Archivio | agosto, 2010

Casa delle Bambole, Voodoo.

28 Ago

Una mattina di settembre di dieci anni fa la vecchia strega del quinto piano morì. Pare che quel giorno si fosse alzata con le prime luci dell’alba e dopo un’abbondante colazione ed un bagno caldo avesse indossato il suo abito più bello, si fosse seduta al tavolino della terrazza con un piatto di biscotti e due bicchieri di succo di mela e fosse morta così. Questo lo so perché me lo raccontò l’ispettore di polizia che fece i riscontri, che poi sarebbe mio cognato ed al tempo inquilino del sesto piano.

Pareva dormisse, dicono. In mano una lettera che cominciava con “Alle dieci e ventisette di oggi la Morte verrà a prendermi” e continuava con una sorta di testamento dal valore legale nullo, e dato che nessun parente venne a reclamare alcunché, nessuno ebbe da obiettare quando l’appartamento venne lasciato inavvertitamente aperto dall’amministratore per un weekend con l’implicito invito a velocizzare le operazioni di svuotamento.

La gentile vecchina non è mai stata simpatica a nessuno, fatta eccezione per mia figlia Rachele ed i gatti del cortile. Non ho mai costretto mia figlia a fare qualcosa che non volesse, e d’altro canto, non ho mai ostacolato le sue inclinazioni, per quanto strane potessero essere. Diciamocelo: andare a far compagnia ad una vecchia sola, seppur bizzarra, di tanto in tanto, non avrebbe fatto male ne a lei ne alla vecchia signora. Non che fosse antipatica, tutt’altro. Era di una cortesia squisita, devo ammettere, anche se qualcosa nel suo modo di osservare lasciava più di un vago senso di disagio in chiunque parlasse con lei per più di poche battute.

Niente di strano, o inquietante, o malvagio, intendiamoci. Si trattava solo di quella sensazione, nota a chiunque abbia fatto più di una chiacchierata con uno psichiatra, di essere dissezionato mentalmente dall’interlocutore con un cucchiaio arrugginito.

All’inizio, quando accompagnavo personalmente Rachele al piano di sopra per giocare cercavo di trattenermi il meno possibile per tornare a rifugiarmi nel mio studio a scrivere. Appena la bimba ebbe preso sufficiente confidenza mi presi il lusso di non fare le scale ed affidare direttamente alla bimba i miei saluti ed un piccolo presente di tanto in tanto per ringraziarla.

La vecchia signora prese probabilmente a male questa mia mancanza di cortesia perché, come scoprii dopo, fui l’unico degli inquilini del palazzo a non essere rappresentato nella sua collezione di bambole all’uncinetto.

Rachele mi ha sempre raccontato ciò che faceva dalla vecchia signora, una volta tornata giù per cena e sapevo, vagamente, che mentre le raccontava fiabe e storie fantastiche, la vecchina si dedicasse all’uncinetto.

Fu quando la piccola tornò a casa con un’intera casa di bambole stile vittoriano che mi resi conto della mole di lavoro che doveva aver impiegato quella donna. Decine di bambole: tutti gli abitanti dello stabile avevano una loro controparte di pezza. Riproduzioni fedelissime, nel proprio stile personale, al soggetto a cui erano ispirate. Era possibile identificare l’Ispettor Cognato per la carnagione chiara ed i baffi fatti col filo nero, la pelata e l’immancabile impermeabile blu o  la signora Tagliolini, con i capelli cotonati di lana rossa e la stazza prominente che si accompagnava a suo marito, un buffo ometto prodotto con un quarto del filo necessario a fare la bambola ispirata a sua moglie. C’erano la parrucchiera, la famiglia di stranieri del secondo piano, l’architetto con la sua gamba di legno ed il bastone da passeggio ed il Generale, amministratore del condominio e veterano in pensione. Tutti, tranne me. E Rachele, che però sembrava non dolersi di quella mancanza.

Dopo l’iniziale disappunto pensai che forse ci conservava come pezzo forte per la fine e che purtroppo non avesse fatto in tempo. Poi notai tre bambole vestite color nocciola che non rispecchiavano nessuno del palazzo: uno spilungone, una bionda cicciottella ed un ragazzino con gli occhiali che Rachele mi disse essere stati realizzati per ultimi, poco prima che la signora le regalasse la casa. Archiviai la cosa, sistemai la casa in camera della bimba e continuai a lavorare sodo sul mio romanzo, per quanto possibile.

I lavori per la ristrutturazione dell’appartamento del quinto piano iniziarono quasi subito e quanto non era stato portato via nottetempo dagli inquilini venne ammassato in cortile per qualche giorno e poi definitivamente buttato via. Per quei giorni in cui il cumulo stazionò vicino al locale caldaie i gatti vi organizzarono, seduti su diverse file di mensole e piani, una piccola orchestra miagolante.  Per quanto si provasse a cacciarli con secchiate d’acqua o colpi di carabina a gommini, nessuno parve capace di mettere fine a quello strazio. Rachele ne ha forse ancora qualche minuto registrato sul suo vecchio mangianastri Fisher-Price.

Da bravo genitore mi preoccupai subito di capire se la bambina fosse rimasta traumatizzata dalla dipartita della sua anziana amica, ma rimasi felicemente sorpreso quando scoprii che non solo Rachele aveva preso bene la cosa ma che vedeva la dipartita della sua vecchia amica come un momento di crescita. La gente arriva e se ne va, e tutto continua. Per certi versi, a cinque anni, Rachele era già più matura di me ora.

Nel suo modo allegro e spigliato mi raccontò quasi in flusso di coscienza di come la signora le avesse raccontato storie antiche di animali parlanti e leggende, poi altre storie su tutti gli abitanti del palazzo, infarcendole di elementi buffi seppur a tratti grotteschi. Le aveva raccontato, in chiave fiabesca, ciò che un po’ tutti sapevano degli altri: sgarbi, antipatie, peculiarità. E lei rideva a crepapelle sentendo parlare del signor Tagliolini che di notte andava di nascosto in bagno a fumare. Fui meno contento quando scoprii che le aveva anche raccontato cose in effetti non adatte ad una bambina così piccola, ma comunque in una chiave di lettura tanto fantasiosa che lei non avrebbe potuto afferrare davvero se non facendo un’attenta analisi una volta cresciuta.

Pare che la signora avesse anche detto a Rachele che sua mamma stava bene in un posto molto bello e la salutava e le raccomandava di fare da brava. Questo racconto era piaciuto molto alla bimba che aveva chiesto conferma pure a me. Avrei voluto essere sincero mentre le dicevo che sicuramente si trattava della verità.

Tutto sommato la bambina si comportava come se la vecchina non fosse mai scomparsa e stabilì senza problemi delle nuove routine che mi consentirono di continuare a lavorare senza doverle trovare una baby sitter. Da quando tornava da scuola fino all’ora di cena stava in camera sua a giocare con le bambole di pezza, dandomi la possibilità di continuare a scrivere. Ero completamente assorto e quasi non notavo i lavori al piano di sopra finché non mi imbattei nei nuovi vicini. Una famiglia “a scala”: padre altissimo, madre di mezza statura, un po’ tondetta, ed un figlio basso quattrocchi. Tutti vestiti in toni di marrone e verde.

Dalla sera del loro insediamento capii che non saremmo andati d’accordo. La vecchina era sempre stata educata e gentile ed anche se ogni tanto magari teneva la musica ad alto volume non era mai stato un problema, anzi, mi conciliava la vena creativa e mi faceva compagnia nelle notti solitarie di scrittura. Si può dire che il mio primo vero romanzo di successo fu scritto tutto con l’accompagnamento dell’orchestra sinfonica Bose del quinto piano.

I nuovi vicini, invece, urlavano.

Ma non era solo questo: è che proprio non riuscivano a stare insieme. Come protoni confinati nella stessa scatola. Come anguille col prurito. Erano sempre intenti a rincorrersi spingersi (anche solo metaforicamente) e l’inquietudine del piano di sopra filtrava dal pavimento ai piani inferiori.

Tutte le piante che erano rimaste nella loro terrazza furono lasciate morire, creando una striscia marrone nel palazzo, visto da lontano. La loro antipatia sembrò influenzare tutti, tanto che la tipica discussione da ascensore si abbassò di tenore di due tacche passando da cordiale-disinteressato a sbuffante e la mia vena creativa svanì di colpo. Passai notti insonni cercando di cavare un ragno dal buco. Ero ad un passo dalla fine, massimo altri due, forse tre capitoli, e niente. Non riuscivo ad andare avanti. Il mio agente aveva già preso accordi con l’editore che una bozza sarebbe stata pronta per fine mese ed io non sapevo che pesci pigliare.

Ripresi a fumare (nonostante Rachele mi ricordasse quotidianamente quanto facesse male) ed iniziai a passare le giornate, almeno sino al rientro di Rachele, in cortile a leggere e cercare ispirazione in qualche collega morto.

Fu allora che mi accorsi per la prima volta di qualcosa.

Iniziai a prestare attenzione ai racconti delle casalinghe affacciate ai terrazzi ed alle facce dei miei vicini al rientro a casa. Quelle facce che, diciamocelo, erano sempre state cordialmente-indifferenti ora sembravano infastidite o quasi intimorite nel tornare a casa. La conferma che qualcosa non andava la ebbi ascoltando una discussione tra la signora Rovai (secondo piano) con la signora Tagliolini (terzo) durante una sessione di stesura dei panni. Pareva che tutti quelli che in vita non fossero andati a genio alla vecchina, per qualche sgarbo o altro, avessero avuto degli incidenti dalle tinte fosche. Pareva inoltre che, stando alla moglie dell’Ispettore (sorella di Arianna oltre che immensa stronza), la vecchina sapesse in anticipo la data e l’ora della sua morte e che si fosse fatta bella per l’arrivo della Morte (loro usarono un’espressione più folkloristica, relativa ad una mitologia di origine mediorientale. Un angelo caduto o un satiro col forcone da nettuno. Da ateo militante non farò nomi per non far pubblicità gratuita ad un nemico). Erano solo chiacchiere da superstiziose, eppure era vero: qualcosa stava accadendo.

Il figlio del macellaio, che aveva ucciso uno dei gatti della signora, era rimasto vittima di uno spettacolare incidente in skateboard ed adesso stazionava a letto con tre arti fratturati. Il Generale, che aveva fatto rimostranze perché l’altezza delle fioriere non era conforme al regolamento aveva avuto la casa infestata da formiche particolarmente grosse e tenaci e si era dovuto trasferire in un residence in attesa che i disinfestatori trovassero il nido. La parrucchiera, che qualche anno prima aveva cacciato la vecchia signora dal suo salone, accusandola di essere una menagrama e causando l’ilarità delle clienti, ebbe il negozio svaligiato. Sette volte. E tanti altri casi che ora non sto a riportare.

L’unica concessione metafisica che mi faccio è un qualche accenno al Karma di tanto in tanto, quando fa ridere o quando è drammaticamente valido. Ed in questo caso, karmicamente parlando, tutte quelle disgrazie un po’ ci stavano. Nessun campo di energia mistica circonda il mio destino, ho imparato a dire imitando Han Solo da ragazzo, eppure potevo sentire qualcosa di strano nell’aria.

Rachele sembrava non essersi accorta di nulla, e continuava a giocare tranquilla con le sue bambole. Non dava neppure peso al figlio dei nuovi vicini che aveva iniziato ad aspettarla nel portone al rientro da scuola per prenderla in giro, e l’aveva anche bersagliata con una cerbottana. Naturalmente andai a fare rimostranze al padre che poi si era dimostrato un imbecille ed un cafone di prima categoria liquidandomi in modo così sgarbato che la rabbia non mi sbollì per giorni. Era guerra. Rachele tuttavia non sembrava intimorita dal bullo e, quando il giorno dopo lo portarono via in ambulanza, non sembrò per niente turbata. Mi disse l’Ispettore che il bambino aveva battuto la testa durante il bagno perdendo i sensi e che solo un fortuito controllo della mamma gli aveva salvato la vita.

Non ci furono più rumori dal piano di sopra. L’atteggiamento della gente fece un ulteriore passaggio da sbuffante a distante-cauto. Se io e Rachele prendevamo l’ascensore, gli altri facevano le scale o aspettavano il turno successivo. Nessuno mi salutava più per strada e quando stavo in cortile a leggere le signore preferivano ritirarsi a spettegolare in un angolo riparato. Rachele sembrò, per la prima volta, infastidita dal comportamento dei nostri vicini e me lo fece presente nel suo solito modo, anche se io sul momento non capii. Il silenzio dal piano di sopra mi dava finalmente modo di riprendere a scrivere, e mi portava solo le voci di Rachele dalla stanza accanto che giocava. Lentamente, il mio cervello di scrittore si era messo in moto e presto avrebbe prodotto il risultato che, come un vecchio calcolatore elettromeccanico, stava elaborando.

Questo ci porta al giorno in cui un corteo di ambulanze si precipitò al nostro palazzo portando via almeno una persona per famiglia, talvolta due. Un trionfo di scivolate, incidenti domestici di varia natura e perfino un caso inspiegabile di autocombustione spontanea colpirono gli ostili vicini. Un giornalaccio locale fece anche un articolo sulla cosa ma le pressioni di mio cognato fecero desistere qualunque cronista dal crearci scocciature addizionali in un periodo di tale abbondanza.

Quella sera, ricordo, il palazzo era particolarmente buio e quieto, quasi solo noi eravamo rimasti in casa e finalmente dopo cena conclusi il mio romanzo. Poi, nel silenzio, percepii finalmente in modo chiaro il vociare di Rachele ed il rumore del mio cervello che sputò il risultato. Sono sempre stato un uomo pragmatico, e feci ciò che ogni persona di buon senso avrebbe fatto al posto mio.

Entrai in camera di Rachele ed osservai per la prima volta con attenzione. Le bambole, sparpagliate sul pavimento erano alcune spezzate, altre bruciacchiate, altre ancora zuppe. Da una, brutalmente aperta a metà, faceva capolino una ciocca di capelli rossi.

Con calma, spiegai a Rachele che le bambole erano rotte e che ne avremmo fatte delle altre insieme, avrei imparato a fare i ferri se necessario. Guidammo sino al mare ed al tramonto gettammo tutto dal molo in una scatola. Sono passati dieci anni e tuttora non sono sicuro di ciò che sia successo in quei giorni. Rachele è grande ora, e somiglia tantissimo ad Arianna. Veste di nero, un po’ wicca, un po’ dark. Anche io alla sua età mi consideravo un punk, quindi la lascio fare. Lei è felice e nessuno la infastidisce. È una ragazza fantastica, continua ad esprimersi nel suo modo vivace e colorato, scrive divinamente e non ha mai smesso di fare bambole. Da poco mi ha chiesto delle foto della mamma, e finalmente ho avuto il cuore di dirle la verità.

Le ho mostrato il biglietto che ci lasciò quando lei era ancora  in culla. Non so dove sia ora e non mi interessa, da quando ci ha abbandonati per me è come se fosse morta. Rachele mi è sembrata incupita ma non ha detto niente.

Ieri, passando davanti a camera sua, ho trovato la porta aperta. Sul letto  una nuova bambola quasi finita e la scatola di ricordi di Arianna che non ho mai avuto la forza di buttare. Ho sentito il sangue gelare.

Quella notte di dieci anni fa realizzai perché non ci fosse ne una bambola rappresentante Rachele, né una con le mie fattezze. La signora non solo non si era risentita per la mia assenza, ma probabilmente mi aveva preso in simpatia. Ed aveva preso mia figlia come apprendista.

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