Lettere dal fronte – I

21 Gen

Cara Madre, Signor Padre,

molto tempo è trascorso dall’ultima mia, e me ne dolgo.
Spero che Voi ed i miei fratelli stiate bene, e che la faccenda di cui mi scriveste riguardo l’eredità dello zio E. sia volta per il meglio.

Poche notizie arrivano qui al fronte, e spesso così inverosimili da apparire se non propaganda di mistificatori nemici, quantomeno frutto di grossolani errori di comunicazione.
Non posso credere che il nostro Primo Ministro si intrattenga con le meretrici e folleggi senza ritegno mentre la gente è allo stremo per le spese di guerra.

Non posso dilungarmi né raccontarvi ciò che accade qui a causa del segreto militare, vi basti sapere che io sto bene; alcuni mesi fa sono stato ferito durante un’azione ed ho trascorso molto tempo in ospedale, ma i medici sono riusciti a salvarmi la vista, seppure il mio braccio sinistro ora sia vapormeccanico. Non piangete, Madre: i migliori chirurghi ed ingegneri del paese hanno messo a punto tutta una gamma di prostetiche meccanizzate che non solo sostituiscono in pieno le funzionalità del meraviglioso organismo umano, ma se possibile le superano: la forza del metallo e la sua impermeabilità al dolore aggiungono valore al cuor del guerriero.

Lo stesso Generale G., gravemente ferito ad una gamba, ora guida le sue camicie non come un mutilato, ma in guisa di superuomo di cuore e acciaio.

Spero in cuor mio di potervi riabbracciare presto in un’Europa pacificata, in una patria libera e serena, senza preoccupazioni per il futuro.
Vi bacio, scriverò non appena di ritorno dalla prossima azione.

Sinceramente vostro,
Antonio.

Annunci

Miti del passato

18 Gen

Palinsesto non era mai stato contento del suo nome. I suoi genitori, appassionati di mitologia, l’avevano battezzato come il dio messaggero, “Colui che decide quale messaggio degli dei debba arrivare gli uomini”. Insieme a sua sorella Velina ed al piccolo Giansottosegretario facevano un bel trio di nomi ricercati che non mancava di creargli problemi con i compagni di scuola.

Velina, in particolare, non riusciva a prendere più della stretta sufficienza al corso di Pompini, corso fondamentale del suo Liceo Artistico, tanto che la mamma stava pensando di farle cambiare scuola. Non era tanto che non fosse portata, è che la professoressa l’aveva presa in odio -diceva Velina- per una storia di fidanzati rubati e orecchini copiati.

“Palinsesto, piantala di studiare! Vuoi diventare comunista?”

Sua madre era sempre stata preoccupata dalla passione di suo figlio per i libri. Va bene studiare per passare i corsi, ma farlo anche nel tempo libero, soprattutto alla sua età, era veramente un tratto inquietante.

“Ancora un attimo!”
“Poche storie, accompagna tuo fratello a guardare il Grande Fratello”
“Ufff-”

Con malagrazia Palinsesto si alzò, afferrò il piccolo Giansottosegretario per un braccio e senza che questi perdesse il sorriso ebete da bambino del Tecnico Elementare lo trascinò nella piazzetta vicino casa dove era allestita la casa di vetro del Grande Fratello di quartiere. Questo mese toccava al fornaio che si era subito fatto amare con grandi erezioni mattutine e crasse barzellette ai danni del giornalaio di fronte. La folla apprezzava e gli lanciava panini, dolci e qualche frutto dall’apposita fessura.

“Eh ma li prendiamo, siòr capitano”
“Te lo dico io, questi sono gente di qui”

Era un gruppo di guardie della Ronda Comunale. Stavano osservando con fastidio l’ennesima scritta sul muro imbiancato di fresco. Solita matrice, solita firma: una stella a cinque punte.

“Ma cosa l’é che vol dire, siòr capitano sta roba?”
“Ecco, Brisighella, veda di fare il suo lavoro e trascrivere. A queste cose lasci pensare gli ufficiali.”
“Sì siòr capitano.”

Palinsesto li osservò con la coda dell’occhio e sorrise. Poveri bifolchi, non sapevano neanche cosa volesse dire. Non avevano studiato la storia, non conoscevano i grandi movimenti culturali del primo impero. Le grandi opposizioni a Cesare Berlusconi primo e la sua torma di malvagi. Solo lui e pochi altri avrebbero colto, ma gli importava poco: in cuor suo sapeva di essere un eroe, a modo proprio.

“Allora copio tutto, eh.”
“Tutto.”
“Unica Soluzione L’Autoformazione ★”

Miss Baker ed io.

14 Gen

E niente, ora mancano dieci secondi all’accensione del primo stadio e poi su verso l’infinito.

Neanche se potesse vedermi, mia madre capirebbe perché io stia facendo questo. Credo non si sia neppure mai posta veramente qualche problema circa il mio futuro: dove stavamo avevamo da mangiare ed una vita comoda, e probabilmente si sarebbe aspettata che continuassi semplicemente a vivere li. I turisti andavano e venivano e potevo permettermi di passare tutto il tempo libero a gingillarmi con gli altri. Non che fossi veramente felice, ma all’epoca non credevo esistessero alternative.

Un giorno vennero certi signori dell’esercito, uniforme con stellette e tutto il resto. Scelsero me e mio fratello, e prima che potessi realizzare ciò che stava succedendo mi trovai al Centro insieme a tutti gli altri candidati.

L’addestramento per diventare astronauta fu la parte più semplice, il difficile fu passare le selezioni. C’erano tantissime prove psicoattitudinali di ogni tipo, un sacco di pulsanti e meccanismi complicati ed un sacco di concorrenza. E poi bisognava imparare il linguaggio. Solo i migliori ce l’avrebbero fatta, ed io ero il migliore dei migliori.

Mio fratello passò la prima selezione e morì durante una simulazione di accelerazione durante l’ultima fase. Non ne feci un dramma. Forse il suo cuore non resse la lontananza da casa o forse semplicemente non era tagliato per andare nello spazio. Io resistetti ed ottenni il mio posto tra le stelle.

Non so se il mondo tra quarant’anni si ricorderà di me o di Miss Baker qui accanto, né se mia madre ed i miei fratelli potranno essere orgogliosi di ciò che sto facendo, ma io sono felice. Felice perché andremo dove nessuno è mai stato prima e torneremo per raccontarlo. E poi ci saranno le banane.

On May 28, 1959, aboard the JUPITER AM-18, Able, a rhesus monkey, and Miss Baker, a squirrel monkey, became the first monkeys to successfully return to Earth after traveling in space (defined as above 50 mile altitude by the U.S. at the time). Able was born at the Ralph Mitchell Zoo in Independence, Kansas. They travelled in excess of 16,000 km/h, and withstood 38 g (373 m/s²).

Dedicato a tutti gli eroi involontari della conquista spaziale.

Compagn*

12 Dic

Quando le Vulve attaccarono dallo spazio nessuno era pronto.

All’inizio pensammo ad una trovata pubblicitaria, poi quando fu chiaro che i morti non si sarebbero rialzati iniziammo ad aver paura. L’esercito si mobilitò tardi e male, mentre la gente si ammassava nei rifugi sotterranei. Siamo rimasti là sotto per anni.

Non era chiaro se qualcuno fuori fosse sopravvissuto, e ben presto l’argomento smise di essere interessante. Questioni come l’autorità del Supervisore, la gestione delle risorse e degli spazi ed il metodo di voto dell’assemblea divennero quasi subito il tema caldo per gli abitanti del complesso sotterraneo.

Nascosto nelle profondità del monte vicino alla città di P., il laboratorio era nato per ospitare un reattore di nuova generazione progettato per funzionare senza manutenzione per anni, in previsione di future installazioni spaziali.A questo era stato aggiunto un intero modulo abitativo finanziato dall’Agenzia Spaziale Europea per simulare le condizioni di vita in una eventuale base lunare. Erano state costruite serre, sale comuni, piscine vivaio ed impianti di riciclaggio di ogni sorta, tutto alimentato dal reattore.

Pare che quando le cose si misero veramente male, l’Università fosse già sotto occupazione da parte degli studenti per una qualche protesta contro l’attuale governo. Dopo una prima fase di smarrimento, un gruppo guidato da Fisici e Matematici portò tutti gli occupanti sopravvissuti al laboratorio, chiudendosi le porte blindate alle spalle.

Da allora stiamo ancora cercando di capire se le votazioni debbano avvenire per alzata di mano o col metodo del consenso e se sia lecito o meno finire tutti i sostantivi declinabili con l’asterisco per non fare discriminazioni di sesso tra compagn*.

Kebab

8 Dic

Io, mia madre e sua moglie eravamo in prima fila al matrimonio di Sara.

Questo faceva di me ufficialmente l’unico single di casa, oltre che l’unico maschio e l’unico completamente eterosessuale, a parte il pappagallo.

Rocky non era potuto venire alla cerimonia per paura che la cascata di riso lo facesse andare in frenesia (versione ufficiale) e perché non avrebbe smesso per un secondo di ripetere alla fidanzata di Sara quanto fosse gnocca e quanto se la volesse scopare. Quando si esibisce in simili spettacoli a cena facciamo tutti finta di non sapere dove abbia imparato, ma ogni volta è un trauma per me e Sara ed una fonte di imbarazzo per Mamma e Nadia.

Dicono che i matrimoni siano il posto migliore per trovare una partner, una volta che cresci. Quando sei giovane il posto migliore è la scuola, e poi l’università, ma una volta sbarcato sul mondo del lavoro l’ultima cosa che desideri è passare il resto dei tuoi giorni con qualcuno che il tuo cervello associa all’ufficio. Gli unici a fare eccezione pare siano i becchini ed i kebabari, i primi per motivi culturali, i secondi per ferree regole della Gilda.

Avete mai sentito parlare della Gilda dei Kebabari?

Io non ne sapevo niente, sino a poco tempo fa. Poco lontano dal mio dipartimento, nel quartiere San Francesco della città di P., c’è un kebabaro particolarmente piccolo, poco noto e buono. Ci vado a mangiare da quando ero una matricola almeno una volta la settimana ed ogni volta mi accoglie sempre lo stesso Nasir, cordiale ma distaccato. Il suo sguardo è sempre rivolto verso la strada, anche quando sta tagliando o contando i soldi.

Nei primi tempi non ci ho fatto caso, poi mi sono incuriosito ed alla fine, dopo che eravamo finalmente in confidenza, gli ho chiesto il perché.

La storia è una di quelle vicende affascinanti, senza tempo, di chi viene da un luogo esotico. Nasir, che ha un’età indefinibile tra i trenta ed i quaranta, mi ha detto di essere arrivato a P. molto tempo fa. Forse il suo è stato il primo kebabaro della città, ed una volta faceva grandissimi affari. Pare che il suo locale fosse una tappa obbligata per tutti i gruppi punk transitati in città tra gli ottanta ed i novanta e sul muro c’è una sua foto insieme ai Fugazi in tour.

Era fuggito da qualcosa, portandosi dietro l’amore della sua vita.

Erano arrivati a P. e ci si erano stabiliti, poi un giorno lei era dovuta partire, per raggiungere dei parenti malati rimasti indietro. Aveva promesso di tornare presto, di non preoccuparsi. Lui le aveva risposto che l’avrebbe aspettata per sempre, e che l’amava. Non era mai tornata.

Nasir mi raccontò che ai tempi dell’Accademia per Kebabari aveva sofferto mille patimenti, ma non si era mai scoraggiato perché sapeva che ad attenderlo c’era un futuro roseo con la sua amata. Aveva imparato l’arte del fuoco, della lama e del marcanteggiare. Aveva sconfitto innumerevoli avversari alle sfide di kebaberia ed era stato insignito dello spiedo d’argento: migliore del suo corso. Gli era stato detto di restare, e diventare Maestro. Lui aveva rifiutato, ed era dovuto fuggire. Ai Maestri non è consentito sposarsi. Ai Maestri non è consentito amare. Per i migliori c’è solo il Kebab.

Così ho spiegato a mia madre che anche per me non c’è possibilità che mi sposi. E che non ho nessuna intenzione di fidanzarmi con quella tipa del lavoro che le piace tanto: me la scopo e basta. Come le altre, dopotutto. È dura la vita del becchino. E poi, a dirla tutta, a me piace Rocky il pappagallo, che mi aspetta in macchina col motore acceso per andare dove il nostro amore non sarà ostacolato. Un posto per noi. Un posto per i migliori.

Racconto Malato

7 Dic

‘Oddio, ma come si è conciato?’

‘Ma guarda i capelli!’

‘Lascia perdere i capelli, guarda come è ve-sti-to.’

‘Non ci credo. Andiamo a pigliarlo per il culo.’

Giacomo tirò su gli occhi dal libro per guardare le due giovani che gli si paravano davanti con sorriso ebete. Un osservatore alieno, non abituato alle differenze stilistiche umane, sarebbe probabilmente giunto alla conclusione che i tre non appartenessero alla stessa specie.

‘Ciao’ pigolarono.

‘Ciao’ grugnì.

‘Ti abbiamo visto da lontano e volevamo farti i complimenti per lo stile’

Riasatine trattenute, coperte parzialmente dal rumore del vento.

Lui le dissezionò con lo sguardo, ‘Grazie’, e riprese a leggere.

Dopo qualche gomitata d’incoraggiamento, la più bionda delle due riprese a pigolare

‘Scusa ma… Cosa sei tu?’

‘In che senso?’

‘Che roba sei. Come si chiama. Comprendi?’

‘Giacomo, umano?’

Le due si guardarono scocciate: questo non collaborava. Andava svegliato.

‘Cioè, come si chiama questo’ fece Giada indicando in maniera espressiva forse l’abbigliamento, forse la sua aura immateriale.

‘Vestiti?’ propose lui, in punta di sarcasmo.

L’amica scocciata sfondò nel discorso

‘No bello, quello che vogliamo dire è: come cazzo ti sei vestito? Ma ti vedi? Sei ridicolo.’

Giacomo si tirò su lentamente ed avanzò ad un passo dalle ragazze..

Nonostante fossero più o meno della stessa altezza, i tacchi di lei lo costringevano a guardarla leggermente dal basso, cosa che conferiva al suo sguardo una connotazione lievemente inquietante.

‘Beh?’ aggiunse l’oca più bionda, visibilmente innervosita dalla reazione sbagliata.

Senza scomporsi Giacomo affondò con tutto il peso del suo corpo il piede sul lato della caviglia della ragazza alla sua sinistra, spezzandogliela. Con una spinta fece cadere l’altra di spalle ed in un attimo le saltò addosso.

Cinzia non era riuscita a capire cosa fosse successo, quando una combinazione di uno-due-uno la colpì al naso.

Giada urlava e piangeva mentre Giacomo, comodamente seduto sul torace sul torace di Cinzia, assaporava l’adrenalina. Prima che la bionda si riprendesse dai colpi lui le infilò un pugno intero dentro la bocca graziosa munita di dentini perfetti e con l’altra mano le tappò il naso. Rimase impassibile ad osservare la disperazione nei suoi occhi quando,riprendendosi, si accorse che l’ossigeno le veniva meno. C’era inoltre una sensazione di piacere immenso nell’essere il corpo estraneo nella sua bocca, contro il quale la lingua e la mandibola cercavano di opporsi.

‘Ti ammazzo. Ti ammazzo brutto stronzo. Figlio di puttana ti ammazzo.’

C’erano solo loro nel parco, e presto ci sarebbe stato solo lui.

‘Non credo. Tra poco tocca a te.’

Senza scomporsi, Giacomo continuò il suo lavoro sinché non ci fu più opposizione. Quando si alzò, l’altra aveva già fatto qualche metro strisciando tra i sassi e la merda di cane, lacerandosi le calze e perdendo una scarpa di vernice.

Giacomo l’afferrò per i capelli, sedendosi sulla sua schiena. Lei cacciò un urlo disperato mentre la testa le veniva tirata indietro a due mani. Chissà perché gli venne in mente una delle sue canzoni preferite, “Motocicletta”.

‘No Lasciami, ti prego. Non lo diremo a nessuno. Lasciami.’

Il tono era cambiato: da aggressivo terrorizzato era diventato un piagnucolante disperato, ai limiti dell’iindecoroso.

Con calma Giacomo prese da terra il suo libro e lo mise davanti al muso disperato della sbarbina su cui era seduto. C’era una piacevolissima sensazione di rivalsa in quella situazione. La sua gente era sempre stata incompresa e maltrattata dagli altri; ora poteva avere una piccola, dolce rivincita.

‘Cos’è questo?’

Giada aveva provato a dimenarsi con le braccia, ma dopo che Giacomo le aveva schiacciato le dita di una mano col tallone si era fatta immediatamente più mansueta.

‘Un libro?’

Lui strinse la presa, lei urlò.

‘Cosa c’è scritto?’

‘Che cazzo… Ohddionotipregoh’

‘Cosa c’è scritto?’ Giacomo le battè la testa sul pavé. Più volte. Nel contempo gli venne duro.

‘Non lo so! Basta, ti prego. Non…’

Giada piangeva. Leggere? Fuori da scuola? Il pensiero le passò fugacemente per la testa: il tipo doveva essere del tutto pazzo. Avrebbero dovuto capirlo quando l’avevano visto solo sulla panchina nel parco.

‘Te lo dico io: c’è scritto Barzellette su Totti. Capito? È un libro che quelli come te non potranno mai capire. Voi non potete capire niente.’

‘Sì, sì. Hai ragione. Ora lasciami ti prego.’

Disperazione, dolore e senso di impotenza le avevano azzerato qualunque possibilità di pensiero complesso e, da qualche parte nel suo subconscio, stavano facendo affiorare concetti più antichi ed animali, come la paura, il desiderio di sopravvivere e l’eccitazione da sottomissione.

‘Come? Non volevi sapere qualcosa?’

‘No! Niente! Ti prego lasciami. Lasciami… farò tutto quello che vuoi ma fammi andare.’

Liquido caldo le bagnava i pantaloni mentre il sangue le colava dalla fronte. Cinzia, poco più in la, non si muoveva. Era morta?

‘Mi pare volessi sapere cosa fossi. Sbaglio?’

‘No… cioè… Sì. Sì. Lasciami.’

Il ragazzo poggiò il libro e si tirò su gli occhiali con la punta dell’indice, poi si passò la mano tra i capelli castani dal taglio anonimo ed assaporando un fremito di potere si sbottonò i pantaloni grigio topo e tirò fuori il pene turgido dagli slip bianchi, lievemente macchiati ed appiccicosi.

‘Cosa ti colpisce di più?  Dài, dimmi: sono i miei abiti? Ti disturbano i colori non appariscenti? O sono i capelli non tinti? O i piercing ed i tatuaggi che non ho?’ con la mano libera iniziò a toccarsi.

‘Ti prego basta.’ Calde lacrime le rigavano, facendole colare il pesante trucco. Una lente a contatto (verde, pupilla felina) le era rimasta incastrata tra le ciglia. Giacomo strinse la presa sulle extension fuxia e le tirò un pugno sulla nuca, strappandole un pugno di capelli e facendole battere la fronte sul pavé. Il rumore secco gli causò un brivido lungo la schiena.

‘Zitta.Parlo io.’

Lei iniziò a singhiozzare sommessamente.

‘La vostra società mi fa schifo. Tu, la tua amica, quelli come te. Siete tutti uguali, tutti uniformati nel vostro mondo. Io ho un animo sensibile, soffro e voi non capite. Voi non capite e non capirete mai: siete schiavi della vostra società. Ascoltate musica senz’anima e morirete senza mai aver vissuto.’

Un gabbiano di passaggio osservava la scena con interesse. Forse ci sarebbero stati dei cervelli. Dopo un volteggio si appollaiò sulla spalletta del fiume ed iniziò a lisciarsi il becco su un sasso.

Con la mano libera le tirò su la minigonna di pizzo, facendole sentire la sua presenza sul sedere.

‘No!’

Giacomò poteva fiutare terrore, eccitazione e dolore nella sua vittima.

Giada boccheggiò impotente, e prima che potesse urlare di dolore una voce coprì la sua.

‘Fermo! Lascia la ragazza, mani sopra la testa’ e senza che potesse esserci una qualsiasi reazione, Giacomo fu investito da un miliardo di aghi. Ovunque.

Il poliziotto si avvicinò alla ragazza a terra buttando di lato il ragazzo che si contorceva per la scarica taser, il pene sporco all’aria.

‘Tranquilla, andrà tutto bene. Andrà tutto bene.’

‘Cinzia. Guarda come sta Cinzia, ti prego.’ singhiozzò lei, rannicchiandosi.

Il suo salvatore si tirò di nuovo in piedi ed avanzò verso la ragazza a terra. Si tolse i guanti e le tastò il battito. Ce l’avrebbe fatta.

‘Tranquilla piccola, sta bene.’

Giada crollò. Un fragoroso pianto liberatorio fece colare anche gli ultimi resti di ombretto, impregnandole il top e disegnandole nuovi tatuaggi sul seno. Il Sergente C. si avvicinò e le porse il suo trench leopardato, avvolgendola.

‘Qui C., ho bisogno di un’ambulanza alle Piagge, ed un’auto. C’è un Norm che ha aggredito due ragazze. Il soggetto è stato immobilizzato ed è pronto per essere prelevato.’

Giacomo aveva smesso di contorcersi e respirava affannosamente. Il Sergente C. gli si piazzò sopra, guardandolo negli occhi spenti e schiacciandolo con i suoi tacchi a spillo.

‘Vediamo se il tuo Lucio Battisti viene a salvarti ora, merda.’

Quando fu chiaro che non ci sarebbero stati cervelli il gabbiano riprese il suo volo lungo il fiume. Arrivato verso Ponte di Mezzo decise di andare a cagare sulle teste dai colori fluo della folla a passeggio per il centro.

Novembre 2006

29 Nov

John insiste

‘Dovresti dirglielo, prima che sia tardi. Fallo oggi. Ora.’

John è uno scacchista del dipartimento di Matematica. Significa che passa buona parte della sua giornata nell’aula studenti, che se non l’avete mai vista significa che non siete mai stati veramente a P.

‘È difficile, John.’

‘Stronzate.’ mi corregge garbatamente.

‘Tu dici che dovrei andare li, magari in mezzo a tutte le sue amiche durante l’aperitivo e…’

‘E dirglielo. Semplice.’

Lo guardo con perplessità: non riesco a convincermi che possa funzionare, e soprattutto non credo di essere capace di fare una cosa del genere.

‘Magari potrei aspettare un altro po’. Tipo la prossima festa e vado li e…’

‘E non farai niente. Ti conosco.’

Mi conosce, da sempre.

Abbiamo fatto tutte le scuole insieme, spesso abbiamo diviso lo stesso banco. Lui ha sempre avuto un’aria affascinante: brutto, ma con orgoglio. Nero, incazzato col mondo, sempre pronto a farsi valere. Quando magari venivano a romperci il cazzo quelli più grandi lui forse le prendeva, però ne puntava uno e lo riduceva in condizioni penose e gli altri capivano. Come un animale, con la furia di chi è attaccato alla vita con gli artigli. Ecco il mio amico. Non lo cambierei per nessuno al mondo.

‘Forse farò come dici. Sì.’

‘Bene. Ora gioca.’

Muovo il cavallo in C 6, lui lo mangia in un lampo e mi guarda da sopra gli occhiali tipo Gendo Ikari, incrociando le dita.

‘Matto. Bravo.’

‘Un’altra?’

‘Forse dovrei studiare, ora.’

Intorno a noi ci sono le solite facce dell’aula studenti. C’è il musicista underground, quello che sembra un boscaiolo pazzo, quello che legge spartiti di Bach e sorride contento, quella bella brava e figa sogno bagnato di tutti tranne che me (mi sta un po’ sul cazzo la perfezione), e poi ci sono io che studio Ingegneria e voglio fare i robot e sono alle prese con un problema più grande di me.

‘Birra in vettovaglie?’

John guarda l’orologio e fa una smorfia che significa “se a mezzanotte non sei ancora riuscito a studiare, molla tutto e vai a bere” e prende il cappotto.

È il novembre del 2006 ed indosso una giacca di pelle ed un maglione a righe gialle e nere, come Sting vent’anni prima. La gente ci guarda passare e non capisce. Non so bene cosa non capisca, però ci guarda come se ci fosse qualcosa di sbagliato, in me e lui che camminiamo insieme.

‘Eccola li’ mi fa appena arrivati in Vettovaglie.

‘Oddio che faccio?’

‘Fai quello che vuoi, io vado a prendermi un whiskey in Macelleria.’

Io lo guardo e capisco che se non ci parlo perderò una  porzione della sua stima e l’occasione della mia vita; dall’altra so che se vado, e mi va bene, gli avrò spezzato il cuore due volte. Un po’ perché in fondo quella stronza che mi fa battere il cuore piace pure a lui, un po’ perché è da quando ho avuto le prime mestruazioni che mi si vuole fare. Me l’ha detto, dieci anni fa.

Rimango un po’ perplessa in mezzo alla folla, poi prendo coraggio e mi faccio avanti.