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Mai più

30 Gen

‘Ventimila di super, grazie. Ecco le chiavi.’

Guardo mia madre parlare col benzinaio ed ancora non riesco a capacitarmi di essere veramente tornato negli anni ottanta.

È una splendida giornata di fine maggio, il cielo è blu ed alla radio lo è sempre di più. Lei si accorge che la sto fissando, si volta e mi sorride lasciandomi parlizzato come un imbecille. È lo stesso viso di quando ero bambino, giovane, niente rughe. Caccio indietro una lacrima di Pavlov e guardo dall’altra.

‘Allora, che ci fai qui?’
‘Hai presente Terminator?’
‘Il film?’
‘Sì. Stessa storia: vengo da un futuro orribile per dirti alcune cose che ti cambieranno la vita. So che è difficile credermi ma ti assicuro che-‘
‘Ti credo.’

Mi prende in contropiede e rimango bloccato un’altra volta.
‘In che senso?’
‘Nel senso che ti credo: viaggio nel tempo, missione e tutto il resto. Vai avanti.’
‘Cioè non c’è bisogno che ti dica qualcosa che solo tu puoi sapere?’
‘Esatto.’
‘Tipo quella volta che a sette anni hai rubato un cameo dalla borsa della maestra e poi hai dato la colpa a quel tizio e tutti ti hanno creduto e-‘

Il mio subconscio preadolescenziale latente mi avverte che stiamo passando il cartello Acthung Minen e che non è il caso di insistere. Mi fermo e sto ad ascoltare. Mi sembra di avere di nuovo cinque anni.

‘Ho detto che ti credo. Ora, per favore, mi dici queste cose che dovrebbero cambiarmi la vita?’

Sto per rispondere quando il benzinaio appare con le chiavi, ci aggiunge un occhiolino ammiccante poco convinto di routine e ritorna ciondolante al suo gabbiotto mentre noi partiamo verso il mare.

‘Dicevo. Vengo dal futuro, nascerò l’anno prossimo e tu non saprai mai precisamente chi sia mio padre. Frutto di una tua estate passata in una comune. Vivremo un po’ di anni difficili durante la mia infanzia, tra un tuo lavoro e l’altro, in diverse città.’
‘Che lavori?’
‘Cose, non so dettagliarti meglio. Ho pochi ricordi di quel periodo e tu non ne vuoi parlare.’
‘Stavamo- Steremo da soli?’
‘Cambierai un po’ di fidanzati. Anche una fidanzata, Monica, però nessuno sarà quello giusto sino a Saverio.’

Lei mi ascolta interessata mentre le racconto di come i suoi amici mi abbiano insegnato a costruire una radio quando i miei compagni di scuola sudavano sulle moltiplicazioni e di come passassimo le estati in una campagna di certi tizi amanti della canapa a sparare alle zucche. Ogni tanto si ferma pensierosa e mi chiede un dettaglio, poi continua a guidare. Indossa i Ray-Ban tartarugati che indosso anche io. Non simili: gli stessi. Me li ha regalati poco prima di morire, anni fa. O tra venticinque anni, che è uguale.

‘E la rivoluzione come è andata?’
‘Quale rivoluzione?’
‘Dai, la rivoluzione. Le cose non possono continuare così per molto. Non mi dirai che c’è ancora la Democrazia Cristiana nel- Da quand’è che vieni tu?’
‘Duemilaundici.’
‘Ecco. Chi c’è al governo nel duemilaundici?’
‘Non mi crederai mai…’
‘Dai, ti ho detto che credo a tutto. Ora dimmi.’
‘Berlusconi.’

Inchioda. Si volta e mi guarda come se le avessi stuprato il gatto e mangiato la nonna. Intorno a noi sole, campagna a perdita d’occhio ed un pezzo dei Clash che ricordo da quando ero bambino.

‘Lo sapevo. Ha usato le televisioni per rincoglionire la gente, giusto? Chi ha come ministro, qualche ballerina di Drive-In? E l’opposizione che fa?’

Le spiego al volo che la sinistra non si è mai ripresa dalla scomparsa di Berlinguer, che i partiti sono esplosi in seguito a Tangentopoli e che la mafia ha vinto la guerra. Lei ascolta attenta ed ogni tanto mi chiede di qualcuno. I nomi li conosco, però di tanti non so dirle il destino. Quando le dico che Pertini ha avuto la fortuna di morire prima di vedere lo sfacelo le scende una lacrima.

‘Ok, figlio. Siamo arrivati. Riconosci il posto?’
Mi guardo intorno. Siamo davanti ad un cancello in ferro battuto in mezzo alla macchia mediterranea. È la casa al mare della mia prozia ricca. Ci abbiamo passato un sacco di tempo d’estate, mentre la zia era in viaggio per il mondo al seguito del marito Dott. Prof. Barone. Lei mi guarda in attesa, io scendo ed infilo la mano a colpo sicuro tra due sassi anonimi, tirando fuori le chiavi. Un sorriso compiaciuto le illumina il viso.

‘Era un test?’ le chiedo.
Lei non risponde e parcheggia sotto il pergolato.

Per qualche motivo la corrente non funziona, quindi ceniamo a lume di candela con la roba che ci siamo portati, sulla terrazza. L’odore degli zampironi ed il riflesso delle luci del promontorio sul mare mi ricordano di quando ero bambino. Su questa stessa terrazza ho imparato a leggere in compagnia di Verne, Asimov, Salgari e gli altri. Lei mi guarda e mi chiede ‘A che pensi?’. Io non so risponderle e mento ‘Niente’.

‘Chi è questo Saverio di cui mi parli sempre?’
‘Tipo l’amore della tua vita, forse appena troppo perfetto.’

Lei mi fa segno di andare avanti con la forchetta, mentre mastica insalata di pasta.
‘Lo conoscerai di ritorno da un viaggio in Egitto, mentre io sono in vacanza studio a casa di certi tuoi amici a Brighton. Non so i dettagli, comunque quando torno in Italia abbiamo finalmente una casa nostra -sua- e ci stabiliamo per un po’ di anni nella stessa città. Io cresco, tu cresci e dopo un po’ ci perdiamo di vista, e quando torno è già tardi.’

‘Lui com’è?’
‘Mah, il tuo tipo credo. Intelligente, insegna all’università ed ha un suo studio. Archietetto. Dipinge, scrive, suona. Ti porta in giro per il mondo e ti fa conoscere un mare di gente. Ti ama, ma non è geloso.’
‘E lo caccio di casa?’
‘Sì, dopo un po’ di anni l’uomo perfetto ti stufa ed hai un esaurimento nervoso. Decidi che vuoi altro, ma non si capisce cosa. Hai un periodo di alti e bassi ed io me ne vado di casa, con la scusa di fare l’università a P-‘

‘Aspetta, questa roba non mi interessa. O è importante che la sappia?’
‘No, no. Questa roba possiamo trascurarla. Quello che ti devo dire devi farlo subito, tanto.’
‘E sei sicuro che non cambierà la tua storia?’
‘Sicuro no, però vale la pena di tentare.’
‘Non mi hai ancora spiegato come hai fatto ad arrivare qui.’

Glielo spiego, capisce alla prima. Io ci ho impiegato di più.
Finiamo la cena e ci mettiamo a sedere sul bordo della terrazza, sospesi tra le stelle, di cielo e di mare. Mi racconta di lei, da pari a pari. Tutte cose che quando ero bambino non potevo cogliere e che lei crescendo si è dimenticata. I suoi sogni, gli obiettivi, le questioni di famiglia. Mi racconta dei nonni e di come abbia deciso di andar via di casa presto. In questo momento è più giovane di me, e comunque è già più matura. Dev’essere una specie di legge universale: in qualunque sistema di riferimento non puoi veramente insegnare qualcosa a tua madre. Spremo il mio briciolo di fede per augurarmi che questa legge sia sbagliata.

‘Ok, devo dirtelo.’
‘Aspetta. Sei sicuro che sia una buona idea?’
‘No. Non so se sia una buona idea, ma sono venuto qui per farlo ed ora non mi tiro indietro.’
“Quindi?”
‘Morirai.’
‘Questo lo so. Anche tu, anche quegli stronzi sullo yacht lì in fondo.’
‘No, sul serio. Morirai prematuramente. Sarà terribile.’
‘E quando arriva il robot killer dal futuro?’

Mi guarda come se stessi indossando un costume da pollo. Lo so. Me l’ha insegnato lei: quando devi togliere pathos da una situazione imbarazzante devi visualizzare l’interlocutore vestito come un coglione. Funziona.

‘Niente robot killer, niente guerra, niente invasione aliena. Morirai lentamente, di AIDS. Te lo trasmetterà mio padre, e tu lo trasmetterai a tutte le persone che amerai, me compreso. Una specie di mio gemello cattivo.’

Lei mi guarda intensamente. Il costume da pollo è sparito e lei ha già capito. Ha già capito quello che voglio dirle e l’atmosfera si è fatta strana. Non proprio tesa, ma non serena.

‘Dimmi, abbiamo avuto una bella vita? Sono stata una brava mamma?’

Lacrime calde iniziano a scorrermi sul viso, mentre le dico che sì, è stata la mamma migliore del mondo, nonostante ciò che possano averle detto alcuni. Me compreso. Decisamente non è stata una vita tradizionale, ma non ho nessun rimpianto.

‘L’estate prossima, in una comune, hai detto?’
‘Sì, credo fosse casa di una certa tua amica Gianna.’
‘Ah, la vegetariana. Sì, mi ha già accennato qualcosa.’

Ci guardiamo con una strana consapevolezza negli occhi, poi le metto in mano un bigliettino.

‘Cos’è?’
‘Ci sono segnate un paio di cose che mi hai detto avresti voluto fare e poi ti sei pentita di non aver fatto. C’è l’indirizzo del pub dove lavora Saverio a Londra; per ora è uno studente e cameriere part time. Quella in fondo è la schedina di domenica prossima. Ho controllato: nessuno ha fatto 13, non rubi niente se la giochi tu.’

Entrambi abbiamo le lacrime che sgorgano, ed entrambi teniamo i Ray-Ban tartarugati appesi al collo della maglietta. È una sensazione indescrivibile: molti sanno come ci si sente a stare per morire, ma nessuno -credo- sa come ci si sente a stare per non nascere.

‘Sicuro? Davvero vuoi che vada così?’
‘Sì. Ci ho pensato molto, è la cosa migliore per tutti. È un po’ come se ti rendessi un favore.’

Mi abbraccia, io la stringo e piango a dirotto, poi mi stacco e guardo l’orologio. È ora.

‘Allora, mi raccomando. Riguardati.’
‘Anche tu, ovunque tu vada. Se vai da qualche parte… Oddio, non so che dico.’
‘Tranquilla mamma. Ti voglio bene.’
‘Anche io.’

Quando l’ultima lacrima tocca terra io non ci sono più.
Mai più.

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La Storia dei Vincitori

26 Nov

‘Un’ultima domanda prima di andare a posto.’

Filippo sentì il sangue gelare. Sinora l’interrogazione gli era andata abbastanza bene, ma gli aveva chiesto già tutto quello che c’era da sapere e non aveva proprio idea di cosa la professoressa R. potesse volersi sentir dire.

‘Hai mai sentito parlare della Torre di Pisa?’

Dopo alcuni secondi di vuoto e terrore, Filippo prese a parlare senza prendere fiato.

‘La Torre Pendente di Pisa, o Campanile di Santa Maria -Santa Maria qualcosa-’

‘Assunta’ aggiunse la professoressa facendo cenno di andare avanti.

‘- era il simbolo della città toscana sede del famoso Aeroporto Galilei, progettato dal-’

‘Concentrati sulla torre, all’aeroporto arriviamo dopo.’

‘dicevo, simbolo della città toscana. Costruita durante il XIII secolo è arrivata pressoché intatta fino gli inizi del XXI quando venne abbattuta durante una rivolta dei Baroni contro l’imperatore Cesare Berlusconi I. L’evento della caduta della torre è una delle prime testimonianze di giornalismo digitale di cui abbiamo traccia, grazie anche alla notevole risonanza mediatica avuta in tutto il mondo.’

‘Bene. Ti ricordi come andarono i fatti?’

‘Beh, sul libro non c’era…’

‘Suvvia, hai sicuramente visto il film per il corso di Italiano.’

‘Ah! ‘Eravamo Carmignani? La scena in cui la folla di studenti assalta la torre dando fuoco ai negozi e picchiando i pensionati?’

‘Esattamente. Sai che è basato su una storia vera si? Ecco, la scena in cui i ragazzi salgono sulla torre e si mettono a battere tutti insieme i piedi e poi la torre crolla, è andata esattamente così.’

Una voce si alzò dal fondo dell’aula. Era Elisabetta, quella comunistella che aveva sempre da obiettare su qualunque cosa.

‘Professoressa, ci sono voci che dicono che in realtà la torre sia stata fatta demolire da forze vicine al Palazzo per dare poi la colpa a studenti e Baroni e velocizzare la distruzione dell’università, che allora era pubblica.’

‘Ci sono anche voci che dovrebbero stare zitte mentre interrogo, signorina S.’

Elisabetta S. strinse gli occhi come se volesse disintegrare la vecchia zitella in cattedra, poi si rimise a modellare sulla sua olotab, borbottando. Vecchia stronza.

‘Benissimo. Vedo che hai studiato e sei affine alla linea di pensiero ufficiale. Ti do un bel 9, paghi contanti o carta?’

Reality Show

22 Nov

Dopo un’abbondante colazione a base di pane e burro, Giovanni e Sara si recarono all’esecuzione capitale.

Piazza dei Cavalieri era gremita dell’abituale folla della domenica mattina, più che altro gente dei paesi vicini in città per il mercato degli orrori. Già da tempo le esecuzioni non suscitavano più quel fascino dei primi tempi e la gente di città preferiva passare il giorno libero a riposare sulle rive del fiume o in campagna ad arrostire.

‘Guarda, sta arrivando il carro!’

I bambini erano gli unici a conservare il genuino buonumore alla vista dei condannati. Giovanni ci pensava spesso: i nuovi nati non avevano mai visto un frigorifero in funzione -o la televisione- e non gliene poteva fregare di meno. Per loro i racconti dei grandi erano solo racconti, niente di diverso da Robin Hood o altre storie. Nel giro di una o due generazioni tutte le vestigia del passato sarebbero diventate leggenda. Un nuovo medioevo.

Per lui era diverso: lui ricordava suo padre al computer, i film ed i cartoni animati e le giostre. Era anche stato su un aereo, e spesso in treno. Sara aveva ricordi più sbiaditi: era più giovane di qualche anno, anche se in quanto a maturità probabilmente lo superava. Era nata quando le bombe avevano iniziato a cadere, rimasta orfana quasi subito. I suoi l’avevano adottata che avrà avuto si e no quattro anni e da allora era cresciuta forte e fiera.

I condannati vennero fatti salire sulle scale del palazzo, dove tutta la folla poteva vederli. Un drappello di guardie circondava la scala tenendo a bada i curiosi. I tre esecutori controllavano il funzionamento della forca, mentre il capitano si aggirava con aria grave in attesa di dare il via. Giovanni sorrise a Sara e lei gli mandò un bacio, poi rimasero a penzolare nel vuoto.

Amici d’Infanzia

22 Nov

Quando ero piccolo mi regalarono uno gnomo. Era grazioso, col suo berretto rosso, la casacca blu e la barba. Lo tenevo in una gabbietta di metallo e legno, con dentro dei mobili del suo formato presi in prestito alle bambole di Cinzia: un letto, un tavolo, una scatola per le provviste e così via. Per fare il bagno usava una vecchia tazza di porcellana, e nella sua piccola libreria avevo messo dei libricini tascabili che avevamo trovato ad un mercato di cianfrusaglie.

Era così piccolo che come lenzuola usava dei fazzoletti ricamati e come coperte delle sciarpe di lana tagliate. Cinzia gli aveva fatto dei vestiti su misura, ma lui continuava a preferire i vestiti con cui era arrivato.

 

Al ritorno da scuola mi piaceva molto correre su in camera e stare a guardare il mio amico gnomo agitarsi e cercare di comunicare. Gli avevo anche messo una ruota da criceti, nella quale però non correva se non spronato. Ricordo che aveva il terrore di Nerone, e se per caso facevo finta di lasciarlo solo nella stessa stanza col gatto si metteva a sbraitare ed agitarsi finché non tornavo. Che buffo.

 

Una volta aveva rubato una matita che avevo dimenticato in giro. Con pazienza l’aveva affilata e nascosta sul fondo della gabbia e poi, una notte, l’aveva usata per scappare. Ci aveva allargato le sbarre e se ne era anche servito come lancia per tenere a bada Nerone. È stato nascosto per tre giorni, poi l’abbiamo ritrovato nei pressi dell’ingresso. Mi sono molto arrabbiato e gli ho detto che non eravamo più amici, l’ho spogliato e chiuso in un barattolo.

 

Mio padre lo scoprii quasi subito, comunque, e si arrabbiò molto. Disse che non ero abbastanza maturo per avere un animale domestico, che certe responsabilità non vanno prese alla leggera, poi mi mandò in camera senza possibilità di ribattere. Credo l’abbia liberato in giardino, vicino a dove l’avevamo trovato.

 

Non ho mai più visto uno gnomo, fino all’altra notte. Erano tanti, tutti accostati alle finestre, guardavano dentro casa. Non posso addormentarmi.

 

Scripta Manent

12 Nov

Sono settant’anni che lavoro come lavagna.

Quando questo posto è stato inaugurato era una scuola elementare, la prima cosa che mi è stata scritta sopra è stata A B C D E F G e così via, in bella grafia. In seguito ho imparato linee e cerchi, un po’ di storia, delle poesie, problemi molto interessanti riguardo posti esotici come il mercato, fare la spesa ed una mamma alle prese con torte da dividere e mele per tutti.

 

Poi qualcosa è cambiato: hanno iniziato a scrivere di turni, liste di nomi, orari, guardie, interrogatori. Niente più grafie di bambini ma mappe d’azione ed ordini del giorno. È durato per tre o quattro anni circa, poi silenzio per un po’ e finalmente di nuovo qualcosa: ‘Repubblica 1.769, Monarchia 987. Affluenza al seggio alle 18:00 del 2 Giugno 74%’.

 

A settembre ripresero a scrivere, prima latino, poi matematica, poi chimica e poi storia, tutto più approfondito. Durò per una trentina d’anni, sempre le stesse cose. Ogni tanto, alcune cose colpirono la mia curiosità: “Autogestione”, “Occupazione”, “Ordine del Giorno” e per un po’ ebbi la sgradevole sensazione che fossero tornati gli anni delle liste e degli interrogatori. Niente di tutto questo: iniziarono ad arrivare i disegni, e le rivendicazioni ed il nonsense ed il dada e mi sentii partecipe di un movimento di pensiero travolgente. Tra una lezione e l’altra arrivavano frasi forti. Una mi colpì particolarmente: ‘Future Is Unwritten’. Nel mio mondo in effetti era sempre stato così: il passato era scritto, il futuro no. Rimasi a pensare parecchio. Le scritte autogestite tornarono periodicamente, sempre nello stesso periodo dell’anno, con diverse intensità. Alle volte più feroci, alle volte più blande. Ogni tanto veniva identificato il nome del nemico, il Ministro, con diversi epiteti a seguire.

 

Ci fu un breve periodo di transizione in cui nessuno scrisse niente, poi finii nella sistemazione attuale. Se prima le scritte riguardavano argomenti diversi, ora invece erano tutte più o meno concentrate sulla matematica. Imparavo cose rigorose, formali, precise. Potevo riconoscere un certo tipo di grafie diverse -di solito più sicure- la mattina, e molte altre -più incerte ma vivaci- nel pomeriggio. La mattina scrivevano di formalismi e casi generali e di pomeriggio tante, tantissime applicazioni e soluzioni di problemi. Mi mancava un po’ la storia, con il suo fascino, ma soprattutto verso la fine la storia diventava vaga e sicuramente perdevo qualcosa: sospettavo ci fosse qualcosa tra l’elenco di date che di solito veniva scritto con qualche evento accanto. In matematica, invece, tutto era rigoroso e scritto e potevo tener traccia del discorso.

 

Sono passati così gli ultimi venti anni. Nel frattempo ho ospitato scritte di una certa Pantera e di una certa Onda ed alle lezioni di matematica se ne sono affiancate altre di sue applicazioni: una delle discipline mi ha dato strumenti per organizzare il mio pensiero in programmi, le informazioni in alberi e strutture; l’altra mi ha dato finalmente una percezione di quello che dovrebbe essere il mondo intorno a me. Ho sempre saputo di non essere solo una superficie, anche se la superficie è ciò che mi caratterizza, ma adesso ho anche percezione di ciò che mi compone, delle frequenze a cui risuonano i miei componenti e delle onde che si rifrangono sulla mia superficie. Finalmente ho avuto un senso di completezza e di equilibrio mai avuto prima.

 

Nelle ultime due settimane le scritte degli occupanti sono diventate più intense. Turni di volantinaggio, conferenze stampa, poi turni di portineria, proposte e mozioni. Poi ieri sera le scritte si sono interrotte bruscamente a metà di una programmazione di attività.

 

Stamani un’altra grafia, più grezza, ha scritto ‘pulite tutto il sangue prima dei giornalisti’.

 

Spero che tornino presto i ragazzi.

 

Buffer Overflow

16 Ott

‘Presto!’

Nel buio, i due giovani potevano sentire il drone cacciatore avvicinarsi lungo il condotto d’aerazione.

‘Ma non ha senso! Non può funzionare!’

‘Fidati, dammi la tua ID. Ora.’

Semiparalizzato dal terrore, Gianni frugò nella borsa che teneva sulle spalle e ne tirò fuori il tesserino d’identità rubato al professore. Michele con un solo gesto afferrò la tessera e la infilò nell’apposita fessura dello strumento che aveva poggiato per terra. Era una specie di calcolatore, con display lcd nero e verde e tastiera morbida, design molto antico, con cavi che uscivano dalle fessure e schede attaccate fuori con il nastro isolante. Gianni osservò tremante il suo amico comporre formule arcane sulla tastiera e cascate di codici scorrere sul display, poi una luce passò da rosso a verde.

‘Fatto. Tienila bene in vista.’

‘No, scappiamo. Ti prego, ho troppa paura.’

‘Lo faccio io allora, dai qua!’

‘No! Andiamo!’

Il drone era proprio dietro l’angolo: potevano sentire i vortici di polvere sollevati dai repulsori nel silenzio dei condotti. Muoversi ora sarebbe stato un suicidio.

Michele circondò le spalle di Gianni ed estese con entrambe le braccia la tessera davanti a loro.

‘Fidati.’

‘Non voglio finire nei campi.’

Gianni aveva gli occhi pieni di lacrime, quando vide il drone voltare l’angolo ed inquadrarli con i proiettori. I taser muntati sotto il muso scattarono, poi, la macchina sembrò accorgersi del tesserino e li ritrasse. La forma era quella di una sfera, disegnata da qualcuno che non ne avesse mai vista una e ne avesse solo ricevuto una sommaria descrizione da un cubista. Cavi e sensori spuntavano da ogni angolo.

‘CONTROLLO DOCUMENTI IN CORSO. ATTENDERE.’

Gianni strinse gli occhi ed estese ancora di più le braccia. Pensava a sua madre, ed alle poche cose che gli aveva detto di quando da piccola era stata prigioniera. Tremò. Michele gli strinse le spalle cercando di tranquillizzarlo.

Il fascio rosso dello scanner passò due volte sul tesserino, poi si spense. Il drone rimase fermo per un tempo che per Gianni fu infinito, mentre una serie di immagini gli scorse davanti agli occhi. Contrariamente a quanto gli avessero sempre raccontato, non è la vita che vedi passarti davanti in momenti del genere. Sono tutte le cose che non hai mai fatto che si presentano a fare rimostranze.

‘IRREGOLARITÀ RISCONTRATE NEI VOSTRI DOCUMENTI.’

Gianni smise di respirare. Michele guardò il drone interdetto.

I taser scattarono di nuovo.

‘PER FAVORE SDRAIATEVI A TERRA IN ATTESA DI ISTRUZIONI, SIGNOR 0x787878’

I repulsori si spensero di colpo, insieme alle luci, lasciando che il drone si poggiasse immobile sul pavimento del condotto.

‘SEGMENTATION FAULT. CORE DUMPED.’

In un attimo Michele si lanciò sulla macchina disattivata.

Gianni, braccia ancora distese, guardava incredulo il suo amico smontare un pannello ed armeggiare in mezzo a cavi e schede. Ancora non si capacitava di come se la fossero cavata. Michele aveva ragione. Aveva sempre ragione, dannazione.

‘Bravo Miche-’

Il drone ebbe uno spasmo tirandosi su di colpo.

‘BASH #’

Poi si rimise a sedere, docile.

‘Che ti avevo detto?’

Michele sorrideva, felice come un bambino per il nuovo giocattolo conquistato.

‘Ma come hai fatto?’

‘Queste macchine sono stupide, concepite secondo standard vecchi: non sanno contare oltre un certo tot. Io gli ho dato un nome più lungo di quanto lui sapesse memorizzare, più lungo di quanto potrebbe normalmente essere sulle tessere ID standard. Lui non l’ha capito e si è fermato a pensarci, poi, quando ha provato a richiamare la porzione di memoria in cui stava il pezzo di nome che-’

‘No ok, basta. Fermo, non voglio sapere altro. Agli altri diremo che hai usato una magia e la chiudiamo li. Io non la capirò mai questa roba, ed è meglio se non ti perdi in dettagli con la gente al villaggio. I vecchi non sarebbero contenti di sapere che uno di noi sia dentro queste cose.’

‘Va bene, lo terrò a mente per ora. Prima o poi però voi dovreste fare pace col vostro passato.’

‘Tu non sei nato al villaggio, non sai cosa hanno dovuto passare gli anziani, prima di scappare.’

Michele guardò il suo amico infervorarsi, negli occhi una rabbia antica.

‘È vero, io sono nato in una casa accogliente, in mezzo alla tecnologia. Ma questo ora non c’entra. Se ho deciso di aiutarvi è perché siamo simili, io e voi. Nonostante tutto.’

Gianni sembrò calmarsi.

‘Grazie… e scusa.’

‘Niente. Ora però sbrighiamoci a raggiungere le dispense. Prendiamo il più possibile: tornare potrebbe essere complicato. Oggi abbiamo avuto fortuna, ad incontrare uno di questi vecchi droni. Se ci fosse stato un guardiano biologico…’

Gianni sembrò colpito dal pensiero, e stretto nelle spalle iniziò a lisciarsi la coda.

‘Meglio andare, i bambini al villaggio hanno fame. Prendiamo quanto più formaggio possibile e scappiamo.’

‘Sì, il drone ci aiuterà, qualora incontrassimo un gatto.’

Il buffo trio si allontanò silenziosamente per i condotti del laboratorio di ricerca. Da qualche parte, nelle profondità delle fogne, il villaggio delle cavie scappate attendeva con speranza il ritorno dei suoi eroi.

Fallimenti

13 Ott

La professoressa K. era una specialista in fallimenti. Aveva scritto molti libri sul fallimento dei movimenti politici, tenuto conferenze sul non affermarsi di nuove tecnologie, partecipato a seminari sui matrimoni non riusciti e tutto sommato poteva considerare la sua vita un successo.

Villetta in zona residenziale e mansarda con terrazza in centro, accanto all’Università; marito ed amante (rispettivamente maschio e femmina) che andavano d’accordo tra loro, due figli all’università (maschio e femmina anche questi) che non le davano alcuna preoccupazione, due gatti (ex maschio ed ex femmina) e due conti in banca (italiano e svizzero). Conosceva decine, forse centinaia o anche migliaia di persone che avrebbero ucciso per  poter condurre la vita che lei faceva ormai da anni. Certo, gli inizi non erano stati facili: aveva dovuto fare a spallate per riuscire a procurarsi la borsa di dottorato e farsi approvare il progetto, ma da allora era stata tutta discesa.

Nessuno prima di lei aveva affrontato in maniera scientifica il fallimento, come entità a se stante. Per gli altri studiosi il fallimento era sempre stato qualcosa di contingente, talvolta inaspettato, talvolta prevedibile ma comunque mai un   soggetto con una propria dignità. Il primo a darle credito era stato il suo supervisore alla London School of Economics, dove era finita dopo una brillante carriera presso l’Università di P. negli anni caldi della protesta studentesca. Una delle tante.

Era riuscita ad entrare grazie a tre ottime lettere di raccomandazione di certi professori che aveva conosciuto a certe feste poco formali, oltre che ad un buon lavoro di tesi in cui analizzava il fallimento del Movimento dall’interno. Aveva partecipato a tutte le assemblee, i picchetti, le barricate ed aveva raccolto abbastanza materiale da tracciare, seppure in via embrionale, uno schema di come un processo non pilotato tenda quasi automaticamente a fallire. C’erano anche tante belle parole come Entropia e Teoria dei Giochi dentro, su suggerimento di uno dei suoi amici-con-benefici fisico-matematico. Dopo P. un Master a Londra, poi PhD a Yale e Post Doc alla Sorbona, due anni in Giappone come associato e finalmente di ritorno in Italia come Ordinario, senza passare dal via. I bambini erano arrivati uno in America e l’altra a Parigi. Era stato un po’ complicato partecipare alle orge col pancione, ma lei e suo marito avevano gestito bene la cosa grazie ad un’altalena che gli aveva suggerito un amico regista porno californiano.

Due, tre volte la settimana ricevevano in visita l’amante ufficiale e si scambiavano consigli sui libri, film, partner occasionali e solitamente finivano la serata molto contenti. Talvolta un po’ di cocaina, talvolta un’escort giapponese su cui accanirsi in tre. Niente grandi eccessi, insomma.

I ragazzi avevano preso la via del padre: medicina. Il grande faceva la specializzazione in neurochirurgia, la piccola stava prendendo accordi per entrare in una Medical School a New York appena finito il college in California.

Negli ultimi quindici anni era stata citata in un’infinità di riviste, articoli, e libri. Secondo qualcuno era la nuova Von Neumann ( o la nuova Nash ) ed il suo lavoro sullo studio scientifico del fallimento aveva portato a nuovi algoritmi per la gestione di un’infinità di problemi. Nessuno affrontava più un problema complesso con la stessa ottica di come avrebbe fatto dieci anni prima.Decine di governi e segreterie di partito, oltre che consigli d’amministrazione di multinazionali di mezzo mondo la tenevano sul libro paga come consulente.

Poteva decisamente considerarsi una persona felice, libera da vincoli e da fantasmi del passato, quasi completamente. Sì, perché proprio mentre frugava tra i suoi vecchi fascicoli impolverati di quando ancora studiava a P. aveva trovato una lettera che le aveva scritto Michela, probabilmente l’unica persona che l’avesse mai amata veramente. La lettera era lì chiusa da anni, e sul momento non aveva voluto leggerla. Gliel’aveva scritta la sera prima che la polizia venisse a prenderla nella facoltà di Scienze occupata, dopodiché nessuno la vide più viva. Fu un bel casino all’epoca, i giornali ne parlarono e ci fu pure qualche dimissione tra i papaveri della polizia. Storiaccia.

Erano state insieme per un anno e mezzo, forse il periodo più felice della sua vita, in cui avevano urlato a tutti che non si sarebbero mai uniformate, che sarebbero state com’erano contro tutto e tutti. Poi basta. Michela aveva cercato di vederla e sentirla, ma non si era mai fatta trovare.

Aprì la lettera e ne lesse le poche righe, la chiuse e silenziosamente iniziò a piangere. Allegata alla lettera, una foto di loro due, giovani e belle, con grosse giacche militari e le fasce colorate nei capelli, sullo sfondo la facoltà di Scienze.

“Avrai due gatti, una bella casa, due figli, un marito che ti vuole bene e si scopa la segretaria. Tu lo saprai ma non ti importerà, perché sicuramente avrai anche qualcun altro. Non ricorderai più di quando la gente come te ci faceva schifo, e non ricorderai più neanche di me. Io invece ricorderò di te, come sei ora (com’eri, dal tuo punto di vista), per sempre. Ti amo.”

Si asciugò le lacrime di gioia con una mano. Finalmente aveva trovato ciò che cercava: un fallimento nella sua vita. La sua biografia ora sarebbe stata perfetta.