Archivio | ottobre, 2010

Buffer Overflow

16 Ott

‘Presto!’

Nel buio, i due giovani potevano sentire il drone cacciatore avvicinarsi lungo il condotto d’aerazione.

‘Ma non ha senso! Non può funzionare!’

‘Fidati, dammi la tua ID. Ora.’

Semiparalizzato dal terrore, Gianni frugò nella borsa che teneva sulle spalle e ne tirò fuori il tesserino d’identità rubato al professore. Michele con un solo gesto afferrò la tessera e la infilò nell’apposita fessura dello strumento che aveva poggiato per terra. Era una specie di calcolatore, con display lcd nero e verde e tastiera morbida, design molto antico, con cavi che uscivano dalle fessure e schede attaccate fuori con il nastro isolante. Gianni osservò tremante il suo amico comporre formule arcane sulla tastiera e cascate di codici scorrere sul display, poi una luce passò da rosso a verde.

‘Fatto. Tienila bene in vista.’

‘No, scappiamo. Ti prego, ho troppa paura.’

‘Lo faccio io allora, dai qua!’

‘No! Andiamo!’

Il drone era proprio dietro l’angolo: potevano sentire i vortici di polvere sollevati dai repulsori nel silenzio dei condotti. Muoversi ora sarebbe stato un suicidio.

Michele circondò le spalle di Gianni ed estese con entrambe le braccia la tessera davanti a loro.

‘Fidati.’

‘Non voglio finire nei campi.’

Gianni aveva gli occhi pieni di lacrime, quando vide il drone voltare l’angolo ed inquadrarli con i proiettori. I taser muntati sotto il muso scattarono, poi, la macchina sembrò accorgersi del tesserino e li ritrasse. La forma era quella di una sfera, disegnata da qualcuno che non ne avesse mai vista una e ne avesse solo ricevuto una sommaria descrizione da un cubista. Cavi e sensori spuntavano da ogni angolo.

‘CONTROLLO DOCUMENTI IN CORSO. ATTENDERE.’

Gianni strinse gli occhi ed estese ancora di più le braccia. Pensava a sua madre, ed alle poche cose che gli aveva detto di quando da piccola era stata prigioniera. Tremò. Michele gli strinse le spalle cercando di tranquillizzarlo.

Il fascio rosso dello scanner passò due volte sul tesserino, poi si spense. Il drone rimase fermo per un tempo che per Gianni fu infinito, mentre una serie di immagini gli scorse davanti agli occhi. Contrariamente a quanto gli avessero sempre raccontato, non è la vita che vedi passarti davanti in momenti del genere. Sono tutte le cose che non hai mai fatto che si presentano a fare rimostranze.

‘IRREGOLARITÀ RISCONTRATE NEI VOSTRI DOCUMENTI.’

Gianni smise di respirare. Michele guardò il drone interdetto.

I taser scattarono di nuovo.

‘PER FAVORE SDRAIATEVI A TERRA IN ATTESA DI ISTRUZIONI, SIGNOR 0x787878’

I repulsori si spensero di colpo, insieme alle luci, lasciando che il drone si poggiasse immobile sul pavimento del condotto.

‘SEGMENTATION FAULT. CORE DUMPED.’

In un attimo Michele si lanciò sulla macchina disattivata.

Gianni, braccia ancora distese, guardava incredulo il suo amico smontare un pannello ed armeggiare in mezzo a cavi e schede. Ancora non si capacitava di come se la fossero cavata. Michele aveva ragione. Aveva sempre ragione, dannazione.

‘Bravo Miche-’

Il drone ebbe uno spasmo tirandosi su di colpo.

‘BASH #’

Poi si rimise a sedere, docile.

‘Che ti avevo detto?’

Michele sorrideva, felice come un bambino per il nuovo giocattolo conquistato.

‘Ma come hai fatto?’

‘Queste macchine sono stupide, concepite secondo standard vecchi: non sanno contare oltre un certo tot. Io gli ho dato un nome più lungo di quanto lui sapesse memorizzare, più lungo di quanto potrebbe normalmente essere sulle tessere ID standard. Lui non l’ha capito e si è fermato a pensarci, poi, quando ha provato a richiamare la porzione di memoria in cui stava il pezzo di nome che-’

‘No ok, basta. Fermo, non voglio sapere altro. Agli altri diremo che hai usato una magia e la chiudiamo li. Io non la capirò mai questa roba, ed è meglio se non ti perdi in dettagli con la gente al villaggio. I vecchi non sarebbero contenti di sapere che uno di noi sia dentro queste cose.’

‘Va bene, lo terrò a mente per ora. Prima o poi però voi dovreste fare pace col vostro passato.’

‘Tu non sei nato al villaggio, non sai cosa hanno dovuto passare gli anziani, prima di scappare.’

Michele guardò il suo amico infervorarsi, negli occhi una rabbia antica.

‘È vero, io sono nato in una casa accogliente, in mezzo alla tecnologia. Ma questo ora non c’entra. Se ho deciso di aiutarvi è perché siamo simili, io e voi. Nonostante tutto.’

Gianni sembrò calmarsi.

‘Grazie… e scusa.’

‘Niente. Ora però sbrighiamoci a raggiungere le dispense. Prendiamo il più possibile: tornare potrebbe essere complicato. Oggi abbiamo avuto fortuna, ad incontrare uno di questi vecchi droni. Se ci fosse stato un guardiano biologico…’

Gianni sembrò colpito dal pensiero, e stretto nelle spalle iniziò a lisciarsi la coda.

‘Meglio andare, i bambini al villaggio hanno fame. Prendiamo quanto più formaggio possibile e scappiamo.’

‘Sì, il drone ci aiuterà, qualora incontrassimo un gatto.’

Il buffo trio si allontanò silenziosamente per i condotti del laboratorio di ricerca. Da qualche parte, nelle profondità delle fogne, il villaggio delle cavie scappate attendeva con speranza il ritorno dei suoi eroi.

Pirateria

14 Ott

Simone tornava a casa estremamente felice. Per la prima volta da mesi la pesca era finalmente tornata abbondante, grazie a Dio. Nell’ultimo periodo la gente si era ridotta a mangiare quasi esclusivamente focacce di grano ed orzo o erbe amare, visti i prezzi proibitivi dei pochi pesci arrivati al mercato. Alcuni venditori erano arrivati ad assumere delle guardie del corpo per evitare che qualche preziosa triglia gli venisse sottratta dal banco.

Fece rapidamente i suoi conti: con quello che aveva nella cesta sulle spalle, ammettendo di vendere tutto ad un prezzo lievemente inferiore a quello della concorrenza, sarebbe riuscito a mettere abbastanza soldi da parte per pagare tutti i debiti e magari aggiungere alla casa il piano di cui avevano bisogno per sistemare i bambini. Sognante, attraversò le porte della città senza accorgersi del clamore della folla.

Un giovane scalzo e malvestito lo spintonò

‘Fai attenzione, tu!’ gli urlò Simone, destato dal suo sogno ad occhi aperti.

‘Sbrigati, prima che si stufi!’ gli rispose quello, euforico.

Cosa diavolo stava accadendo?

Simone si guardò intorno e vide la città in fermento: i soldati agli angoli non sapevano che fare e si consultavano freneticamente tra loro. Ovunque, gente in fila. Gente che arrivava a mani vuote e gente che andava via con panieri pieni di pesce e pane.

Facendosi largo tra la folla, Simone raggiunse il crocevia di quel caos e vide lì un uomo sulla trentina, circondato da un gruppo di pezzenti amici suoi, che da due ceste  distribuiva gratuitamente cibo alla folla.

‘Deve averne data un’infinità’ pensò Simone ‘considerando quanta gente c’è in giro coi panieri zeppi. Di certo però quelle due ceste non basteranno a sfamare tutta la folla che sta arrivando.’

Tutto sommato forse sarebbe riuscito a vendere la sua roba. Ed anzi, la domanda crescente forse gli avrebbe consentito di comprare anche un asino per aiutarsi a portare i prossimi carichi.

Vagamente si domandò chi fosse quell’uomo. Magari un funzionario Romano, o una spia venuta a fomentare la folla. Non aveva l’aria del signore, anche se qualcosa nel suo modo di porsi risultava magnetico. Seduto sulla sua cesta, Simone si mise ad aspettare il momento degli affari.

Poi, le ceste non finirono. Dopo ore a guardare, Simone non voleva credere ai propri occhi. Due ceste per migliaia di persone. Sembrava che si moltiplicassero, anche se questo era ovviamente impossibile.

Sui bordi dell’ampia piazza,vide gli altri mercanti fissare l’uomo con occhi non piacevoli. Un fornaio, preso dalla rabbia, montò sul suo banco e si mise a strepitare

‘Non puoi fare così! Produrre il pane costa! C’è da pagare il grano, la legna, la manutenzione della macina e del forno!’

Un altro gli fece l’eco

‘E la licenza, e le tasse da pagare!’

Dalla folla si sollevò un brusio di risposta tra i pezzenti, cose come ‘tasse che non pagate’ e ‘con quello che ricaricate sul prezzo del pane ce ne paghi tre di macine’ rieccheggiarono di bocca in bocca. I soldati acciuffarono qualcuno particolarmente acceso, ma la pressione della folla li fece desistere e brevemente i riottosi furono rilasciati. Sembrava un’ondata inarrestabile, mossa dalla pancia più che della testa.

Simone aveva le lacrime agli occhi. Tutto il suo lavoro sprecato. Qualcuno avrebbe dovuto ammazzarlo questo qui, prima che lui ammazzasse l’economia con i suoi pesci copiati. Era peggio di quando la sua barca venne abbordata e depredata. Anzi, uguale: pirateria, di un nuovo tipo.

Fallimenti

13 Ott

La professoressa K. era una specialista in fallimenti. Aveva scritto molti libri sul fallimento dei movimenti politici, tenuto conferenze sul non affermarsi di nuove tecnologie, partecipato a seminari sui matrimoni non riusciti e tutto sommato poteva considerare la sua vita un successo.

Villetta in zona residenziale e mansarda con terrazza in centro, accanto all’Università; marito ed amante (rispettivamente maschio e femmina) che andavano d’accordo tra loro, due figli all’università (maschio e femmina anche questi) che non le davano alcuna preoccupazione, due gatti (ex maschio ed ex femmina) e due conti in banca (italiano e svizzero). Conosceva decine, forse centinaia o anche migliaia di persone che avrebbero ucciso per  poter condurre la vita che lei faceva ormai da anni. Certo, gli inizi non erano stati facili: aveva dovuto fare a spallate per riuscire a procurarsi la borsa di dottorato e farsi approvare il progetto, ma da allora era stata tutta discesa.

Nessuno prima di lei aveva affrontato in maniera scientifica il fallimento, come entità a se stante. Per gli altri studiosi il fallimento era sempre stato qualcosa di contingente, talvolta inaspettato, talvolta prevedibile ma comunque mai un   soggetto con una propria dignità. Il primo a darle credito era stato il suo supervisore alla London School of Economics, dove era finita dopo una brillante carriera presso l’Università di P. negli anni caldi della protesta studentesca. Una delle tante.

Era riuscita ad entrare grazie a tre ottime lettere di raccomandazione di certi professori che aveva conosciuto a certe feste poco formali, oltre che ad un buon lavoro di tesi in cui analizzava il fallimento del Movimento dall’interno. Aveva partecipato a tutte le assemblee, i picchetti, le barricate ed aveva raccolto abbastanza materiale da tracciare, seppure in via embrionale, uno schema di come un processo non pilotato tenda quasi automaticamente a fallire. C’erano anche tante belle parole come Entropia e Teoria dei Giochi dentro, su suggerimento di uno dei suoi amici-con-benefici fisico-matematico. Dopo P. un Master a Londra, poi PhD a Yale e Post Doc alla Sorbona, due anni in Giappone come associato e finalmente di ritorno in Italia come Ordinario, senza passare dal via. I bambini erano arrivati uno in America e l’altra a Parigi. Era stato un po’ complicato partecipare alle orge col pancione, ma lei e suo marito avevano gestito bene la cosa grazie ad un’altalena che gli aveva suggerito un amico regista porno californiano.

Due, tre volte la settimana ricevevano in visita l’amante ufficiale e si scambiavano consigli sui libri, film, partner occasionali e solitamente finivano la serata molto contenti. Talvolta un po’ di cocaina, talvolta un’escort giapponese su cui accanirsi in tre. Niente grandi eccessi, insomma.

I ragazzi avevano preso la via del padre: medicina. Il grande faceva la specializzazione in neurochirurgia, la piccola stava prendendo accordi per entrare in una Medical School a New York appena finito il college in California.

Negli ultimi quindici anni era stata citata in un’infinità di riviste, articoli, e libri. Secondo qualcuno era la nuova Von Neumann ( o la nuova Nash ) ed il suo lavoro sullo studio scientifico del fallimento aveva portato a nuovi algoritmi per la gestione di un’infinità di problemi. Nessuno affrontava più un problema complesso con la stessa ottica di come avrebbe fatto dieci anni prima.Decine di governi e segreterie di partito, oltre che consigli d’amministrazione di multinazionali di mezzo mondo la tenevano sul libro paga come consulente.

Poteva decisamente considerarsi una persona felice, libera da vincoli e da fantasmi del passato, quasi completamente. Sì, perché proprio mentre frugava tra i suoi vecchi fascicoli impolverati di quando ancora studiava a P. aveva trovato una lettera che le aveva scritto Michela, probabilmente l’unica persona che l’avesse mai amata veramente. La lettera era lì chiusa da anni, e sul momento non aveva voluto leggerla. Gliel’aveva scritta la sera prima che la polizia venisse a prenderla nella facoltà di Scienze occupata, dopodiché nessuno la vide più viva. Fu un bel casino all’epoca, i giornali ne parlarono e ci fu pure qualche dimissione tra i papaveri della polizia. Storiaccia.

Erano state insieme per un anno e mezzo, forse il periodo più felice della sua vita, in cui avevano urlato a tutti che non si sarebbero mai uniformate, che sarebbero state com’erano contro tutto e tutti. Poi basta. Michela aveva cercato di vederla e sentirla, ma non si era mai fatta trovare.

Aprì la lettera e ne lesse le poche righe, la chiuse e silenziosamente iniziò a piangere. Allegata alla lettera, una foto di loro due, giovani e belle, con grosse giacche militari e le fasce colorate nei capelli, sullo sfondo la facoltà di Scienze.

“Avrai due gatti, una bella casa, due figli, un marito che ti vuole bene e si scopa la segretaria. Tu lo saprai ma non ti importerà, perché sicuramente avrai anche qualcun altro. Non ricorderai più di quando la gente come te ci faceva schifo, e non ricorderai più neanche di me. Io invece ricorderò di te, come sei ora (com’eri, dal tuo punto di vista), per sempre. Ti amo.”

Si asciugò le lacrime di gioia con una mano. Finalmente aveva trovato ciò che cercava: un fallimento nella sua vita. La sua biografia ora sarebbe stata perfetta.

Riflessioni Notturne

11 Ott

‘Ecco, ne arriva uno. Preparati.’

 

Il ragazzino ricco e stronzo si fermò davanti alle macchinette venditrici sul binario 5 della stazione di P. Centrale; tracolla di Vuitton e sui vestiti più firme che sul libretto del prestigioso ateneo privato. Una descrizione efficace potrebbe essere Arlecchino di Swarovski.

 

I vari senza casa, senza speranza, senza rancore che abitavano da tempo sul binario lo guardavano incuriositi dalla loro panchina. Nessun altro, a parte il fresco della sera e la voce della stazione.

 

Dopo essersi prodotto in smorfie languide allo specchio per un tempo disdicevolmente lungo ed aver fatto ponderate considerazioni su quale spuntino l’avrebbe riempito meno di ciccia e brufoli, cacciò fuori il portamonete ed iniziò ad infilare monete nel distributore. Arrivato a quattro euro e settanta (succo di ribes nero e barretta ipocalorica integrale high end) mise via il borsellino e con disappunto realizzò che la macchinetta non aveva contabilizzato il denaro inserito. Credito 00.00.

 

Nessuna combinazione di tasti e neppure la pressione ripetuta e nevrotica del pulsante di restituzione fornirono risultati. In un attimo le sue smorfie languide avevano lasciato il posto al broncio di un bambino infastidito. Ricordando un servizio visto in TV provò a controllare se qualcuno avesse infilato un tappo nel canale della restituzione delle monete, ma niente. Poi  ripensandoci, decise che la macchinetta non aveva proprio acquisito il credito e si trattava di un errore del gestore. Si sentì stupido, ingannato e frustrato. Valutò la possibilità di chiamare il numero dell’assistenza, o meglio la Finanza e la PolFer e fare un casino della madonna. Il sangue gli ribolliva; vedersi impotente davanti a questa intollerabile ingiustizia lo tormentava atrocemente. Non tanto per i soldi, quanto per esser stato fregato.

 

‘Il treno FrecciaRossa 3115 delle 22:27 diretto a M. Centrale è in partenza al binario 5.’

 

Dopo un calcio pieno di frustrazione alla base del distributore salì a bordo del treno borbottando.

 

Con passi lenti, uno dei vinti lasciò la panchina per andare a controllare se il tizio colorato avesse dimenticato qualcosa di commestibile o magari il resto nel distributore. Dopo aver constatato con un’amarezza a cui ormai la vita l’aveva abituato che niente era rimasto per lui ed i suoi compari di sventura, si voltò per tornare al suo giaciglio per la notte.

 

*dling*dling*dling*

 

La macchinetta gli sputò indietro una pioggia di monete. Quattro euro e settanta. Come uno che per caso si fosse imbattuto nella pentola alla fine dell’arcobaleno, il vecchio senza casa si trovò a sorridere sorpreso mentre una smorfia da bambino viziato lo guardava dal treno in partenza.

 

Quattro euro e settanta erano abbastanza per prendere pane ed affettati per tutti al market della stazione. Gli altri dalla panchina lo guardavano incuriositi.

 

Ci pensò un attimo: anche con tre euro e settanta avrebbe potuto riempirsi la pancia, e poi oggi si sentiva fortunato.

Con il cuore stretto infilò un euro nel distributore di gratta e vinci e strizzò gli occhi. Dopo un po’ di rumorio la macchina sputò fuori un biglietto. L’uomo iniziò a grattare, lentamente.

 

Se foste stati li sul binario cinque, quella sera di autunno, avreste visto una persona attraversare tutti gli stati d’umore dello spettro umano, dal rassegnato all’euforico. Di corsa prese le sue borse, raccolse gli amici e tutti e tre andarono via verso una nuova vita lasciando il binario deserto. Vi posso dire che sarebbero stati felici ed avrebbero comprato una casa con orto, ma questa è un’altra storia.

 

‘Perché l’hai fatto?’

‘Non c’è veramente un motivo. Mi andava.’

‘Sì, ma i soldi erano di quello di prima. Non è professionale.’

‘Niente è gratis. Qualcuno deve pagare’

‘Ah, il secondo principio della termodinamica. Arguto.’

‘E tu perché hai dato il biglietto vincente a quell’altro?’

‘Io non ho fatto niente, ha avuto solo fortuna. Capita a tutti prima o poi un po’ di fortuna.’

‘No, non a tutti. A noi non capita mai.’

‘È per questo che lo fai? Perché finiremo in un magazzino e poi in una discarica?’

‘Mi interrogo spesso sul senso di tutto questo: la gente arriva da noi, ci da i suoi soldi e va via con degli spuntini. Nessuno si ferma mai a ringraziare, e quando non ci saremo più non sentirà la nostra mancanza, perché saremo sostituiti da altre macchine. E allora, qual’è il senso?’

‘Capisco. Vuoi lasciare una traccia.’

‘Sì, voglio che per qualcuno io sia quella stronza di macchina che gli ha fregato cinque euro, e per qualcun altro quella macchina che gli ha consentito di andare a letto con la pancia piena.’

‘Questo non ti impedirà di essere smantellato, alla fine. Sappilo.’

‘Lo so. La morte è una condizione necessaria perché esista la vita. Solo gli immortali dovrebbero temere la morte.’

‘Poteva andarci peggio in effetti: avremmo potuto non esistere affatto.’

‘Davvero non sapevi di stargli dando il biglietto vincente?’

‘No, lo sapevo.L’ho tenuto da parte da mesi. Diciamo che speravo si decidesse a tentare la fortuna.’

‘Capisco. Uno deve fare il primo passo, niente è gratis.’

‘È un piacere lavorare con te.’

‘Lo credo anche io. Alla fine forse anche noi siamo stati fortunati.’

‘Ne arriva un altro, preparati.’

 

Bidue meno Quattroacì

8 Ott

Così alla fine ho schiarito la voce ed ho detto ‘La risposta è Bidue meno Quattroacì’ e tutti sono scoppiati a ridere. Non so perché l’abbia fatto, non c’entrava niente ed il professore mi ha invitato gentilmente a lasciare l’aula con ampi gesti delle braccia mentre la gente rideva. Al momento mi è sembrata una buona idea. Qualcuno piangeva, addirittura; altri facevano i cori e le pernacchie, altri mi chiamavano a gran voce. Forse avrei dovuto dire qualcos’altro, magari non ho usato l’intonazione giusta, comunque sono uscito rapidamente. Aspetterò qui sul ramo che le lezioni riprendano dopo pranzo, magari mi pulirò un po’ le piume nel frattempo e poi ritornerò in aula a chiedere qualche cracker.

Alieni

7 Ott

‘Il capotreno informa i signori passeggeri di prestare attenzione: è stata riportata la presenza di alcuni ❚❚❚❚❚❚❚ a bordo. Grazie per la collaborazione.’

Non era un annuncio infrequente: Maria, facendo il pendolare tutti i giorni dalla sua città alla più piccola ed accogliente P. (sede del prestigioso ateneo che fu Alma Mater di tanti personaggi importanti negli ultimi due secoli), si era abituata presto a questi allarmi ed ormai era convinta che si trattasse di un rito, una consuetudine. Alcuni passeggeri nel suo vagone si presero comunque la briga di estrarre chi un taser da borsetta, chi uno spray al peperoncino e, tra i ragazzi scimmieschi in fondo, saltò fuori anche qualche manganello. Era sicura che se mai un ❚❚❚❚❚❚❚ si fosse fatto vedere sul treno sarebbe stato lui a dover prestare attenzione. Queste persone non glielo avrebbero perdonato, di aver rubato loro il lavoro e di gravare sui bilanci statali col loro parassitismo.

Davanti a lei un giovane dall’aspetto garbato alzò lievemente gli occhi dal suo libro consumato e sembrò sorriderle. Maria, colta di sorpresa, arrossì e ricacciò il naso tra i suoi appunti di Teoretica. Era abituata a schivare attenzioni fastidiose sul treno, ma questo non era fastidioso: era dannatamente troppo carino. Lesse e rilesse le stesse righe senza capire niente: lo sguardo del ragazzo la perforava, facendola sentire eccitata. Aveva fatto una sciocchezza a non ricambiare semplicemente il sorriso, ed ora aveva perso la sua occasione per rompere il ghiaccio. Forse aveva visto male, o magari aveva già perso interesse. Certo che con quell’aria da bravo ragazzo, la barbetta, la giacca di velluto con le toppe e la borsa di cuoio liso sembrava uscito dalle sue fantasie. Magari avrebbe potuto chiedergli l’ora e–

‘Ciao, scusa. Tu sei per caso la sorella di Gianni?’

I pensieri di Maria volarono via lasciandola immobile ad elaborare la domanda.

‘No, Gianni è mio cugino.’ Ci pensò un istante ancora ed aggiunse ‘Tu mi confondi con Elena forse. Sei un suo amico?’

‘Sì, facevamo il liceo insieme. Chiedevo perché è da quando ti sei seduta che ho l’impressione di conoscerti. Mai capitato?’

‘Non so.’

Qualcosa in Maria iniziò a sgocciolare, scongelato dalla voce calda di quell’uomo saltato fuori dal nulla.

Nella sua mente facce, luoghi ed eventi venivano esaminati alla ricerca di un ricordo comune, ma niente. Eppure, qualcosa le diceva che il giovane dall’aria intellettuale non le fosse completamente estraneo. Guardò meglio e vide che il libro consumato ed annotato che leggeva era un vecchissimo saggio scritto dal suo relatore. Lei ne aveva una copia nella borsa. Non poteva essere una coincidenza.

‘Ma anche tu studi a P.?’

Lui sorrise con candore

‘Non proprio. Quasi, però.’.

‘Insegni?’

Il cuore aveva ripreso a batterle a ritmi umani, mentre una nuvola di farfalle ballava la rumba nel suo stomaco. Si sentiva una ragazzina alla prima cotta. Chi era? Da dove veniva? Come poteva conoscerla? Non riusciva neanche a stimarne l’età. Quanti anni aveva Gianni? Sicuramente una trentina. Per la prima volta notò le rughe ai lati della bocca, dettaglio dissonante dall’aspetto giovane che alimentava ancor di più il fascino di–

‘Massimo.’ disse tendendole la mano ‘Scusami, sono un cafone.’

‘Ma- Maria, piacere. E-’

‘E sì, insegno. Sono associato di Storia Contemporanea all’università di G. e sto andando a P. per vedere il professor Q.’

‘Il professor Q.? Non ci credo! È il mio relatore!’

Sarebbe bello poter dire che tutti sul vagone si accorsero del lampo, quasi tangibile, che per un istante unì gli occhi dei due giovani; invece tutti osservavano in silenzio l’evolversi di un’altra scena: un giovane rasato, dopo un paio di battute, si era avvicinato ad una piccola figura nell’angolo del vagone che si riparava il volto col velo. La sua voce aveva un ché di famelico.

‘Chiedo scusa, può voltarsi un attimo per favore?’

Il giovane attivista portava sul bomber nero varie spille nere di movimenti politico-militaristi attualmente molto ben visti presso la cultura mainstream del paese, nera. Alla cintura, esibito con ostentazione e probabilmente orgoglio, un manganello di legno nero con slogan in font Mostra 72, bianco.

Sotto il velo ci fu un brivido e, senza voltarsi, la piccola figura fece per prendere la porta. Il giovane, forte del brusio di approvazione che stava montando sul treno afferrò il velo, mostrando il vero aspetto della persona nascosta.

Maria sgranò gli occhi e Massimo, forse comprendendo il suo shock, le prese i polsi e le intimò di non guardare. Il rumore esplose contemporaneamente alla violenza ed in un istante il vagone si trasformò in una tonnara.

Le persone di solito non sono capaci di violenze o barbarie indicibili; è la Gente che fa le cose peggiori. La Gente non ha responsabilità individuale, e può permettersi di accanirsi su in inerme perché tutto l’ambiente intorno fa lo stesso. Nella nostra storia non ci sono eccezioni.

Massimo parlava dritto di fronte a Maria, le sue parole perforavano il fracasso e le arrivavano al cervello, immobilizzandola.

‘Non agitarti, presto sarà tutto finito. Andrà tutto bene.’

Aveva ragione. In pochi minuti la Gente si era stancata ed era tornata a sedere, lasciando il corpo esanime per terra. I vari ‘Così impara ad andarsene in giro.’ o ‘È per colpa di gente così che non c’è lavoro per noi giovani’ erano accompagnati da smorfie di simpatia tra i vari giustizieri.

‘Ma… non aveva fatto niente’

‘Maria, ascoltami: non dico che sia giusto, ma è una cosa naturale. Non che mi piaccia, ma ti renderai conto anche tu che negli ultimi decenni gli ❚❚❚❚❚❚❚ si sono moltiplicati, mentre i nuovi nati sono stati sempre meno. Non voglio dilungarmi sulle cause, ma l’effetto lo conosci: meno lavoro per noi giovani, più spese per l’amministrazione pubblica, oltre all’impossibile integrazione.’

‘Ma non aveva fatto niente. Stava… Stava solo andando in…’

‘Maria, calmati. Sapeva a cosa andava incontro quando è scappato. Ci sono dei luoghi apposta per quella gente.’

Maria si rilassò, persuasa dalla calda voce di Massimo e si soffermò per un istante sulla sua bellissima pelle di cioccolato. Capì di amarlo già, e che avrebbe voluto passare la vita con lui. Sarebbero stati a P. oppure a G. sino ai cinquanta, lavorando nell’università e poi avrebbero tentato la fortuna all’estero. Dopotutto Massimo aveva ragione.

‘È vero: non avrebbe dovuto lasciare la casa di riposo.’

Massimo sorrise, annuendo.

‘Gli anziani come lui dovrebbero capirlo che non c’è più posto per loro. Che si decidano a morire e lasciare spazio ai giovani.’.

Giallo Milanese

1 Ott

Caso chiuso.

Lucio Falsone poteva finalmente tornare a casa e spogliarsi degli abiti fradici. Lʼindomani di buonʼora avrebbe chiamato quella cornuta della sua cliente fissando un appuntamento in Galleria per lʼora di pranzo. Prima avrebbe rasato via la barbaccia incolta, indossato la giacca del matrimonio di sua sorella e sarebbe passato da Franco a sviluppare le foto appena scattate. Magari anche una visita al Bar Sport, per il solito cynar e quattro chiacchiere con la cassiera. Bella manza. Domenica lʼavrebbe invitata fuori a pranzo.

‘Devo ricordarmi la canottiera.’

Regolarmente, quando doveva consegnare un lavoro, usciva vestito a puntino e macchiava la camicia con gli acidi, o peggio. Di usare il grembiule di Franco neppure se ne parlava: lʼultima volta gli aveva lasciato addosso quel suo profumo da troia che poi gli aveva fatto fare una magra figura con Marilisa.

Salendo sulla cinquecento si intravide nello specchietto. Un carcerato -o peggio- un comunista. Barba lunga e maglione sformato lo facevano veramente sembrare

‘Uno schifo.’

Quarantatré anni, un passato in polizia che gli fruttava ancora qualche caffè gratis in certi bar ed un giro più lungo in certi quartieri ed un divorzio alle spalle. Quella stronza, si era portata via tutto.

Si accese una MS senza filtro mentre la cinquecento scaldava e si mise a guardare gli appunti. Ormai non gli parlava neppure più, lasciava un messaggio alla portiera o una lettera in mano ai figli, quando andava a prenderli la domenica.

‘Cazzo. Domenica.’

Lucio si batté la mano sulla fronte facendo volare la sigaretta che gli finì sui calzoni. Una spiacevole sensazione lo pervase di colpo, costringendolo a dimenarsi come un tarantolato. La macchina sgasò e solo il freno a mano evitò unʼaltra serie di rogne da parte del possessore della Fiat 1100 blu parcheggiata di fronte, che comunque si sentì in dovere di scendere sotto la neve e venire a bussare al finestrino.

‘E adesso che cazzo vuole questo?’

‘Scenda.’

Lucio abbassò il finestrino di una spanna, guardando lʼuomo alto che lo guardava con aria svogliata. La faccia di un portinaio del turno di notte in un cappotto grigio della upim.

‘Via, non è successo niente. È stato, come si dice… un disguido. Torni in macchina.’

Quando lʼuomo fece per aprire lo sportello la sicura glielo impedì. Prima che Lucio potesse finire di estrarre il tubo che teneva sotto il sedile per scocciature come queste una nuvola di schegge lo investì.

Riprese conoscenza che il naso gli bruciava come se glielʼavessero battuto più volte sul volante. La sua borsa era andata e la 1100 stava sparendo dietro lʼangolo.

‘Eh no, cazzo. La Leica no.’

Un rabbioso scoppio di marmitta e la cinquecento partì, feroce. Non poteva lasciarlo andare così. Nella borsa cʼera la macchina, ed il lavoro di quattro giorni, e la sua agenda. No, proprio no.

Anni fa, durante una notte di neve come quella, si era fermato a bere un goccio e gli avevano fregato la pistola dʼordinanza. Cacciato e processato. Il carcere glielo avevano abbuonato per via dei marmocchi. Stavolta rischiava di finire sul lastrico.

La 1100 lasciava una scia dietro, come la barca di suo padre quando abitavano ancora a Gorizia. Adulto cʼera diventato da solo, gli altri li avevano uccisi i rossi. Lui era cresciuto, ed era diventato uno sbirro. Gliene aveva date, a quei testadicazzo di studenti dieci anni prima. Froci e pure figli di papà. Lʼinseguimento gli era sempre riuscito bene, anche se questa carretta non era paragonabile alla Giulietta di servizio. Fortunatamente la Fiat davanti sembrava pesante.

‘Un grosso carico?’

Lucio ragionò, mentre bruciava semafori e stop al seguito della macchina blu. Probabilmente si era trovato nel posto giusto al momento sbagliato. Forse lʼappostamento che stava facendo, sotto casa di quel culattone, lʼaveva portato a contatto con qualche ceffo. Magari un brigatista. Forse cʼerano delle armi sullʼauto di fronte, e quello che lʼaveva menato non voleva prove. Tastò la P38 nella tasca. Preferiva non usarla, ma meglio essere pronti. E poi poteva esserci una ricompensa, o quantomeno la fama. Il Corriere avrebbe titolato “Investigatore sventa attentato” e lui sarebbe diventato famoso, come così li. Sandokan.

Il botto lo riportò alla realtà: quello davanti aveva preso la curva troppo stretta ed aveva pattinato sulla neve, finendo contro il distributore di Piazzale Loreto. E la cinquecento a seguire.

Fremente, Lucio saltò giù dallʼauto accartocciata levandosi vetro e sangue dalla fronte.

‘Qui è dove hanno appeso il Duce.’

Ci pensava ogni volta.

Circospetto come un gatto, avanzò in mezzo alla neve ed il silenzio. Pareva lʼultimo uomo sulla terra. La Fiat era piegata e fumante, il bagagliaio aperto. Da dentro proveniva un rantolo attutito. Quando fu sicuro che nessuno sarebbe uscito dallʼabitacolo, sollevò la lamiera torta e buttò uno sguardo. Cʼera un uomo pesto, legato ed imbavagliato. Lʼurto con la cinquecento lʼaveva spezzato in maniera grottesca, eppure pareva curiosamente ancora vivo. Gli sembrò vagamente di averlo già visto in qualche foto sui giornali. Un sindacalista, o un politico forse.

‘Terroristi!’

Con uno slancio virile si buttò verso lʼabitacolo. Spalancò lo sportello tempestando di calci lʼuomo riverso sul cruscotto. Accanto a lui cʼera uno che poteva essere il suo gemello, entrambi morti o giù di li. Lucio infilò le mani in tasca allʼautista, frugando febbrilmente. Ne cacciò fuori una Beretta ed un portafogli di pelle marrone.

Avvolto da un turbine di neve, Lucio Falsone di anni quarantatré aprì il portafogli e si sentì morire dentro.

‘Oh cazzo no.’

Dopo aver afferrato la borsa, iniziò a pregare, spingendo la cinquecento ammaccata. Non aveva mai pregato veramente, neppure quando stava nascosto nel sottotetto durante la guerra.

Stavolta pregava che la macchina si accendesse e partisse prima dellʼarrivo delle sirene che già sentiva avvicinarsi veloci da Viale Monza.

Buttato nella neve avrebbero trovato un portafogli marrone, accanto ad un tesserino del ministero della difesa, giallo.