Archivio | novembre, 2010

Novembre 2006

29 Nov

John insiste

‘Dovresti dirglielo, prima che sia tardi. Fallo oggi. Ora.’

John è uno scacchista del dipartimento di Matematica. Significa che passa buona parte della sua giornata nell’aula studenti, che se non l’avete mai vista significa che non siete mai stati veramente a P.

‘È difficile, John.’

‘Stronzate.’ mi corregge garbatamente.

‘Tu dici che dovrei andare li, magari in mezzo a tutte le sue amiche durante l’aperitivo e…’

‘E dirglielo. Semplice.’

Lo guardo con perplessità: non riesco a convincermi che possa funzionare, e soprattutto non credo di essere capace di fare una cosa del genere.

‘Magari potrei aspettare un altro po’. Tipo la prossima festa e vado li e…’

‘E non farai niente. Ti conosco.’

Mi conosce, da sempre.

Abbiamo fatto tutte le scuole insieme, spesso abbiamo diviso lo stesso banco. Lui ha sempre avuto un’aria affascinante: brutto, ma con orgoglio. Nero, incazzato col mondo, sempre pronto a farsi valere. Quando magari venivano a romperci il cazzo quelli più grandi lui forse le prendeva, però ne puntava uno e lo riduceva in condizioni penose e gli altri capivano. Come un animale, con la furia di chi è attaccato alla vita con gli artigli. Ecco il mio amico. Non lo cambierei per nessuno al mondo.

‘Forse farò come dici. Sì.’

‘Bene. Ora gioca.’

Muovo il cavallo in C 6, lui lo mangia in un lampo e mi guarda da sopra gli occhiali tipo Gendo Ikari, incrociando le dita.

‘Matto. Bravo.’

‘Un’altra?’

‘Forse dovrei studiare, ora.’

Intorno a noi ci sono le solite facce dell’aula studenti. C’è il musicista underground, quello che sembra un boscaiolo pazzo, quello che legge spartiti di Bach e sorride contento, quella bella brava e figa sogno bagnato di tutti tranne che me (mi sta un po’ sul cazzo la perfezione), e poi ci sono io che studio Ingegneria e voglio fare i robot e sono alle prese con un problema più grande di me.

‘Birra in vettovaglie?’

John guarda l’orologio e fa una smorfia che significa “se a mezzanotte non sei ancora riuscito a studiare, molla tutto e vai a bere” e prende il cappotto.

È il novembre del 2006 ed indosso una giacca di pelle ed un maglione a righe gialle e nere, come Sting vent’anni prima. La gente ci guarda passare e non capisce. Non so bene cosa non capisca, però ci guarda come se ci fosse qualcosa di sbagliato, in me e lui che camminiamo insieme.

‘Eccola li’ mi fa appena arrivati in Vettovaglie.

‘Oddio che faccio?’

‘Fai quello che vuoi, io vado a prendermi un whiskey in Macelleria.’

Io lo guardo e capisco che se non ci parlo perderò una  porzione della sua stima e l’occasione della mia vita; dall’altra so che se vado, e mi va bene, gli avrò spezzato il cuore due volte. Un po’ perché in fondo quella stronza che mi fa battere il cuore piace pure a lui, un po’ perché è da quando ho avuto le prime mestruazioni che mi si vuole fare. Me l’ha detto, dieci anni fa.

Rimango un po’ perplessa in mezzo alla folla, poi prendo coraggio e mi faccio avanti.

Disappunto

29 Nov

Simone sedeva paralizzato nella penombra dell’aula studio, in mezzo a decine di persone intente a scrivere, studiare, migliorarsi.

 

Il rumore del condizionatore faceva da sottofondo al brusio delle matite poggiate, dei tasti premuti, delle gole schiarite e di tutti quei rumori che caratterizzano l’attività umana di apprendere mediante sudore e soddisfazione. Simone si sentiva completamente tagliato fuori: la paura di fallire gli impediva di intraprendere una qualunque azione. Studiare? A che pro? Tanto poi tutto sarebbe andato male.

 

Il telefono si mise a vibrare. Mise giù senza rispondere. Come ogni giorno era suo padre che gli chiedeva se si fosse laureato. Ovviamente quello che avrebbe voluto dire era “quando ti laurei, figlio mio, che sono anni che rimandi?”, ed invece la buttava sul ridere per non affrontare veramente il problema. Aveva sempre fatto così, ed alla fine sua madre l’aveva lasciato per un uomo senza senso dell’umorismo ed un ottimo senso pratico.

 

Simone abitava con tre persone di cui sapeva poco. Angela era una matricola un po’ troia, passava un sacco di tempo a divertirsi e portava a casa gente sempre diversa. Quest’anno aveva dato tutto al primo appello e niente sotto il 28. Michele faceva ingegneria elettronica e lavorava in un’azienda. Aveva i suoi ritmi e non voleva che gli si rompesse le palle con l’università dato che “me la pago io, me la gestisco come voglio”. Raul era un erasmus di uno di quei paesi del cazzo. Per lui P. era il paradiso e seguiva corsi apparentemente a caso senza capire un cazzo, ma era felice. Tutti erano felici, tranne lui. Stronzi.

 

Da bambino era stato brillante, geniale forse. Crescendo era stato introverso prima ed esuberante dopo ed aveva raggiunto anche un po’ di popolarità con il suo gruppo punkrock al liceo. Il problema era stato il cambio di città, dove non si era mai trovato veramente a suo agio. Troppo sveglio per certi giri, troppo bravo ragazzo per altri. Il problema era che non riusciva a vivere con leggerezza, ed il peso della vita lo teneva giù.

 

‘Scusa, è libero quel posto?’

‘Eh?’

Una ricciolina dall’accento calabrese e gli occhi giganti lo scrutava come se la risposta fosse scontata e la domanda una formalità, in attesa di colonizzare l’altra metà del tavolino.

 

‘Uh, si cioè, prego.’

 

La graziosa si sedette spalmando i suoi quaderni sul tavolo, invadendo (fastidiosissimamente) la metà ideale del tavolino.

‘Ma che cazzo ci sto a fare qui?’

Si chiese il nostro depresso amico.

‘Ah, se non lo sai tu…’

Gli rispose lei en-passant. Senza accorgersene aveva parlato a voce alta facendo girare tutti i presenti. Qualcuno in fondo alla sala gli fece eco, altri risero. Simone rimase impassibile e gelido, finché il brusio degli studenti non riprese la normalità. Aveva i nervi a fior di pelle ed era completamente dissociato dal suo contesto. Forse avrebbe dovuto-

‘Caffè?’

Era la ricciolina, che gli sorrideva. Simone spense il cervello e rispose

‘Ma sì dai, andiamo.’

Tanti anni dopo avrebbero raccontato di quell’incontro e di come lui all’epoca non stesse bene e non avesse ancora capito il senso della sua vita; di come dalla situazione di disagio più nero può venir fuori qualcosa di buono, basta saper dire si al momento giusto.

 

E niente, questa storia finisce bene. Fanculo, stronzi.

 

La Storia dei Vincitori

26 Nov

‘Un’ultima domanda prima di andare a posto.’

Filippo sentì il sangue gelare. Sinora l’interrogazione gli era andata abbastanza bene, ma gli aveva chiesto già tutto quello che c’era da sapere e non aveva proprio idea di cosa la professoressa R. potesse volersi sentir dire.

‘Hai mai sentito parlare della Torre di Pisa?’

Dopo alcuni secondi di vuoto e terrore, Filippo prese a parlare senza prendere fiato.

‘La Torre Pendente di Pisa, o Campanile di Santa Maria -Santa Maria qualcosa-’

‘Assunta’ aggiunse la professoressa facendo cenno di andare avanti.

‘- era il simbolo della città toscana sede del famoso Aeroporto Galilei, progettato dal-’

‘Concentrati sulla torre, all’aeroporto arriviamo dopo.’

‘dicevo, simbolo della città toscana. Costruita durante il XIII secolo è arrivata pressoché intatta fino gli inizi del XXI quando venne abbattuta durante una rivolta dei Baroni contro l’imperatore Cesare Berlusconi I. L’evento della caduta della torre è una delle prime testimonianze di giornalismo digitale di cui abbiamo traccia, grazie anche alla notevole risonanza mediatica avuta in tutto il mondo.’

‘Bene. Ti ricordi come andarono i fatti?’

‘Beh, sul libro non c’era…’

‘Suvvia, hai sicuramente visto il film per il corso di Italiano.’

‘Ah! ‘Eravamo Carmignani? La scena in cui la folla di studenti assalta la torre dando fuoco ai negozi e picchiando i pensionati?’

‘Esattamente. Sai che è basato su una storia vera si? Ecco, la scena in cui i ragazzi salgono sulla torre e si mettono a battere tutti insieme i piedi e poi la torre crolla, è andata esattamente così.’

Una voce si alzò dal fondo dell’aula. Era Elisabetta, quella comunistella che aveva sempre da obiettare su qualunque cosa.

‘Professoressa, ci sono voci che dicono che in realtà la torre sia stata fatta demolire da forze vicine al Palazzo per dare poi la colpa a studenti e Baroni e velocizzare la distruzione dell’università, che allora era pubblica.’

‘Ci sono anche voci che dovrebbero stare zitte mentre interrogo, signorina S.’

Elisabetta S. strinse gli occhi come se volesse disintegrare la vecchia zitella in cattedra, poi si rimise a modellare sulla sua olotab, borbottando. Vecchia stronza.

‘Benissimo. Vedo che hai studiato e sei affine alla linea di pensiero ufficiale. Ti do un bel 9, paghi contanti o carta?’

Reality Show

22 Nov

Dopo un’abbondante colazione a base di pane e burro, Giovanni e Sara si recarono all’esecuzione capitale.

Piazza dei Cavalieri era gremita dell’abituale folla della domenica mattina, più che altro gente dei paesi vicini in città per il mercato degli orrori. Già da tempo le esecuzioni non suscitavano più quel fascino dei primi tempi e la gente di città preferiva passare il giorno libero a riposare sulle rive del fiume o in campagna ad arrostire.

‘Guarda, sta arrivando il carro!’

I bambini erano gli unici a conservare il genuino buonumore alla vista dei condannati. Giovanni ci pensava spesso: i nuovi nati non avevano mai visto un frigorifero in funzione -o la televisione- e non gliene poteva fregare di meno. Per loro i racconti dei grandi erano solo racconti, niente di diverso da Robin Hood o altre storie. Nel giro di una o due generazioni tutte le vestigia del passato sarebbero diventate leggenda. Un nuovo medioevo.

Per lui era diverso: lui ricordava suo padre al computer, i film ed i cartoni animati e le giostre. Era anche stato su un aereo, e spesso in treno. Sara aveva ricordi più sbiaditi: era più giovane di qualche anno, anche se in quanto a maturità probabilmente lo superava. Era nata quando le bombe avevano iniziato a cadere, rimasta orfana quasi subito. I suoi l’avevano adottata che avrà avuto si e no quattro anni e da allora era cresciuta forte e fiera.

I condannati vennero fatti salire sulle scale del palazzo, dove tutta la folla poteva vederli. Un drappello di guardie circondava la scala tenendo a bada i curiosi. I tre esecutori controllavano il funzionamento della forca, mentre il capitano si aggirava con aria grave in attesa di dare il via. Giovanni sorrise a Sara e lei gli mandò un bacio, poi rimasero a penzolare nel vuoto.

Amici d’Infanzia

22 Nov

Quando ero piccolo mi regalarono uno gnomo. Era grazioso, col suo berretto rosso, la casacca blu e la barba. Lo tenevo in una gabbietta di metallo e legno, con dentro dei mobili del suo formato presi in prestito alle bambole di Cinzia: un letto, un tavolo, una scatola per le provviste e così via. Per fare il bagno usava una vecchia tazza di porcellana, e nella sua piccola libreria avevo messo dei libricini tascabili che avevamo trovato ad un mercato di cianfrusaglie.

Era così piccolo che come lenzuola usava dei fazzoletti ricamati e come coperte delle sciarpe di lana tagliate. Cinzia gli aveva fatto dei vestiti su misura, ma lui continuava a preferire i vestiti con cui era arrivato.

 

Al ritorno da scuola mi piaceva molto correre su in camera e stare a guardare il mio amico gnomo agitarsi e cercare di comunicare. Gli avevo anche messo una ruota da criceti, nella quale però non correva se non spronato. Ricordo che aveva il terrore di Nerone, e se per caso facevo finta di lasciarlo solo nella stessa stanza col gatto si metteva a sbraitare ed agitarsi finché non tornavo. Che buffo.

 

Una volta aveva rubato una matita che avevo dimenticato in giro. Con pazienza l’aveva affilata e nascosta sul fondo della gabbia e poi, una notte, l’aveva usata per scappare. Ci aveva allargato le sbarre e se ne era anche servito come lancia per tenere a bada Nerone. È stato nascosto per tre giorni, poi l’abbiamo ritrovato nei pressi dell’ingresso. Mi sono molto arrabbiato e gli ho detto che non eravamo più amici, l’ho spogliato e chiuso in un barattolo.

 

Mio padre lo scoprii quasi subito, comunque, e si arrabbiò molto. Disse che non ero abbastanza maturo per avere un animale domestico, che certe responsabilità non vanno prese alla leggera, poi mi mandò in camera senza possibilità di ribattere. Credo l’abbia liberato in giardino, vicino a dove l’avevamo trovato.

 

Non ho mai più visto uno gnomo, fino all’altra notte. Erano tanti, tutti accostati alle finestre, guardavano dentro casa. Non posso addormentarmi.

 

Una Storia Comune

18 Nov

Era rimasto a guardare tutto il giorno il cadavere appeso di suo cugino.

Quando erano stati svegliati, verso l’alba, non sapevano cosa sarebbe successo. Avevano diviso la stessa gabbia per tre giorni, dopo esser stati catturati nella loro fattoria.

Secondo quale criterio fosse stato risparmiato non gli era dato saperlo, comunque aveva assistito impotente alla cattura. Suo cugino era stato atrascinato strepitante fuori dalla gabbia, con forza bruta ed un certo gusto.

L’avevano legato con una cinghia di cuoio e fatto sdraiare su una tavola di legno. Urlava, ma quelli non ascoltavano. Erano abituati, sicuramente, a non dar peso alle urla.

La scena si era svolta davanti ai suoi occhi terrorizzati. Non si erano neanche presi la briga di recarsi in un’altra stanza. Uno lo teneva fermo per il collo mentre l’altro sceglieva con cura uno strumento orribile tra quelli appesi al muro, poi iniziarono.

Suo cugino si dimenava ed al primo colpo la testa non si staccò del tutto. Il sangue schizzò a pressione sui due carnefici che iniziarono a bestemmiare nel loro incomprensibile linguaggio. Quando quello che lo teneva fermo dovette scostarsi il sangue dalla fronte, mollando per un attimo la presa, il poveretto si tirò di scatto e si mise a correre per la stanza, con la testa a penzoloni. Gli era arrivato quasi di fronte, prima che cascasse esanime e lo prendessero per i piedi per finirlo.

Ora stava li, appeso davanti alla parete a vetri, completamente nudo e con un gancio nel petto.

Ogni tanto qualche passante si fermava a guardarlo.

‘Mamma guarda, c’è un tacchino vivo, lì nella gabbia!’

Papà

16 Nov

‘Lasci che anche il fotografo le faccia i complimenti: sono cinquant’anni che assisto a lauree e la sua è stata la più bella di tutte. Brava.’ mentì il vecchio con la reflex.

La neodottoressa ed il suo pigolante seguito lasciarono il cortile della sede storica dell’Università di P. alla volta di un bar alla moda dove parenti ed amici sarebbero rimasti gruppi disgiunti. Avrebbero brindato, fatto e ricevuto telefonate e tutto sommato sarebbero stati bene. Qualche gruppetto di colleghi dell’università avrebbe fatto capannello spettegolando su quello zio dall’aspetto buffo (un serial killer?) e quella cugina particolarmente gnocca (single?) poi la festeggiata sarebbe andata a casa a cambiarsi (tirare di coca?) e tutti si sarebbero rivisti per cena in un locale in centro, dove una partita di pesce oceanico al mercurio li avrebbe condannati tutti a morte o quasi.

Il vecchio fotografo smontò con gesti esperti la sua macchina e la ripose nella borsa con gli altri attrezzi. Ancora una volta, lasciando per ultimo il cortile illuminato dalle lampade al sodio, ebbe la piacevole sensazione di aver portato a casa la giornata. Amava l’autunno e soprattutto amava l’aria frizzantina della sera.

Da giovane si sarebbe subito buttato in camera oscura a sviluppare il frutto del suo lavoro, magari con Verdi in sottofondo. Non si era mai perso una laurea in Aula Magna ed aveva ritratto innumerevoli rettori, presidi e visitatori ufficiali. Aveva visto alcuni professori ed impiegati arrivare all’università e gli aveva fatto la foto alla festa di pensionamento. Per alcuni studenti era La Memoria Storica, per altri Il Vecchio Pazzo con la Vespa d’epoca.

Arrivato a casa, sua moglie lo accolse con un bacio.

‘Come è andata oggi, tesoro?’

‘Molto bene, come sempre. Vieni in studio che ti mostro le foto.’

Tenendosi per mano i due scesero nel seminterrato adibito a studio. Infilata la compact flash nel lettore, in pochi minuti ebbero le foto calde di stampa tra le mani.

‘Oh, che bella signorina. Com’è andata?’

‘È quella bionda? Fammi vedere il taccuino.’ con gesto esperto tirò fuori un piccolo quaderno dalla tasca e con una solennità esagerata e lanciando qualche occhiata durante le pause, lesse

‘Francesca Longobardi, Filosofia, 109/110. 16 Novembre 2010 – Buona discussione, commissione ostile per motivi politici.’

‘Segno?’

‘Segna, segna. Grazie.’

‘E questo chi è?’

Dopo aver osservato un po’ la foto, riprese il quadernino e lesse

‘Dario Fasani, Filosofia, 100/110. 16 Novembre 2010 – Discussione incerta, tesi tirata via. Sembrava contento, forse non si aspettava molto di più. Fidanzata incinta in prima fila.’

Guardarono un altro po’ di foto, annotando i dati di ogni candidato dietro la propria foto alla cattedra, poi risalirono le scale e raggiunsero il grande salone.

‘Dove li mettiamo questi?’

‘Direi vicino al camino, insieme agli altri di quest’anno.’

Su tutte le pareti della grande sala c’erano appese, ben allineate, centinaia (migliaia?) di foto. Tutti i laureati di cinquant’anni.

Di primo impatto colpiva il gradiente dal bianco e nero ai colori vividi, poi le pettinature e l’abbigliamento. Solo le espressioni erano sempre le stesse tre o quattro, categorizzabili in quelli sicuri e feroci, quelli spaventati e quelli rassegnati. Ciscuna delle foto ritraeva il candidato di fronte, dal punto di vista della commissione sempre dallo stesso punto di vista.

Ogni tanto Lucio e Monica si fermavano a guardarle. Qualcuno l’avevano poi visto in televisione: politici, professori, scienziati; altri erano morti, qualcuno era stato in prigione, altri ancora avevano iniziato ad insegnare e si erano trovati dall’altra parte della cattedra in Aula Magna.

Solo uno spazio vuoto spiccava sul muro, tassello mancante di un mosaico.

Lo sguardo di Monica cadde proprio li. Lucio se ne accorse e l’abbracciò, come aveva fatto altre mille volte.

‘Tesoro mio…’

‘Era così giovane. Non è giusto.’

Lucio rimase zitto, mordendosi un labbro. Di tutti i dottori di cui aveva fatto un ritratto nel loro giorno più importante, nessuno l’avrebbe mai chiamato papà.