccolto un po’ di une e delle altre senza pensarci e sono stato a piangere ancora un altro giorno quando ho realizzato che i gatti della signora G. erano stati probabilmente portati a far sopprimere.

Pioveva, furiosamente, quando sentii miagolare al lucernaio della mia piccola cucina. Aprii la finestra per fare entrare i due vecchi soriani che in qualche modo dovevano essere scappati ( o forse abbandonati, chiusi fuori di casa? ). Dev’essere stato il loro aspetto misero, fradici ed affamati, a far scattare qualcosa. Dopo avergli aperto tutte le scatolette di tonno che avevo in dispensa gli piazzai un cuscino davanti alla stufa e mi misi a scrivere, attento a copiare a dovere la grafia delle lettere che avevo recuperato.

” Mia amata G.

…”

Una volta finita ci infilai dentro una foto del defunto marito nella sua uniforme da ufficiale di marina, con dedica e sorriso, ed infilai tutto in una busta recuperata dalla pila. Misi molta cura nel richiuderla in modo che sembrasse mai aperta e dimenticata per decenni, poi con circospezione scesi le scale ed entrai nell’appartamento deserto del piano di sotto per l’ultima volta passando dal pozzo luce.

Sapevo dell’intercapedine sotto il parquet perché avevo aiutato la signora G. a riparare una perdita l’anno prima. Allargai due assi davanti alla porta e ci feci scivolare la lettera dentro, come se fosse caduta li per errore anni prima, avendo poi cura di lasciare le assi smosse in modo che la porta ci andasse a sbattere la prossima volta che la nipote fosse entrata in casa.

La mattina dopo mi venne a bussare, come prima cosa. Le consegnai le chiavi ( “tutte, mi raccomando.” ) ed io ed i due gatti andammo a trasferirci temporaneamente a casa di C.

Mentre caricavo le cose in macchina sono sicuro di averla sentita urlare di eccitazione, chiamando suo marito con la sua voce acuta ed avida.

La lettera che le avevo lasciato, riassunta suonava più o meno così:

“Mia amata G.

la guerra si fa sempre più truce e temo di non riuscire più a vedere il tuo sorriso. Prego ogni giorno di vederne la fine ma sono sempre più convinto che qualcosa possa accadermi e voglio assicurarmi che tu possa vivere serenamente anche dopo la mia dipartita. Nascosto dietro il muro dietro il ritratto di zio M. c’è uno scomparto segreto. Dentro puoi trovare gli atti di proprietà di una miniera che mio padre acquistò in Eritrea ed i dati del conto svizzero su cui ogni anno vengono versati i proventi. Non ho mai voluto rivelarti prima di questa ricchezza per paura che mi vedessi sotto un’ottica diversa. È tutto tuo, sono milioni, senza contare gli interessi. La combinazione della cassaforte è la data della nostra foto alla rotonda di A.

Ti amo, per sempre tuo M.”

Sono passati quasi dieci anni e la casa è ancora in piedi. So che la nipote ha divorziato dal marito e si è fatta venire un esaurimento cercando dietro ogni muro, dietro ogni angolo, alla ricerca del tesoro perduto.

Cronaca vera.

6 Giu

Te lo racconto io come sono andate le cose.
Ero in terrazza a prendere il fresco ché di giorno si moriva di caldo, ancora a fine Settembre. Stavo bello sdraiato in poltrona da ore, con i piedi a mollo in acqua e ghiaccio a mangiare ciliegie e bere mojito casalingo, con stagioni intere dei Simpson sul portatile a farmi compagnia.

Sai com’è fatta casa mia, con la terrazza che affaccia sul cortile dove vanno i ragazzi a farsi le canne, vicino all’ippodromo. Ecco, ad un certo punto tra una puntata e l’altra sento delle urla venire da sotto. All’inizio non ci faccio caso e continuo a farmi i fatti miei, ma dopo una ventina di minuti mi sembra di sentirle ancora. Tolgo le cuffie e mi affaccio.

L’unica luce è quella del lampione vicino ad una macchina della polizia. Da dove sono io non vedo bene, ma sembra che quattro poliziotti se la stiano prendendo con un grosso cane randagio o qualcosa del genere. Gli danno calci, bastonate e ad ogni colpo segue un rantolo. Non c’è una persona affacciata neppure a pagarla. Guardo l’orologio, sono quasi le sei.

Uno dei poliziotti si stacca dal gruppo e va alla macchina per rispondere alla radio. Mi abbasso automaticamente e sento “l’abbiamo bastonato per bene” in risposta a qualcosa dalla radio che non si capisce. Poi la radio gracchia un po’ ed il poliziotto fa per rispondere quando un collega, anzi una collega, lo raggiunge e dice che è meglio chiamare un’ambulanza. Nel frattempo arriva anche una seconda pattuglia e tutti si mettono a parlare molto concitatamente.

Torno in casa per prendere il cellulare e fare qualche foto, accendo la luce ma la spengo subito. Credo che i poliziotti se ne accorgano perché uno dice qualcosa sulle luci ed un altro lo liquida nervosamente, ma non capisco le parole. Rimango immobile per qualche minuto, prima di tornare in terrazzo.

Quando torno sono arrivate un’ambulanza ed una di quelle auto del pronto intervento. I paramedici hanno una qualche discussione accesa con i poliziotti, gli chiedono cosa sia successo e ricevono risposte spicce, poi li vedo prendere di peso quello che ancora non avevo visto. È un ragazzo di una ventina d’anni, massimo trenta, coperto di sangue come un pugile alla decima ripresa. Ha le manette dietro la schiena e non si muove. Lo girano e per una decina di minuti provano a rianimarlo con un massaggio cardiaco molto intenso, ma non si riprende.

Ha la faccia tumefatta. I paramedici dopo un po’ rinunciano. Il capo, un medico credo, prende una cartella ed inizia a scrivere, i poliziotti gli si avvicinano e gli dicono qualcosa. Lui si ferma ed a voce alta risponde “Arresto cardio-respiratorio”.

C’è una pausa ed i poliziotti non si muovono, poi il medico aggiunge “E trauma cranico facciale. Ovviamente” e riprende a scrivere.

La risposta non sembra piacere ai poliziotti. C’è un’altro po’ di discussione, poi l’ambulanza carica il ragazzo e vanno tutti via, tranne una delle due macchine. Il sole a quel punto sta sorgendo e di dormire neanche se ne parla. Prendo il portafogli e decido di andare a fare colazione al bar. Passando, butto un occhio ai poliziotti che fanno i rilievi, vedo la chiazza per terra e vomito anche l’anima. Cristo, avrei potuto essere io quello in cortile.

Traumi

4 Apr

Ti lascio.

Cosa?

Ho detto che ti lascio.

Ma perché? Cosa ho fatto?

Niente. Fottiti.

Ora mi spieghi.

Non c’è niente da spiegare. Lo sai.

Lo so cosa?

Lo sai e basta. Non ho più voglia di parlare.

Ma che cazzo stai dicendo. È uno scherzo? Dài, piantala.

Ho detto basta. Non ti sopporto più.

Ma cosa ho fatto? Ti ho fatto qualcosa? Dimmello.

Ti ho detto basta. Lasciami stare. Non ho voglia di parlare, mi stai angosciando.

Ma non puoi troncarla così, dimmi qualcosa checcazzo. Ma cosa ti salta in testa, di punto in bianco. C’è un altro?

Ecco, ora dev’esserci un altro. Ma non l’hai capito?

Capito cosa?

Eh.

CAPITO COSA?

Eh, lo sai.

Diocristo Sara, spiegami.

Basta. Non c’è niente da dire.

Ma quindi? Ora cosa vuoi fare? Finisce così?

Cioè, mi lasci così senza possibilità di appello?

E tutti i nostri progetti? Tutto buttato nel cesso?

Piantala. Ho detto basta.

Ma… oddio ti ho dato gli anni migliori della mia vita e tu mi lasci così senza farmi neppure capire cosa abbia sbagliato. Sei… sei… oddio non ho parole… non potrò mai più fidarmi di una donna.

Hai finito? Io devo andare, è venuta mamma a prendermi.

È un addio?

E mollami, cretino.

Sara!

Che c’è ora?

Posso tenere i tuoi timbrini colorati?

Riportali domani e lasciali alla maestra. Non voglio più parlarti. Addio.

Definizioni

2 Apr

Burlesque: a parody or comically exaggerated imitation of something, esp. in a literary or dramatic work;

Berlusque: see above.

Mai più

30 Gen

‘Ventimila di super, grazie. Ecco le chiavi.’

Guardo mia madre parlare col benzinaio ed ancora non riesco a capacitarmi di essere veramente tornato negli anni ottanta.

È una splendida giornata di fine maggio, il cielo è blu ed alla radio lo è sempre di più. Lei si accorge che la sto fissando, si volta e mi sorride lasciandomi parlizzato come un imbecille. È lo stesso viso di quando ero bambino, giovane, niente rughe. Caccio indietro una lacrima di Pavlov e guardo dall’altra.

‘Allora, che ci fai qui?’
‘Hai presente Terminator?’
‘Il film?’
‘Sì. Stessa storia: vengo da un futuro orribile per dirti alcune cose che ti cambieranno la vita. So che è difficile credermi ma ti assicuro che-‘
‘Ti credo.’

Mi prende in contropiede e rimango bloccato un’altra volta.
‘In che senso?’
‘Nel senso che ti credo: viaggio nel tempo, missione e tutto il resto. Vai avanti.’
‘Cioè non c’è bisogno che ti dica qualcosa che solo tu puoi sapere?’
‘Esatto.’
‘Tipo quella volta che a sette anni hai rubato un cameo dalla borsa della maestra e poi hai dato la colpa a quel tizio e tutti ti hanno creduto e-‘

Il mio subconscio preadolescenziale latente mi avverte che stiamo passando il cartello Acthung Minen e che non è il caso di insistere. Mi fermo e sto ad ascoltare. Mi sembra di avere di nuovo cinque anni.

‘Ho detto che ti credo. Ora, per favore, mi dici queste cose che dovrebbero cambiarmi la vita?’

Sto per rispondere quando il benzinaio appare con le chiavi, ci aggiunge un occhiolino ammiccante poco convinto di routine e ritorna ciondolante al suo gabbiotto mentre noi partiamo verso il mare.

‘Dicevo. Vengo dal futuro, nascerò l’anno prossimo e tu non saprai mai precisamente chi sia mio padre. Frutto di una tua estate passata in una comune. Vivremo un po’ di anni difficili durante la mia infanzia, tra un tuo lavoro e l’altro, in diverse città.’
‘Che lavori?’
‘Cose, non so dettagliarti meglio. Ho pochi ricordi di quel periodo e tu non ne vuoi parlare.’
‘Stavamo- Steremo da soli?’
‘Cambierai un po’ di fidanzati. Anche una fidanzata, Monica, però nessuno sarà quello giusto sino a Saverio.’

Lei mi ascolta interessata mentre le racconto di come i suoi amici mi abbiano insegnato a costruire una radio quando i miei compagni di scuola sudavano sulle moltiplicazioni e di come passassimo le estati in una campagna di certi tizi amanti della canapa a sparare alle zucche. Ogni tanto si ferma pensierosa e mi chiede un dettaglio, poi continua a guidare. Indossa i Ray-Ban tartarugati che indosso anche io. Non simili: gli stessi. Me li ha regalati poco prima di morire, anni fa. O tra venticinque anni, che è uguale.

‘E la rivoluzione come è andata?’
‘Quale rivoluzione?’
‘Dai, la rivoluzione. Le cose non possono continuare così per molto. Non mi dirai che c’è ancora la Democrazia Cristiana nel- Da quand’è che vieni tu?’
‘Duemilaundici.’
‘Ecco. Chi c’è al governo nel duemilaundici?’
‘Non mi crederai mai…’
‘Dai, ti ho detto che credo a tutto. Ora dimmi.’
‘Berlusconi.’

Inchioda. Si volta e mi guarda come se le avessi stuprato il gatto e mangiato la nonna. Intorno a noi sole, campagna a perdita d’occhio ed un pezzo dei Clash che ricordo da quando ero bambino.

‘Lo sapevo. Ha usato le televisioni per rincoglionire la gente, giusto? Chi ha come ministro, qualche ballerina di Drive-In? E l’opposizione che fa?’

Le spiego al volo che la sinistra non si è mai ripresa dalla scomparsa di Berlinguer, che i partiti sono esplosi in seguito a Tangentopoli e che la mafia ha vinto la guerra. Lei ascolta attenta ed ogni tanto mi chiede di qualcuno. I nomi li conosco, però di tanti non so dirle il destino. Quando le dico che Pertini ha avuto la fortuna di morire prima di vedere lo sfacelo le scende una lacrima.

‘Ok, figlio. Siamo arrivati. Riconosci il posto?’
Mi guardo intorno. Siamo davanti ad un cancello in ferro battuto in mezzo alla macchia mediterranea. È la casa al mare della mia prozia ricca. Ci abbiamo passato un sacco di tempo d’estate, mentre la zia era in viaggio per il mondo al seguito del marito Dott. Prof. Barone. Lei mi guarda in attesa, io scendo ed infilo la mano a colpo sicuro tra due sassi anonimi, tirando fuori le chiavi. Un sorriso compiaciuto le illumina il viso.

‘Era un test?’ le chiedo.
Lei non risponde e parcheggia sotto il pergolato.

Per qualche motivo la corrente non funziona, quindi ceniamo a lume di candela con la roba che ci siamo portati, sulla terrazza. L’odore degli zampironi ed il riflesso delle luci del promontorio sul mare mi ricordano di quando ero bambino. Su questa stessa terrazza ho imparato a leggere in compagnia di Verne, Asimov, Salgari e gli altri. Lei mi guarda e mi chiede ‘A che pensi?’. Io non so risponderle e mento ‘Niente’.

‘Chi è questo Saverio di cui mi parli sempre?’
‘Tipo l’amore della tua vita, forse appena troppo perfetto.’

Lei mi fa segno di andare avanti con la forchetta, mentre mastica insalata di pasta.
‘Lo conoscerai di ritorno da un viaggio in Egitto, mentre io sono in vacanza studio a casa di certi tuoi amici a Brighton. Non so i dettagli, comunque quando torno in Italia abbiamo finalmente una casa nostra -sua- e ci stabiliamo per un po’ di anni nella stessa città. Io cresco, tu cresci e dopo un po’ ci perdiamo di vista, e quando torno è già tardi.’

‘Lui com’è?’
‘Mah, il tuo tipo credo. Intelligente, insegna all’università ed ha un suo studio. Archietetto. Dipinge, scrive, suona. Ti porta in giro per il mondo e ti fa conoscere un mare di gente. Ti ama, ma non è geloso.’
‘E lo caccio di casa?’
‘Sì, dopo un po’ di anni l’uomo perfetto ti stufa ed hai un esaurimento nervoso. Decidi che vuoi altro, ma non si capisce cosa. Hai un periodo di alti e bassi ed io me ne vado di casa, con la scusa di fare l’università a P-‘

‘Aspetta, questa roba non mi interessa. O è importante che la sappia?’
‘No, no. Questa roba possiamo trascurarla. Quello che ti devo dire devi farlo subito, tanto.’
‘E sei sicuro che non cambierà la tua storia?’
‘Sicuro no, però vale la pena di tentare.’
‘Non mi hai ancora spiegato come hai fatto ad arrivare qui.’

Glielo spiego, capisce alla prima. Io ci ho impiegato di più.
Finiamo la cena e ci mettiamo a sedere sul bordo della terrazza, sospesi tra le stelle, di cielo e di mare. Mi racconta di lei, da pari a pari. Tutte cose che quando ero bambino non potevo cogliere e che lei crescendo si è dimenticata. I suoi sogni, gli obiettivi, le questioni di famiglia. Mi racconta dei nonni e di come abbia deciso di andar via di casa presto. In questo momento è più giovane di me, e comunque è già più matura. Dev’essere una specie di legge universale: in qualunque sistema di riferimento non puoi veramente insegnare qualcosa a tua madre. Spremo il mio briciolo di fede per augurarmi che questa legge sia sbagliata.

‘Ok, devo dirtelo.’
‘Aspetta. Sei sicuro che sia una buona idea?’
‘No. Non so se sia una buona idea, ma sono venuto qui per farlo ed ora non mi tiro indietro.’
“Quindi?”
‘Morirai.’
‘Questo lo so. Anche tu, anche quegli stronzi sullo yacht lì in fondo.’
‘No, sul serio. Morirai prematuramente. Sarà terribile.’
‘E quando arriva il robot killer dal futuro?’

Mi guarda come se stessi indossando un costume da pollo. Lo so. Me l’ha insegnato lei: quando devi togliere pathos da una situazione imbarazzante devi visualizzare l’interlocutore vestito come un coglione. Funziona.

‘Niente robot killer, niente guerra, niente invasione aliena. Morirai lentamente, di AIDS. Te lo trasmetterà mio padre, e tu lo trasmetterai a tutte le persone che amerai, me compreso. Una specie di mio gemello cattivo.’

Lei mi guarda intensamente. Il costume da pollo è sparito e lei ha già capito. Ha già capito quello che voglio dirle e l’atmosfera si è fatta strana. Non proprio tesa, ma non serena.

‘Dimmi, abbiamo avuto una bella vita? Sono stata una brava mamma?’

Lacrime calde iniziano a scorrermi sul viso, mentre le dico che sì, è stata la mamma migliore del mondo, nonostante ciò che possano averle detto alcuni. Me compreso. Decisamente non è stata una vita tradizionale, ma non ho nessun rimpianto.

‘L’estate prossima, in una comune, hai detto?’
‘Sì, credo fosse casa di una certa tua amica Gianna.’
‘Ah, la vegetariana. Sì, mi ha già accennato qualcosa.’

Ci guardiamo con una strana consapevolezza negli occhi, poi le metto in mano un bigliettino.

‘Cos’è?’
‘Ci sono segnate un paio di cose che mi hai detto avresti voluto fare e poi ti sei pentita di non aver fatto. C’è l’indirizzo del pub dove lavora Saverio a Londra; per ora è uno studente e cameriere part time. Quella in fondo è la schedina di domenica prossima. Ho controllato: nessuno ha fatto 13, non rubi niente se la giochi tu.’

Entrambi abbiamo le lacrime che sgorgano, ed entrambi teniamo i Ray-Ban tartarugati appesi al collo della maglietta. È una sensazione indescrivibile: molti sanno come ci si sente a stare per morire, ma nessuno -credo- sa come ci si sente a stare per non nascere.

‘Sicuro? Davvero vuoi che vada così?’
‘Sì. Ci ho pensato molto, è la cosa migliore per tutti. È un po’ come se ti rendessi un favore.’

Mi abbraccia, io la stringo e piango a dirotto, poi mi stacco e guardo l’orologio. È ora.

‘Allora, mi raccomando. Riguardati.’
‘Anche tu, ovunque tu vada. Se vai da qualche parte… Oddio, non so che dico.’
‘Tranquilla mamma. Ti voglio bene.’
‘Anche io.’

Quando l’ultima lacrima tocca terra io non ci sono più.
Mai più.

Dimissioni subito

28 Gen

Sono stanca e provata, spossata da anni di indignazione e disgusto.
Provateci voi a rimanere vigili dall’alba al tramonto della civiltà, a prendere coscienza, scoprire l’importanza della stampa, del dibattito e della critica. Crescere con la gente, guidarla e lasciarsi guidare dalle grandi vittorie di civiltà ed indignarsi e reagire alle grandi barbarie. È stato bello, emozionante ed utile, ma adesso basta. Adesso non c’è più posto per me, vecchia carcassa di un’epoca passata. Non capisco più la televisione, non riesco a seguire i vostri RSS e blog ed i drammi da un giorno. Non so se sia peggio una casa a Montecarlo svenduta al cognato o una rivolta nel Nord Africa, o una marea nera o una strage di mafia. Io lascio, mi arrendo. Tanto non servo più a niente.

Sinceramente vostra,
Opinione Pubblica.