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Kebab

8 Dic

Io, mia madre e sua moglie eravamo in prima fila al matrimonio di Sara.

Questo faceva di me ufficialmente l’unico single di casa, oltre che l’unico maschio e l’unico completamente eterosessuale, a parte il pappagallo.

Rocky non era potuto venire alla cerimonia per paura che la cascata di riso lo facesse andare in frenesia (versione ufficiale) e perché non avrebbe smesso per un secondo di ripetere alla fidanzata di Sara quanto fosse gnocca e quanto se la volesse scopare. Quando si esibisce in simili spettacoli a cena facciamo tutti finta di non sapere dove abbia imparato, ma ogni volta è un trauma per me e Sara ed una fonte di imbarazzo per Mamma e Nadia.

Dicono che i matrimoni siano il posto migliore per trovare una partner, una volta che cresci. Quando sei giovane il posto migliore è la scuola, e poi l’università, ma una volta sbarcato sul mondo del lavoro l’ultima cosa che desideri è passare il resto dei tuoi giorni con qualcuno che il tuo cervello associa all’ufficio. Gli unici a fare eccezione pare siano i becchini ed i kebabari, i primi per motivi culturali, i secondi per ferree regole della Gilda.

Avete mai sentito parlare della Gilda dei Kebabari?

Io non ne sapevo niente, sino a poco tempo fa. Poco lontano dal mio dipartimento, nel quartiere San Francesco della città di P., c’è un kebabaro particolarmente piccolo, poco noto e buono. Ci vado a mangiare da quando ero una matricola almeno una volta la settimana ed ogni volta mi accoglie sempre lo stesso Nasir, cordiale ma distaccato. Il suo sguardo è sempre rivolto verso la strada, anche quando sta tagliando o contando i soldi.

Nei primi tempi non ci ho fatto caso, poi mi sono incuriosito ed alla fine, dopo che eravamo finalmente in confidenza, gli ho chiesto il perché.

La storia è una di quelle vicende affascinanti, senza tempo, di chi viene da un luogo esotico. Nasir, che ha un’età indefinibile tra i trenta ed i quaranta, mi ha detto di essere arrivato a P. molto tempo fa. Forse il suo è stato il primo kebabaro della città, ed una volta faceva grandissimi affari. Pare che il suo locale fosse una tappa obbligata per tutti i gruppi punk transitati in città tra gli ottanta ed i novanta e sul muro c’è una sua foto insieme ai Fugazi in tour.

Era fuggito da qualcosa, portandosi dietro l’amore della sua vita.

Erano arrivati a P. e ci si erano stabiliti, poi un giorno lei era dovuta partire, per raggiungere dei parenti malati rimasti indietro. Aveva promesso di tornare presto, di non preoccuparsi. Lui le aveva risposto che l’avrebbe aspettata per sempre, e che l’amava. Non era mai tornata.

Nasir mi raccontò che ai tempi dell’Accademia per Kebabari aveva sofferto mille patimenti, ma non si era mai scoraggiato perché sapeva che ad attenderlo c’era un futuro roseo con la sua amata. Aveva imparato l’arte del fuoco, della lama e del marcanteggiare. Aveva sconfitto innumerevoli avversari alle sfide di kebaberia ed era stato insignito dello spiedo d’argento: migliore del suo corso. Gli era stato detto di restare, e diventare Maestro. Lui aveva rifiutato, ed era dovuto fuggire. Ai Maestri non è consentito sposarsi. Ai Maestri non è consentito amare. Per i migliori c’è solo il Kebab.

Così ho spiegato a mia madre che anche per me non c’è possibilità che mi sposi. E che non ho nessuna intenzione di fidanzarmi con quella tipa del lavoro che le piace tanto: me la scopo e basta. Come le altre, dopotutto. È dura la vita del becchino. E poi, a dirla tutta, a me piace Rocky il pappagallo, che mi aspetta in macchina col motore acceso per andare dove il nostro amore non sarà ostacolato. Un posto per noi. Un posto per i migliori.

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Novembre 2006

29 Nov

John insiste

‘Dovresti dirglielo, prima che sia tardi. Fallo oggi. Ora.’

John è uno scacchista del dipartimento di Matematica. Significa che passa buona parte della sua giornata nell’aula studenti, che se non l’avete mai vista significa che non siete mai stati veramente a P.

‘È difficile, John.’

‘Stronzate.’ mi corregge garbatamente.

‘Tu dici che dovrei andare li, magari in mezzo a tutte le sue amiche durante l’aperitivo e…’

‘E dirglielo. Semplice.’

Lo guardo con perplessità: non riesco a convincermi che possa funzionare, e soprattutto non credo di essere capace di fare una cosa del genere.

‘Magari potrei aspettare un altro po’. Tipo la prossima festa e vado li e…’

‘E non farai niente. Ti conosco.’

Mi conosce, da sempre.

Abbiamo fatto tutte le scuole insieme, spesso abbiamo diviso lo stesso banco. Lui ha sempre avuto un’aria affascinante: brutto, ma con orgoglio. Nero, incazzato col mondo, sempre pronto a farsi valere. Quando magari venivano a romperci il cazzo quelli più grandi lui forse le prendeva, però ne puntava uno e lo riduceva in condizioni penose e gli altri capivano. Come un animale, con la furia di chi è attaccato alla vita con gli artigli. Ecco il mio amico. Non lo cambierei per nessuno al mondo.

‘Forse farò come dici. Sì.’

‘Bene. Ora gioca.’

Muovo il cavallo in C 6, lui lo mangia in un lampo e mi guarda da sopra gli occhiali tipo Gendo Ikari, incrociando le dita.

‘Matto. Bravo.’

‘Un’altra?’

‘Forse dovrei studiare, ora.’

Intorno a noi ci sono le solite facce dell’aula studenti. C’è il musicista underground, quello che sembra un boscaiolo pazzo, quello che legge spartiti di Bach e sorride contento, quella bella brava e figa sogno bagnato di tutti tranne che me (mi sta un po’ sul cazzo la perfezione), e poi ci sono io che studio Ingegneria e voglio fare i robot e sono alle prese con un problema più grande di me.

‘Birra in vettovaglie?’

John guarda l’orologio e fa una smorfia che significa “se a mezzanotte non sei ancora riuscito a studiare, molla tutto e vai a bere” e prende il cappotto.

È il novembre del 2006 ed indosso una giacca di pelle ed un maglione a righe gialle e nere, come Sting vent’anni prima. La gente ci guarda passare e non capisce. Non so bene cosa non capisca, però ci guarda come se ci fosse qualcosa di sbagliato, in me e lui che camminiamo insieme.

‘Eccola li’ mi fa appena arrivati in Vettovaglie.

‘Oddio che faccio?’

‘Fai quello che vuoi, io vado a prendermi un whiskey in Macelleria.’

Io lo guardo e capisco che se non ci parlo perderò una  porzione della sua stima e l’occasione della mia vita; dall’altra so che se vado, e mi va bene, gli avrò spezzato il cuore due volte. Un po’ perché in fondo quella stronza che mi fa battere il cuore piace pure a lui, un po’ perché è da quando ho avuto le prime mestruazioni che mi si vuole fare. Me l’ha detto, dieci anni fa.

Rimango un po’ perplessa in mezzo alla folla, poi prendo coraggio e mi faccio avanti.