Archivio | settembre, 2010

iPod Generation

30 Set

‘Nonno, raccontami ancora di quando eri giovane.’
‘Devi sapere, piccola mia, che al tempo non avevamo tutte le cose che avete voi adesso.’
‘Non avevate i vestiti?’
‘Si, quelli li avevamo, ma ‘erano tutti colorati e non erano fatti per durare come questi, ma si buttavano via spesso.’
‘Colorati? Come lo zio Nero?’
‘No, piccolina. Con tanti colori in più: viola, verde, arancio, e tutti i colori dei fiori.’
‘Cosa sono i fiori nonno?’
‘Sono più o meno come la tua girandola di caricamento, ma crescevano sulle piante. Ti ricordi delle piante? Te ne ho parlato ieri.’
‘Sì nonno.’
‘Ora però dobbiamo andare, tua madre ti deve cambiare le batterie. Domani ti racconterò di quando abbiamo sterminato gli umani.’
‘Buona sincronizzazione, nonno.’
‘Che Jobs sia con te, piccolina.’

I pericoli dell’isolamento

30 Set

E poi mi svegliai in piena estasi creativa. Prima di mezzogiorno avevo già riempito venti cartelle, e durante il resto della giornata scrissi come se avessi saputo che non ci sarebbe stato domani. Purtroppo, avevo ragione: non ci sarebbe stato domani. Quando trovarono il mio corpo ero morto da giorni. Il problema di essere uno scrittore solitario e maledetto è che a nessuno frega se dimentichi di mangiare.

La Teiera di Russell

30 Set

‘Carlo, vieni subito a vedere.’

    La voce di Giacomo non lasciava spazio a dubbi. Stavolta parlava sul serio.

    Carlo si tirò su con tutta la grazia che i suoi centoventi chili e la tuta termica gli consentivano e, goffo come un orso ubriaco, si avvicinò alla postazione due.

    Giacomo osservava con lo sguardo perso di chi contemplando l’infinito ha trovato una teiera sospesa a mezz’aria tra marte e la terra.

    ‘Non è possibile.’
    ‘Guarda anche tu, è li.’
    ‘Non è possibile.’
    ‘Ma è li, settore 09a21, proprio vicino al-‘
    ‘NON È POSSIBILE.’
    ‘Carlo, calmati.’
    ‘Non…’

      I due, soli nella piccola stazione in mezzo alla tempesta, condivisero un momento di esaltazione mistica.

      ‘Dobbiamo dirlo subito a qualcuno! Il mondo deve sapere!’
      ‘Come? Ti sei dimenticato che da tre giorni non abbiamo notizie da nessuno?’
      ‘Si, ma presto verranno a prenderci e-‘
      ‘E che le ultime notizie che abbiamo avuto riguardano un bombardamento nucleare iraniano su Israele?’

        L’atmosfera si fece di colpo amara, come lo era stata sino a pochi minuti prima.

        ‘Ma forse…’
        ‘Non c’è ma che tenga: tutto quello che rimane della civiltà umana saranno i graffiti nelle metropolitane. Ti sembra normale questa tempesta? O che non riceviamo niente? Ragiona: qui abbiamo ancora l’elettronica che funziona perché l’osservatorio è sotto terra, protetto dagli impulsi elettromagnetici delle detonazioni nucleari. Il resto del mondo è andato, fritto. A chi dovremmo dare la notizia?’
        ‘Ma forse, le nuove generazioni potrebbero avere un messaggio di speranza.’
        ‘Speranza? E cosa dovremmo dirgli?’
        ‘Che non devono fare la guerra… che non devono credere ai loro leader religiosi, che Russell aveva ragione.’
        ‘Giacomo, non dire stronzate. Quello che abbiamo visto non è niente, è solo la prova che qualcuno in una delle missioni Apollo ha espulso un pezzo di metallo che poi è andato alla deriva per il sistema solare.’
        ‘Non è un pezzo di metallo qualsiasi! È la teie-‘

          Un tuono, o almeno quello che potrebbe definirsi un tuono se i tuoni facessero tremare le montagne, interruppe il loro discorso, le loro vite ed il nostro racconto.  Poi, solo ratti e scarafaggi.

          Fuori dal mondo

          30 Set

          Stamani è stato scoperto il primo pianeta extrasolare potenzialmente abitabile dalla razza umana. Ho subito trovato sconfortante la notizia per due motivi: primo, si trova a venti anni luce dalla terra; secondo, la razza umana non ha idea di cosa significhi extrasolare. Ovvio, salvo rare eccezioni, che comunque sono un insieme numberabile di individui svariati ordini di grandezza sotto la popolazione complessiva della terra che, come risaputo, ammonta attualmente a sei miliardi di persone e Sandro Bondi.

          Acceso l’iPod mi sono recato all’università con questa notizia che ancora mi frullava nella testa. Sull’autobus c’era il solito marasma eterogeneo di persone e tutti sembravano egualmente scontenti della loro vita e completamente disinteressati ad una delle più importante scoperte astronomiche di sempre. Mi sentivo straniero in terra straniera, ultimo rimasto di un mondo che probabilmente è esistito solo nella mia mente di bambino. Sì perché quando ero piccolo sono stato cresciuto a pane e scienza, ed ero convinto veramente di trovarmi in un mondo funzionante. L’impatto con il mondo vero è stato traumatico. Quando gli altri bambini piangevano per l’amara scoperta della vera identità di babbo natale, io mi disperavo perché la società non funzionava come scritto sul mio libro di educazione civica: la polizia non sta in giro ad aiutare la gente ed i governanti non fanno il bene del paese.

          L’ho scoperto che andavo ancora alle elementari, quando ho visto la celere caricare un corteo di genitori e figli, anziani e bambini e dal giorno non sono più riuscito ad avere fiducia nella gente in uniforme.

          Ora un po’ riesco a gestirmi in mezzo alla gente, ma comunque non riesco a sentirmi integrato.

          Arrivato a due fermate dall’università sono saltato giù dal bus, un po’ perché non avevo il biglietto e presentivo una visita dei controllori, ed un po’ perché il parlar di niente degli umani medi mi stava grattugiando il gulliver.

          L’ultimo tratto di strada sino al mio dipartimento è un lungo viale alberato dove stranamente stamattina non c’era nessuno. Un po’ il brutto tempo, un po’ i corsi che ancora non iniziano, comunque c’eravamo solo io, gli alberi ed il mio iPod.

          D’un tratto mi sento sbalzare: un’auto mi passa accanto a bomba, fa un paio di sbandate ed inchioda, e subito dietro un’altra auto che quasi la tampona. Una scena irreale, con Simon & Garfunkel in sottofondo. Vedo la prima macchina fare per ripartire e la seconda starle dietro, tagliarle la strada, poi un carosello di retromarce ed alla fine la seconda auto monta sul cofano della prima ed inizia a sobbalzare in modo osceno. Vedo i due autisti fare in tempo a gettarsi fuori dagli sportelli, prima che le due auto inizino a strusciarsi violentemente.

          Un uomo sulla quarantina, coi baffi e la giacca con le toppe di tweed (proprietario della prima, una berlina nera lucida) ed un grosso pelato con la conformazione tipica del macellaio o del professore di educazione fisica (proprietario del suv grigio) erano sdraiati a terra in mezzo alla polvere e guardavano la scena delle loro auto con una buffa luce negli occhi. Io ero paralizzato, più o meno a metà della fiera di Scarborough.

          Con calma, senza staccare gli occhi dalle auto, l’uomo coi baffi si alza spazzolandosi e con una voce che non dimenticherò mai dice

          ‘Ma che meraviglia.’

          E sorride. Sta sorridendo sotto i baffi, come un padre che vede il figlio andare in bici per la prima volta.

          ‘Non ci si crede. Guarda li che roba, eh.’

          Gli fa eco il macellaio.

          I due sembrano non notarmi, e si mettono uno accanto all’altro a commentare la performance come due vecchi critici d’arte all’inaugurazione di una mostra.

          ‘È la prima volta?’
          ‘Sì, ce l’abbiamo da soli sei mesi, non ci sembrava il caso.’
          ‘Avete fatto bene, bisogna aspettare che facciano il rodaggio, altrimenti poi il parto diventa complicato.’
          ‘Quanto tempo ha il suo?’
          ‘Oh, due anni ad ottobre, però l’abbiamo già fatto accoppiare l’anno scorso. Con una Land Rover di un carabiniere in pensione.’
          ‘Come sono venuti i piccoli?’
          ‘Niente purtroppo. Almeno, così ha detto il carabiniere. Io credo che se li sia tenuti e magari venduti per i fatti suoi.’

          Io nel frattempo avevo staccato gli auricolari e guardavo, rapito, la scena delle due auto che si accoppiavano. Sebbene vero che la scena avesse una certa carica erotica, io mi sentivo completamente alieno a tutto questo, al contrario dei due proprietari che d’un tratto si resero conto della mia presenza e mi sorrisero con fare complice.

          ‘Ragazzo, vieni qui che si vede meglio.’
          ‘Quanti anni hai?’
          ‘Ve- Ventuno.’

          Risposi automaticamente

          ‘Hai una macchina?’
          ‘I miei, una Golf.’

          I due si scambiano uno sguardo di soddisfatta intesa

          ‘Bella macchina la Golf.’
          ‘È un investimento poi, la compri e la rivendi e non perde mai valore.’
          ‘Ah, io non venderei mai un’auto. Poi si affeziona, e dovessi reincontrarla in giro ci starei troppo male.’
          ‘Oh, ecco che hanno finito.’

          I due si avvicinarono alle loro macchine lasciandomi li, inutile com un arbitro in un campo di carciofi.

          – Ci scambiamo i numeri?

          ‘Assolutamente, mi faccia sapere quando sa qualcosa. Per il meccanico e la covata delle uova ci mettiamo d’accordo poi.’
          ‘Certo, le faccio un colpo di telefono stasera. Chissà che faccia farà mia moglie.’
          ‘Va bene, ci conto.’

          I due finirono di scambiarsi i dati e poi montarono in macchina. Baffo mi chiese se volessi un passaggio, io feci no vagamente con la testa e rimasi li impalato mentre i due sgommando sparirono per il lungo viale.

          Passarono alcuni millenni, poi mi rimisi gli auricolari ed accompagnato dal suono del silenzio ripresi a camminare verso l’università.