Tag Archives: culo

Traumi

4 Apr

Ti lascio.

Cosa?

Ho detto che ti lascio.

Ma perché? Cosa ho fatto?

Niente. Fottiti.

Ora mi spieghi.

Non c’è niente da spiegare. Lo sai.

Lo so cosa?

Lo sai e basta. Non ho più voglia di parlare.

Ma che cazzo stai dicendo. È uno scherzo? Dài, piantala.

Ho detto basta. Non ti sopporto più.

Ma cosa ho fatto? Ti ho fatto qualcosa? Dimmello.

Ti ho detto basta. Lasciami stare. Non ho voglia di parlare, mi stai angosciando.

Ma non puoi troncarla così, dimmi qualcosa checcazzo. Ma cosa ti salta in testa, di punto in bianco. C’è un altro?

Ecco, ora dev’esserci un altro. Ma non l’hai capito?

Capito cosa?

Eh.

CAPITO COSA?

Eh, lo sai.

Diocristo Sara, spiegami.

Basta. Non c’è niente da dire.

Ma quindi? Ora cosa vuoi fare? Finisce così?

Cioè, mi lasci così senza possibilità di appello?

E tutti i nostri progetti? Tutto buttato nel cesso?

Piantala. Ho detto basta.

Ma… oddio ti ho dato gli anni migliori della mia vita e tu mi lasci così senza farmi neppure capire cosa abbia sbagliato. Sei… sei… oddio non ho parole… non potrò mai più fidarmi di una donna.

Hai finito? Io devo andare, è venuta mamma a prendermi.

È un addio?

E mollami, cretino.

Sara!

Che c’è ora?

Posso tenere i tuoi timbrini colorati?

Riportali domani e lasciali alla maestra. Non voglio più parlarti. Addio.

Compagn*

12 Dic

Quando le Vulve attaccarono dallo spazio nessuno era pronto.

All’inizio pensammo ad una trovata pubblicitaria, poi quando fu chiaro che i morti non si sarebbero rialzati iniziammo ad aver paura. L’esercito si mobilitò tardi e male, mentre la gente si ammassava nei rifugi sotterranei. Siamo rimasti là sotto per anni.

Non era chiaro se qualcuno fuori fosse sopravvissuto, e ben presto l’argomento smise di essere interessante. Questioni come l’autorità del Supervisore, la gestione delle risorse e degli spazi ed il metodo di voto dell’assemblea divennero quasi subito il tema caldo per gli abitanti del complesso sotterraneo.

Nascosto nelle profondità del monte vicino alla città di P., il laboratorio era nato per ospitare un reattore di nuova generazione progettato per funzionare senza manutenzione per anni, in previsione di future installazioni spaziali.A questo era stato aggiunto un intero modulo abitativo finanziato dall’Agenzia Spaziale Europea per simulare le condizioni di vita in una eventuale base lunare. Erano state costruite serre, sale comuni, piscine vivaio ed impianti di riciclaggio di ogni sorta, tutto alimentato dal reattore.

Pare che quando le cose si misero veramente male, l’Università fosse già sotto occupazione da parte degli studenti per una qualche protesta contro l’attuale governo. Dopo una prima fase di smarrimento, un gruppo guidato da Fisici e Matematici portò tutti gli occupanti sopravvissuti al laboratorio, chiudendosi le porte blindate alle spalle.

Da allora stiamo ancora cercando di capire se le votazioni debbano avvenire per alzata di mano o col metodo del consenso e se sia lecito o meno finire tutti i sostantivi declinabili con l’asterisco per non fare discriminazioni di sesso tra compagn*.

Kebab

8 Dic

Io, mia madre e sua moglie eravamo in prima fila al matrimonio di Sara.

Questo faceva di me ufficialmente l’unico single di casa, oltre che l’unico maschio e l’unico completamente eterosessuale, a parte il pappagallo.

Rocky non era potuto venire alla cerimonia per paura che la cascata di riso lo facesse andare in frenesia (versione ufficiale) e perché non avrebbe smesso per un secondo di ripetere alla fidanzata di Sara quanto fosse gnocca e quanto se la volesse scopare. Quando si esibisce in simili spettacoli a cena facciamo tutti finta di non sapere dove abbia imparato, ma ogni volta è un trauma per me e Sara ed una fonte di imbarazzo per Mamma e Nadia.

Dicono che i matrimoni siano il posto migliore per trovare una partner, una volta che cresci. Quando sei giovane il posto migliore è la scuola, e poi l’università, ma una volta sbarcato sul mondo del lavoro l’ultima cosa che desideri è passare il resto dei tuoi giorni con qualcuno che il tuo cervello associa all’ufficio. Gli unici a fare eccezione pare siano i becchini ed i kebabari, i primi per motivi culturali, i secondi per ferree regole della Gilda.

Avete mai sentito parlare della Gilda dei Kebabari?

Io non ne sapevo niente, sino a poco tempo fa. Poco lontano dal mio dipartimento, nel quartiere San Francesco della città di P., c’è un kebabaro particolarmente piccolo, poco noto e buono. Ci vado a mangiare da quando ero una matricola almeno una volta la settimana ed ogni volta mi accoglie sempre lo stesso Nasir, cordiale ma distaccato. Il suo sguardo è sempre rivolto verso la strada, anche quando sta tagliando o contando i soldi.

Nei primi tempi non ci ho fatto caso, poi mi sono incuriosito ed alla fine, dopo che eravamo finalmente in confidenza, gli ho chiesto il perché.

La storia è una di quelle vicende affascinanti, senza tempo, di chi viene da un luogo esotico. Nasir, che ha un’età indefinibile tra i trenta ed i quaranta, mi ha detto di essere arrivato a P. molto tempo fa. Forse il suo è stato il primo kebabaro della città, ed una volta faceva grandissimi affari. Pare che il suo locale fosse una tappa obbligata per tutti i gruppi punk transitati in città tra gli ottanta ed i novanta e sul muro c’è una sua foto insieme ai Fugazi in tour.

Era fuggito da qualcosa, portandosi dietro l’amore della sua vita.

Erano arrivati a P. e ci si erano stabiliti, poi un giorno lei era dovuta partire, per raggiungere dei parenti malati rimasti indietro. Aveva promesso di tornare presto, di non preoccuparsi. Lui le aveva risposto che l’avrebbe aspettata per sempre, e che l’amava. Non era mai tornata.

Nasir mi raccontò che ai tempi dell’Accademia per Kebabari aveva sofferto mille patimenti, ma non si era mai scoraggiato perché sapeva che ad attenderlo c’era un futuro roseo con la sua amata. Aveva imparato l’arte del fuoco, della lama e del marcanteggiare. Aveva sconfitto innumerevoli avversari alle sfide di kebaberia ed era stato insignito dello spiedo d’argento: migliore del suo corso. Gli era stato detto di restare, e diventare Maestro. Lui aveva rifiutato, ed era dovuto fuggire. Ai Maestri non è consentito sposarsi. Ai Maestri non è consentito amare. Per i migliori c’è solo il Kebab.

Così ho spiegato a mia madre che anche per me non c’è possibilità che mi sposi. E che non ho nessuna intenzione di fidanzarmi con quella tipa del lavoro che le piace tanto: me la scopo e basta. Come le altre, dopotutto. È dura la vita del becchino. E poi, a dirla tutta, a me piace Rocky il pappagallo, che mi aspetta in macchina col motore acceso per andare dove il nostro amore non sarà ostacolato. Un posto per noi. Un posto per i migliori.

Racconto Malato

7 Dic

‘Oddio, ma come si è conciato?’

‘Ma guarda i capelli!’

‘Lascia perdere i capelli, guarda come è ve-sti-to.’

‘Non ci credo. Andiamo a pigliarlo per il culo.’

Giacomo tirò su gli occhi dal libro per guardare le due giovani che gli si paravano davanti con sorriso ebete. Un osservatore alieno, non abituato alle differenze stilistiche umane, sarebbe probabilmente giunto alla conclusione che i tre non appartenessero alla stessa specie.

‘Ciao’ pigolarono.

‘Ciao’ grugnì.

‘Ti abbiamo visto da lontano e volevamo farti i complimenti per lo stile’

Riasatine trattenute, coperte parzialmente dal rumore del vento.

Lui le dissezionò con lo sguardo, ‘Grazie’, e riprese a leggere.

Dopo qualche gomitata d’incoraggiamento, la più bionda delle due riprese a pigolare

‘Scusa ma… Cosa sei tu?’

‘In che senso?’

‘Che roba sei. Come si chiama. Comprendi?’

‘Giacomo, umano?’

Le due si guardarono scocciate: questo non collaborava. Andava svegliato.

‘Cioè, come si chiama questo’ fece Giada indicando in maniera espressiva forse l’abbigliamento, forse la sua aura immateriale.

‘Vestiti?’ propose lui, in punta di sarcasmo.

L’amica scocciata sfondò nel discorso

‘No bello, quello che vogliamo dire è: come cazzo ti sei vestito? Ma ti vedi? Sei ridicolo.’

Giacomo si tirò su lentamente ed avanzò ad un passo dalle ragazze..

Nonostante fossero più o meno della stessa altezza, i tacchi di lei lo costringevano a guardarla leggermente dal basso, cosa che conferiva al suo sguardo una connotazione lievemente inquietante.

‘Beh?’ aggiunse l’oca più bionda, visibilmente innervosita dalla reazione sbagliata.

Senza scomporsi Giacomo affondò con tutto il peso del suo corpo il piede sul lato della caviglia della ragazza alla sua sinistra, spezzandogliela. Con una spinta fece cadere l’altra di spalle ed in un attimo le saltò addosso.

Cinzia non era riuscita a capire cosa fosse successo, quando una combinazione di uno-due-uno la colpì al naso.

Giada urlava e piangeva mentre Giacomo, comodamente seduto sul torace sul torace di Cinzia, assaporava l’adrenalina. Prima che la bionda si riprendesse dai colpi lui le infilò un pugno intero dentro la bocca graziosa munita di dentini perfetti e con l’altra mano le tappò il naso. Rimase impassibile ad osservare la disperazione nei suoi occhi quando,riprendendosi, si accorse che l’ossigeno le veniva meno. C’era inoltre una sensazione di piacere immenso nell’essere il corpo estraneo nella sua bocca, contro il quale la lingua e la mandibola cercavano di opporsi.

‘Ti ammazzo. Ti ammazzo brutto stronzo. Figlio di puttana ti ammazzo.’

C’erano solo loro nel parco, e presto ci sarebbe stato solo lui.

‘Non credo. Tra poco tocca a te.’

Senza scomporsi, Giacomo continuò il suo lavoro sinché non ci fu più opposizione. Quando si alzò, l’altra aveva già fatto qualche metro strisciando tra i sassi e la merda di cane, lacerandosi le calze e perdendo una scarpa di vernice.

Giacomo l’afferrò per i capelli, sedendosi sulla sua schiena. Lei cacciò un urlo disperato mentre la testa le veniva tirata indietro a due mani. Chissà perché gli venne in mente una delle sue canzoni preferite, “Motocicletta”.

‘No Lasciami, ti prego. Non lo diremo a nessuno. Lasciami.’

Il tono era cambiato: da aggressivo terrorizzato era diventato un piagnucolante disperato, ai limiti dell’iindecoroso.

Con calma Giacomo prese da terra il suo libro e lo mise davanti al muso disperato della sbarbina su cui era seduto. C’era una piacevolissima sensazione di rivalsa in quella situazione. La sua gente era sempre stata incompresa e maltrattata dagli altri; ora poteva avere una piccola, dolce rivincita.

‘Cos’è questo?’

Giada aveva provato a dimenarsi con le braccia, ma dopo che Giacomo le aveva schiacciato le dita di una mano col tallone si era fatta immediatamente più mansueta.

‘Un libro?’

Lui strinse la presa, lei urlò.

‘Cosa c’è scritto?’

‘Che cazzo… Ohddionotipregoh’

‘Cosa c’è scritto?’ Giacomo le battè la testa sul pavé. Più volte. Nel contempo gli venne duro.

‘Non lo so! Basta, ti prego. Non…’

Giada piangeva. Leggere? Fuori da scuola? Il pensiero le passò fugacemente per la testa: il tipo doveva essere del tutto pazzo. Avrebbero dovuto capirlo quando l’avevano visto solo sulla panchina nel parco.

‘Te lo dico io: c’è scritto Barzellette su Totti. Capito? È un libro che quelli come te non potranno mai capire. Voi non potete capire niente.’

‘Sì, sì. Hai ragione. Ora lasciami ti prego.’

Disperazione, dolore e senso di impotenza le avevano azzerato qualunque possibilità di pensiero complesso e, da qualche parte nel suo subconscio, stavano facendo affiorare concetti più antichi ed animali, come la paura, il desiderio di sopravvivere e l’eccitazione da sottomissione.

‘Come? Non volevi sapere qualcosa?’

‘No! Niente! Ti prego lasciami. Lasciami… farò tutto quello che vuoi ma fammi andare.’

Liquido caldo le bagnava i pantaloni mentre il sangue le colava dalla fronte. Cinzia, poco più in la, non si muoveva. Era morta?

‘Mi pare volessi sapere cosa fossi. Sbaglio?’

‘No… cioè… Sì. Sì. Lasciami.’

Il ragazzo poggiò il libro e si tirò su gli occhiali con la punta dell’indice, poi si passò la mano tra i capelli castani dal taglio anonimo ed assaporando un fremito di potere si sbottonò i pantaloni grigio topo e tirò fuori il pene turgido dagli slip bianchi, lievemente macchiati ed appiccicosi.

‘Cosa ti colpisce di più?  Dài, dimmi: sono i miei abiti? Ti disturbano i colori non appariscenti? O sono i capelli non tinti? O i piercing ed i tatuaggi che non ho?’ con la mano libera iniziò a toccarsi.

‘Ti prego basta.’ Calde lacrime le rigavano, facendole colare il pesante trucco. Una lente a contatto (verde, pupilla felina) le era rimasta incastrata tra le ciglia. Giacomo strinse la presa sulle extension fuxia e le tirò un pugno sulla nuca, strappandole un pugno di capelli e facendole battere la fronte sul pavé. Il rumore secco gli causò un brivido lungo la schiena.

‘Zitta.Parlo io.’

Lei iniziò a singhiozzare sommessamente.

‘La vostra società mi fa schifo. Tu, la tua amica, quelli come te. Siete tutti uguali, tutti uniformati nel vostro mondo. Io ho un animo sensibile, soffro e voi non capite. Voi non capite e non capirete mai: siete schiavi della vostra società. Ascoltate musica senz’anima e morirete senza mai aver vissuto.’

Un gabbiano di passaggio osservava la scena con interesse. Forse ci sarebbero stati dei cervelli. Dopo un volteggio si appollaiò sulla spalletta del fiume ed iniziò a lisciarsi il becco su un sasso.

Con la mano libera le tirò su la minigonna di pizzo, facendole sentire la sua presenza sul sedere.

‘No!’

Giacomò poteva fiutare terrore, eccitazione e dolore nella sua vittima.

Giada boccheggiò impotente, e prima che potesse urlare di dolore una voce coprì la sua.

‘Fermo! Lascia la ragazza, mani sopra la testa’ e senza che potesse esserci una qualsiasi reazione, Giacomo fu investito da un miliardo di aghi. Ovunque.

Il poliziotto si avvicinò alla ragazza a terra buttando di lato il ragazzo che si contorceva per la scarica taser, il pene sporco all’aria.

‘Tranquilla, andrà tutto bene. Andrà tutto bene.’

‘Cinzia. Guarda come sta Cinzia, ti prego.’ singhiozzò lei, rannicchiandosi.

Il suo salvatore si tirò di nuovo in piedi ed avanzò verso la ragazza a terra. Si tolse i guanti e le tastò il battito. Ce l’avrebbe fatta.

‘Tranquilla piccola, sta bene.’

Giada crollò. Un fragoroso pianto liberatorio fece colare anche gli ultimi resti di ombretto, impregnandole il top e disegnandole nuovi tatuaggi sul seno. Il Sergente C. si avvicinò e le porse il suo trench leopardato, avvolgendola.

‘Qui C., ho bisogno di un’ambulanza alle Piagge, ed un’auto. C’è un Norm che ha aggredito due ragazze. Il soggetto è stato immobilizzato ed è pronto per essere prelevato.’

Giacomo aveva smesso di contorcersi e respirava affannosamente. Il Sergente C. gli si piazzò sopra, guardandolo negli occhi spenti e schiacciandolo con i suoi tacchi a spillo.

‘Vediamo se il tuo Lucio Battisti viene a salvarti ora, merda.’

Quando fu chiaro che non ci sarebbero stati cervelli il gabbiano riprese il suo volo lungo il fiume. Arrivato verso Ponte di Mezzo decise di andare a cagare sulle teste dai colori fluo della folla a passeggio per il centro.

Novembre 2006

29 Nov

John insiste

‘Dovresti dirglielo, prima che sia tardi. Fallo oggi. Ora.’

John è uno scacchista del dipartimento di Matematica. Significa che passa buona parte della sua giornata nell’aula studenti, che se non l’avete mai vista significa che non siete mai stati veramente a P.

‘È difficile, John.’

‘Stronzate.’ mi corregge garbatamente.

‘Tu dici che dovrei andare li, magari in mezzo a tutte le sue amiche durante l’aperitivo e…’

‘E dirglielo. Semplice.’

Lo guardo con perplessità: non riesco a convincermi che possa funzionare, e soprattutto non credo di essere capace di fare una cosa del genere.

‘Magari potrei aspettare un altro po’. Tipo la prossima festa e vado li e…’

‘E non farai niente. Ti conosco.’

Mi conosce, da sempre.

Abbiamo fatto tutte le scuole insieme, spesso abbiamo diviso lo stesso banco. Lui ha sempre avuto un’aria affascinante: brutto, ma con orgoglio. Nero, incazzato col mondo, sempre pronto a farsi valere. Quando magari venivano a romperci il cazzo quelli più grandi lui forse le prendeva, però ne puntava uno e lo riduceva in condizioni penose e gli altri capivano. Come un animale, con la furia di chi è attaccato alla vita con gli artigli. Ecco il mio amico. Non lo cambierei per nessuno al mondo.

‘Forse farò come dici. Sì.’

‘Bene. Ora gioca.’

Muovo il cavallo in C 6, lui lo mangia in un lampo e mi guarda da sopra gli occhiali tipo Gendo Ikari, incrociando le dita.

‘Matto. Bravo.’

‘Un’altra?’

‘Forse dovrei studiare, ora.’

Intorno a noi ci sono le solite facce dell’aula studenti. C’è il musicista underground, quello che sembra un boscaiolo pazzo, quello che legge spartiti di Bach e sorride contento, quella bella brava e figa sogno bagnato di tutti tranne che me (mi sta un po’ sul cazzo la perfezione), e poi ci sono io che studio Ingegneria e voglio fare i robot e sono alle prese con un problema più grande di me.

‘Birra in vettovaglie?’

John guarda l’orologio e fa una smorfia che significa “se a mezzanotte non sei ancora riuscito a studiare, molla tutto e vai a bere” e prende il cappotto.

È il novembre del 2006 ed indosso una giacca di pelle ed un maglione a righe gialle e nere, come Sting vent’anni prima. La gente ci guarda passare e non capisce. Non so bene cosa non capisca, però ci guarda come se ci fosse qualcosa di sbagliato, in me e lui che camminiamo insieme.

‘Eccola li’ mi fa appena arrivati in Vettovaglie.

‘Oddio che faccio?’

‘Fai quello che vuoi, io vado a prendermi un whiskey in Macelleria.’

Io lo guardo e capisco che se non ci parlo perderò una  porzione della sua stima e l’occasione della mia vita; dall’altra so che se vado, e mi va bene, gli avrò spezzato il cuore due volte. Un po’ perché in fondo quella stronza che mi fa battere il cuore piace pure a lui, un po’ perché è da quando ho avuto le prime mestruazioni che mi si vuole fare. Me l’ha detto, dieci anni fa.

Rimango un po’ perplessa in mezzo alla folla, poi prendo coraggio e mi faccio avanti.

La Storia dei Vincitori

26 Nov

‘Un’ultima domanda prima di andare a posto.’

Filippo sentì il sangue gelare. Sinora l’interrogazione gli era andata abbastanza bene, ma gli aveva chiesto già tutto quello che c’era da sapere e non aveva proprio idea di cosa la professoressa R. potesse volersi sentir dire.

‘Hai mai sentito parlare della Torre di Pisa?’

Dopo alcuni secondi di vuoto e terrore, Filippo prese a parlare senza prendere fiato.

‘La Torre Pendente di Pisa, o Campanile di Santa Maria -Santa Maria qualcosa-’

‘Assunta’ aggiunse la professoressa facendo cenno di andare avanti.

‘- era il simbolo della città toscana sede del famoso Aeroporto Galilei, progettato dal-’

‘Concentrati sulla torre, all’aeroporto arriviamo dopo.’

‘dicevo, simbolo della città toscana. Costruita durante il XIII secolo è arrivata pressoché intatta fino gli inizi del XXI quando venne abbattuta durante una rivolta dei Baroni contro l’imperatore Cesare Berlusconi I. L’evento della caduta della torre è una delle prime testimonianze di giornalismo digitale di cui abbiamo traccia, grazie anche alla notevole risonanza mediatica avuta in tutto il mondo.’

‘Bene. Ti ricordi come andarono i fatti?’

‘Beh, sul libro non c’era…’

‘Suvvia, hai sicuramente visto il film per il corso di Italiano.’

‘Ah! ‘Eravamo Carmignani? La scena in cui la folla di studenti assalta la torre dando fuoco ai negozi e picchiando i pensionati?’

‘Esattamente. Sai che è basato su una storia vera si? Ecco, la scena in cui i ragazzi salgono sulla torre e si mettono a battere tutti insieme i piedi e poi la torre crolla, è andata esattamente così.’

Una voce si alzò dal fondo dell’aula. Era Elisabetta, quella comunistella che aveva sempre da obiettare su qualunque cosa.

‘Professoressa, ci sono voci che dicono che in realtà la torre sia stata fatta demolire da forze vicine al Palazzo per dare poi la colpa a studenti e Baroni e velocizzare la distruzione dell’università, che allora era pubblica.’

‘Ci sono anche voci che dovrebbero stare zitte mentre interrogo, signorina S.’

Elisabetta S. strinse gli occhi come se volesse disintegrare la vecchia zitella in cattedra, poi si rimise a modellare sulla sua olotab, borbottando. Vecchia stronza.

‘Benissimo. Vedo che hai studiato e sei affine alla linea di pensiero ufficiale. Ti do un bel 9, paghi contanti o carta?’

Reality Show

22 Nov

Dopo un’abbondante colazione a base di pane e burro, Giovanni e Sara si recarono all’esecuzione capitale.

Piazza dei Cavalieri era gremita dell’abituale folla della domenica mattina, più che altro gente dei paesi vicini in città per il mercato degli orrori. Già da tempo le esecuzioni non suscitavano più quel fascino dei primi tempi e la gente di città preferiva passare il giorno libero a riposare sulle rive del fiume o in campagna ad arrostire.

‘Guarda, sta arrivando il carro!’

I bambini erano gli unici a conservare il genuino buonumore alla vista dei condannati. Giovanni ci pensava spesso: i nuovi nati non avevano mai visto un frigorifero in funzione -o la televisione- e non gliene poteva fregare di meno. Per loro i racconti dei grandi erano solo racconti, niente di diverso da Robin Hood o altre storie. Nel giro di una o due generazioni tutte le vestigia del passato sarebbero diventate leggenda. Un nuovo medioevo.

Per lui era diverso: lui ricordava suo padre al computer, i film ed i cartoni animati e le giostre. Era anche stato su un aereo, e spesso in treno. Sara aveva ricordi più sbiaditi: era più giovane di qualche anno, anche se in quanto a maturità probabilmente lo superava. Era nata quando le bombe avevano iniziato a cadere, rimasta orfana quasi subito. I suoi l’avevano adottata che avrà avuto si e no quattro anni e da allora era cresciuta forte e fiera.

I condannati vennero fatti salire sulle scale del palazzo, dove tutta la folla poteva vederli. Un drappello di guardie circondava la scala tenendo a bada i curiosi. I tre esecutori controllavano il funzionamento della forca, mentre il capitano si aggirava con aria grave in attesa di dare il via. Giovanni sorrise a Sara e lei gli mandò un bacio, poi rimasero a penzolare nel vuoto.

Amici d’Infanzia

22 Nov

Quando ero piccolo mi regalarono uno gnomo. Era grazioso, col suo berretto rosso, la casacca blu e la barba. Lo tenevo in una gabbietta di metallo e legno, con dentro dei mobili del suo formato presi in prestito alle bambole di Cinzia: un letto, un tavolo, una scatola per le provviste e così via. Per fare il bagno usava una vecchia tazza di porcellana, e nella sua piccola libreria avevo messo dei libricini tascabili che avevamo trovato ad un mercato di cianfrusaglie.

Era così piccolo che come lenzuola usava dei fazzoletti ricamati e come coperte delle sciarpe di lana tagliate. Cinzia gli aveva fatto dei vestiti su misura, ma lui continuava a preferire i vestiti con cui era arrivato.

 

Al ritorno da scuola mi piaceva molto correre su in camera e stare a guardare il mio amico gnomo agitarsi e cercare di comunicare. Gli avevo anche messo una ruota da criceti, nella quale però non correva se non spronato. Ricordo che aveva il terrore di Nerone, e se per caso facevo finta di lasciarlo solo nella stessa stanza col gatto si metteva a sbraitare ed agitarsi finché non tornavo. Che buffo.

 

Una volta aveva rubato una matita che avevo dimenticato in giro. Con pazienza l’aveva affilata e nascosta sul fondo della gabbia e poi, una notte, l’aveva usata per scappare. Ci aveva allargato le sbarre e se ne era anche servito come lancia per tenere a bada Nerone. È stato nascosto per tre giorni, poi l’abbiamo ritrovato nei pressi dell’ingresso. Mi sono molto arrabbiato e gli ho detto che non eravamo più amici, l’ho spogliato e chiuso in un barattolo.

 

Mio padre lo scoprii quasi subito, comunque, e si arrabbiò molto. Disse che non ero abbastanza maturo per avere un animale domestico, che certe responsabilità non vanno prese alla leggera, poi mi mandò in camera senza possibilità di ribattere. Credo l’abbia liberato in giardino, vicino a dove l’avevamo trovato.

 

Non ho mai più visto uno gnomo, fino all’altra notte. Erano tanti, tutti accostati alle finestre, guardavano dentro casa. Non posso addormentarmi.

 

La Rivoluzione

12 Nov

La mattina scivolo fuori da casa cercando di non svegliarmi completamente, convincendomi che le brutture in cui mi imbatto andando a lavoro non siano veramente lì.

 

Stando a sentire i miei genitori ed i loro amici la Rivoluzione sarebbe arrivata grossomodo a metà anni ottanta. La Rivoluzione probabilmente aveva da fare ed al suo posto arrivai io. I miei smisero con la militanza per impegnarsi all’allevamento della prole, che di rivoluzionario aveva ben poco. Nei weekend mi portavano a giocare con i figli dei loro amici che, per qualche motivo, erano tutti più simpatici ed interessanti di me. Cantavano le loro canzoni di lotta, erano selvaggi e fieri e tutti ridevano ed erano contenti. Io me ne stavo in un angolo a farmi gli affari miei. Mi chiamavano ‘intellettuale’ e potevo leggerlo negli occhi, ai miei vecchi, che avrebbero preferito un figlio come quelli la.

 

Vent’anni dopo, la Rivoluzione ancora non si era degnata di farsi viva. Stando ai miei genitori la colpa era mia e di ‘quelli come te che non si danno una svegliata. Quando avevamo la tua età…’. Io non so bene chi fossero ‘quelli come me’, anche perché in più di venticinque anni di vita ho conosciuto migliaia di persone, di tutti i tipi, ma mai qualcuno che mi somigliasse. Rendermi conto di ciò era stato un (se non addirittura IL) grosso evento traumatico della mia postadolescenza che mi aveva spinto lontano a cercare qualcuno che mi capisse: mi sentivo solo nella folla. Misi tutte le mie cose in una grossa borsa militare ed il giorno dopo l’orale della maturità ero già su un treno a caso, oltre confine.

Era la prima metà degli anni duemila, Wikipedia e Youtube ancora dovevano decollare ed il Web 2.0 era ancora un contenitore da riempire. Finii a lavorare in Inghilterra, in una piccola software house di un tizio che avevo conosciuto su IRC quattro anni prima, durante uno dei miei passatempi illegali digitali.

 

Il primo periodo fu pieno di entusiasmo e soddisfazione tra il vivere in una città nuova ed un lavoro stimolante in un ambiente dove il mio umorismo citazionista non solo era tollerato ma anche compreso ed apprezzato. Posso dire di essere stato felice, almeno per i primi tempi. Poi ho capito di essere comunque solo ed incompreso anche lì, e sono andato più lontano, oltre oceano.

 

Sono passati parecchi anni da allora e nel frattempo sono cambiate tante cose. Sono tornato in Inghilterra, ho una fidanzata ed un titolo in Computer Science; in settimana lavoro per una grossa multinazionale che vende un servizio attualmente indispensabile alla società umana e nel tempo libero seguo una piccola società con un amico. Ho un oggetto in tasca mi consente di comprare e vendere oggetti da ogni parte del mondo, attingere ad una banca dati enorme che copre virtualmente ogni aspetto della conoscenza umana, fare foto e perfino telefonare. Posso volare in giro per l’Europa con poche decine di euro ed in America o in Giappone con poche centinaia. Mangiare giapponese o thai o etiope non è più una cosa esotica ed ho amici provenienti da ogni parte del mondo. Se vogliamo, una Rivoluzione anche questa. Non ho mai trovato qualcuno come me, ma durante la ricerca ho capito il valore dell’essere un unico nella moltitudine, speciale.

 

I miei, i loro amici ed i loro figli sono ancora in Italia ad aspettare che la Rivoluzione arrivi. So che fanno ancora le loro scampagnate domenicali e che talvolta parlano di me. Non so se siano orgogliosi come quelli di Fulvio, che è già stato dentro due volte per reati politici e sicuramente sta facendo molto per la causa. Se lo sono, non me lo dicono. Non so se riusciranno mai a rendere tutti uguali, sicuramente però hanno avuto successo nel rimanere uguali a se stessi, anno dopo anno.

 

Il mio unico vero problema è il tragitto tra casa e lavoro, tutti i giorni. Per strada e nella metro mi confronto con tutte le persone che incontro e devo mantenermi distaccato per non farmi schiacciare da vinti, battuti e rassegnati. Tutte quelle persone che nutrono la società e per cui la sopravvivenza è già un gran risultato. Tutta gente per cui la Rivoluzione non arriverà mai perché troppo lussuosa perché se la possano permettere. Preferisco fare finta che non esistano, per evitare di pensare che sia un egoista e che la mia vita felice stoni con tutto il resto del mondo. Che alla fine sarebbe stato meglio se al posto mio, a metà anni ottanta, fosse arrivata la Rivoluzione.

 

Ultima

8 Nov

Questa volta la folla stava in silenzio, in attesa che il Campione dicesse qualcosa. Erano venuti da ogni regione, viaggiando talvolta per settimane attraverso i boschi, le valli ed anche il mare occidentale, tutti a portare un saluto al loro salvatore, prima che tornasse al suo mondo.

Lui stava immobile ed atterrito dalla commozione, quasi stesse lottando in silenzio contro il desiderio di tornare a casa. Al suo fianco gli amici con cui aveva diviso le gioie e le sofferenze della grande avventura.

‘Non sei costretto. Puoi restare qui con noi, se vuoi.’

Aylin, maga e principessa delle Isole Verdi, era stata la prima a credere in lui ed accompagnarlo nel viaggio. Si erano odiati e si erano amati, ma non avevano mai avuto il coraggio di dirselo. Ora celava a malapena le lacrime, tanto che il Campione riusciva a fatica a sostenere il suo sguardo.

‘No, amica mia. Il mio posto non è qui. Devo tornare alla mia terra, ci sono delle persone che mi aspettano.’

Era vero, e sentiva dentro di se che sarebbe dovuto tornare a casa, ma si maledisse non appena ebbe pronunciato queste parole. Aylin serrò le labbra e voltò la testa. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma la folla aveva iniziato ad acclamare e bisognava avanzare.

Lentamente, il gruppo degli eroi guidati dal Campione attraversò la navata dell’enorme cattedrale della Luce. Oltre centoventimila finestre di vetro colorato proiettavano i loro fasci sul mare di gente esultante. In lontananza, il palco d’onore li attendeva. L’organo millenario copriva il boato della folla con la marcia trionfale del Regno di Stocavia.

‘Amico mio, non partire. Ora che il malvagio Xanados è stato sconfitto questa terra ha di nuovo un futuro. Resta, ti prego, e sii da ispirazione per la nostra gente.’

Stavolta era Eidelbrando a parlare. L’avevano salvato poco prima che diventasse la cena di una banda di troll, ed in più di un’occasione i suoi talenti avevano levato la compagnia dai guai. Era il più giovane ed idealista tra i suoi compagni, e deluderlo lo faceva stare malissimo.

‘No, giovane amico. Sono grato per tutte le avventure passate insieme, ma la mia missione qui è finita. Le tue canzoni porteranno alla gente l’ispirazione di cui ha bisogno. Voglio andare a casa.’

Casa. Dov’era casa sua adesso? Qui aveva vissuto i giorni più intensi della sua vita, ed ora che si preparava a riattraversare il portale non era più sicuro di quale fosse il suo posto. Si stava attaccando al desiderio dei primi giorni, di quando si era trovato spiazzato, senza la sicurezza confortante della sua camera, del suo computer e degli amici. Ed ora?

‘Il ragazzo ha ragione. Resta con noi. La corona è vacante e nessuno si opporrebbe alla tua incoronazione. Il mio regno ti sarebbe alleato, ed anche l’Arcimago è d’accordo con me, per una volta.’

‘È vero, pensaci: potresti introdurre tutte quelle cose che ti mancavano del tuo mondo. La mia torre e le fornaci di Gurth saranno al tuo servizio.’

Erano Gurth il Mastrodiforgia  -anche noto come il Difensore della Rocca e Principe del Regno di Sotto- e Stark l’Arcimago, mezzo elfo e probabilmente persona più intelligente di questo mondo. I due non erano mai stati d’accordo su nulla, anche se stavolta era chiaro che avessero parlato ed avessero raggiunto un accordo pur di farlo restare. Il cuore iniziava a fargli male.

‘Vi ringrazio, di cuore. Se solo potessi sdoppiarmi, giuro che resterei qui con voi. Devo andare.’

In mezzo alla folla il piccolo drappello si era fermato a pochi passi dal palco per guardare il Campione che centellinava le parole, sentendo addosso il peso di migliaia di sguardi.

‘Giuro. Se solo potessi, starei con voi. Ma se non torno ora che le lune sono allineate, non potrò farlo mai più. Vi ringrazio di cuore, per tutto quello che abbiamo vissuto insieme e per tutto quello che fareste per me.’

‘È deciso, quindi?’

Il ragazzo dagli abiti neri e scuro in volto non aveva parlato per tutto il giorno.

‘Sì, Jun.’

‘E allora vai. Sarà meglio che sia felice, perché qui stai lasciando una vita come non l’avrai mai nel tuo mondo.’

Le parole di Jun lo colpirono come uno dei suoi pugnali: precise e mortali.

Nei primi tempi i due si erano odiati, poi avevano mantenuto una cordiale ostilità e solo alla fine, dopo essersi salvati la vita a vicenda avevano stretto una di quelle amicizie di cui si legge solo nei poemi epici.

Il ragazzo dal volto serio aveva tutte le carte in regola per essere l’eroe della sua generazione: era l’unico superstite di una delle famiglie più importanti del Regno, scampato in fasce alla congiura che aveva sterminato la sua famiglia e cresciuto dai monaci assassini del monte Nero. Il chiodo fisso della vendetta l’aveva spinto ad andare avanti, imparando le arti del combattimento e del sotterfugio: era invisibile nelle ombre ed impercettibile nella folla; sapeva maneggiare con la stessa maestria la spada e la penna, e se fosse nato in altri tempi sarebbe sicuramente diventato quantomeno Maresciallo del Regno, se non addirittura Reggente. L’arrivo di un eroe sconosciuto da un mondo lontano l’aveva scalzato dal suo posto nella storia, ma alla fine i due erano diventati più che amici. Sarebbero state cantate leggende per millenni su loro due.

‘Jun, amico mio-’

‘Basta così. Hai deciso e non devi darmi spiegazioni. Ora sali su quel palco e vai, se devi.’

La folla esultava. Molti di loro avevano ripreso a sperare nel domani grazie all’arrivo di quell’uomo venuto da lontano e del suo gruppo di amici. Avevano sconfitto le orde di Xanados, liberato dalla maledizione i campi dorati e recuperato il Calice delle Tempeste dalle catacombe senza fondo, più tante altre opere che ora sarebbero troppo lunghe da elencare. Al suo arrivo il mondo era al collasso, ed ora era tutto pronto per rifiorire.

‘Fatti avanti, Campione.’

Il Maestro di Cerimonia fece cenno al drappello di fare gli scalini dell’altare.

Dopo un ultimo scambio di sguardi ed abbracci, il Campione avanzò, avvolto dalla luce, dalle voci e dalle note dell’organo. Il cuore gli batteva impazzito ed un misto di emozioni dal gusto dolceamaro gli legava la bocca.

‘Hai fatto molto per la nostra gente, e non hai mai voluto niente in cambio. Il tuo arrivo è stato un dono degli Dei, e la tua partenza ci addolora tutti.’

Il Maestro fece una pausa, lasciando alla folla il tempo di sfogare l’emozione. Dalle lontanissime pareti della cattedrale provenivano i suoni dei corni tribali dei centauri. Anche loro avevano un debito col Campione e la sua brigata.

‘Ora tu hai deciso di tornare alla tua terra, alla tua casa, e nessuno di noi può fermarti.’

Il Campione si voltò verso la folla, poi verso i suoi amici. Tutti, tranne Jun ed Aylin lo guardavano. La gola gli si fece secca. Si tenevano per mano.

‘Grazie. Grazie a tutti.’

Il boato fu assordante, tanto da coprire l’organo.

‘Sono stato con voi per così tanto tempo che ormai l’idea di andare via mi aveva quasi abbandonato.’

‘Resta’ gli gridavano dalla folla. Mazzi di fiori e nastri colorati volavano un po’ ovunque.

‘Quasi, dicevo. Come voi amate la vostra casa, anche io ho una casa che amo ed alla quale devo tornare. Ho una madre, degli amici e degli obblighi.’

Quando disse amici abbassò lo sguardo verso i suoi compagni e per un attimo pensò ad i suoi amici d’infanzia, che da tempo non vedeva. Anche prima che arrivasse qui si erano un po’ persi di vista, ma una volta tornato gli avrebbe raccontato tutto. Non li avrebbe mai più persi.

‘Hai deciso, quindi.’

‘Sì, Maestro. Grazie per tutto quello che avete fatto per me.’

‘Grazie a te per tutto quello che hai fatto per la nostra terra. Prima che vada, devo portarti la proposta del Consiglio del Regno: se tu lo volessi, lo scranno di Reggente potrebbe essere tuo, ora.’

‘Io non so veramente cosa dire… vi ringrazio’ il Campione passò in rassegna gli sguardi dei suoi compagni, illuminati da un barlume di speranza ‘ma non posso accettare.’

‘Se questa è la tua ultima parola, Campione-’

‘Tuttavia, se il Consiglio ha stima nel mio parere, vorrei che prendesse in considerazione il mio amico Jun per la carica. Nessuno più di lui è tagliato per guidare il Regno durante la ricostruzione.’

Sulla faccia del giovane si dipinse la sorpresa, poi la commozione.

Il Campione e l’amico si scambiarono uno sguardo di intesa, mentre la folla impazzita acclamava chi uno chi l’altro. Più tardi i poeti avrebbero raccontato che una colomba si posò sulla spalla del futuro Reggente anche se sul momento nessuno vide alcunché.

‘Se questa è la tua decisione, faremo in modo che venga presa in considerazione. Per come la vedo io, che sono il Maestro di Cerimonia, tu hai accettato ed abdicato in favore del tuo compagno. Questo ci sbrigherà molte rogne. Al Consiglio penserò io.’

‘Grazie.’

‘Ora sbrigati, entra nel portale, prima che le lune escano dall’allineamento.’

Il Campione scese rapidamente gli scalini ed abbracciò gli amici, poi prese da parte Jun ed Aylin per un attimo e disse loro qualcosa a bassa voce. I tre si scambiarono uno sguardo pieno di significato, poi lui si voltò e senza girarsi di nuovo la folla lo vide scomparire attraverso il portale.

Quando si risvegliò erano le due del pomeriggio ed una lingua umida gli accarezzava la faccia.

‘Sancho! Basta, smettila!’

Camera sua era come l’aveva lasciata, il computer ancora acceso e l’antico libro trovato in soffitta buttato per terra. Sparpagliati per la camera c’erano ancora i suoi appunti di Analisi e la cena cinese della sera in cui il fulmine l’aveva portato dall’altra parte.

‘David! Sei sveglio finalmente!’

‘Mamma! Sei tu?’

Il giovane, che in un altro luogo era noto come il Campione, si alzò di scatto ed abbracciò sua madre come se non la vedesse da mesi. La donna, giovane e nervosa lo guardò come se fosse impazzito.

‘Beh, che fai adesso? Ti alzi tardi, non vai a lezione e non combini niente come al solito e poi cerchi di farti perdonare facendo l’affettuoso?’

‘Porta fuori il cane, è da stanotte che piange. E piantala con quei dannati giochi e vedi qualcuno, mi fai tristezza sempre chiuso in casa.’

David si guardava intorno febbrile.

‘Si mamma. È solo che… è come se. No niente. Ti voglio bene.’

‘Sì, certo. Anche io, ora vai.’

Poi, felice, indossò le converse ed un paio di jeans ed accompagnato da Sancho uscì di corsa.

Al tavolino del bar Britannia c’erano tutti i suoi amici a prendere il caffè. Quando lo videro arrivare si scambiarono qualche battuta a mezza voce, poi ridacchiarono, poi sorrisero ed ognuno a modo suo si esibirono in un

‘Oh, guarda chi si fa vivo dopo mesi. Ciao David.’

‘Ciao ragazzi! Non avete idea di quello che mi è successo.’

‘Effettivamente no. Non abbiamo tue notizie da mesi. Sei ancora iscritto all’università?’ ed un altro ‘Credo che ora si occupi di videogiochi.’

‘No, praticamente io-’

Per la prima volta David si accorse delle risatine e degli sguardi d’intesa.

I cinque giovanotti universitari un po’ snob di sinistra ma fighetti, ex ragazzini nerd ormai troppo inseriti nella società, lo guardavano come se fosse un quindicenne appena uscito dal coma. In volto l’espressione di chi aspetta una perla succulenta con cui animare i discorsi del pomeriggio.

David li guardò e, d’un tratto, tacque. Provò a formulare la frase due o tre volte, mentre quelli lo guardavano con il sorriso fainesco di chi non può o non vuole più capire, ed alla fine si alzò ed andò via. Poteva immaginare i commenti dei suoi “amici”.

Era tempo di tornare a casa.

‘Forse non è troppo tardi’.