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Il tesoro perduto

13 Mar

Nei miei anni a P. vivevo in un piccolo appartamento all’ultimo piano di un palazzo antico. La casa apparteneva ad una vecchia signora che in cambio di due chiacchiere ogni tanto ed un aiuto in qualche faccenda troppo faticosa o complessa per lei ( portare su e giù qualche cassa di tanto in tanto dalla soffitta, riparare una presa difettosa e simili ) mi lasciava completa libertà ed un appartamento piccolo ma delizioso ad un prezzo più che competitivo.

Ora, questa signora non aveva mai avuto figli, solo una nipote ( figlia di suo fratello minore ) che non rispondeva mai alle telefonate e chiamava solo quando aveva bisogno di soldi o di qualche regalo. A quanto la vecchia signora G. mi raccontava questa sua nipote sembrava sempre alle prese con qualche risistemazione della sua casa e chiedeva cose come una vecchia cassettiera liberty “che tanto non usi” o simili. La signora G., non avendo altri parenti, era sempre felice di poter accontentare questa sua nipote sperando di avvicinare i rapporti, senza tuttavia particolare successo. Parlandoci chiaramente, la nipote era una cagna avida e non è mai stato un mistero per nessuno.

Nei quattro anni che ho vissuto in quell’appartamento ho avuto più occasioni per scambiare due chiacchiere con la mia padrona di casa e più di una volta sono tornato a casa commosso sentendo storie del suo amore perduto per mare che lei non ha mai smesso di aspettare, di generazioni passate, di anni difficili in cui però non hai mai voluto separarsi delle cose che le ricordavano i momenti felici passati in quel palazzo nei passati decenni, prima che la signora G. perdesse suo marito, ufficiale medico in una missione all’estero. Se c’era qualcosa che potesse rendere felice quella donna era sapere che la casa vivesse, così non mi sono mai messo problemi ad invitare amici ed amiche nel mio piccolo spazio in mansarda. Non che facessimo mai veramente troppo casino ( a parte una volta, ma chiesi scusa ed aiutai l’idraulico a rimontare il lavello ) e quindi la vecchia signora era felice di avere un po’ di compagnia, anche solo sotto forma di rumore dal piano di sopra.

Una mattina andai a bussare per aiutarla a portare su il baule per il cambio degli armadi e la trovai addormentata in poltrona, la fotografia del marito giovane e sorridente tra le braccia, con l’ultimo sorriso della sua vita stampato in volto.
Chiamai io l’ambulanza ed aspettai il funzionario del comune per firmare le carte, la nipote irraggiungibile da qualche parte all’estero. Furono giorni strani, credo di non aver mai pianto tanto come a quel funerale solitario. C’eravamo solo io e la mia fidanzata di allora, e la pioggia. Nessun altro.

Pochi giorni dopo ricevetti la telefonata: la nipote mi voleva fuori di casa entro fine mese ( leggi meno di una settimana ). Era a ridosso della sessione di esami, ed avevo una vita ammassata e quella cagna non volle sentire ragioni. Fuori subito, devo vendere e non posso perdere il momento. Sembra che in accordo con un impresario suo amico ci fossero dei progetti da tempo sul demolire la palazzina liberty di cui ora era unica proprietaria e costruire al suo posto cinque piani di miniappartamenti per studenti, alcuni dei quali sarebbero rimasti a lei e gli altri all’impresario, e che era indispensabile sbrigarsi perché fosse tutto pronto per il successivo anno accademico, o qualcosa del genere. Comunque nessuna possibilità di appello, dovevo essere fuori di casa o ci avrebbe pensato lei.

Per i primi due giorni rimasi completamente stranito, sopraffatto dalla rapidità degli eventi. Era come se qualcuno avesse tolto il tappo alla vasca e la mia vita degli ultimi anni stesse vorticosamente scivolando già per il tubo. Durante il giorno potevo sentirla rovistare tra i cassetti al piano di sotto, cercando gioielli ed altri oggetti di valore, e la notte pile di vecchie lettere e fotografie apparivano magicamente vicino al cassonetto. Ho raccolto un po’ di une e delle altre senza pensarci e sono stato a piangere ancora un altro giorno quando ho realizzato che i gatti della signora G. erano stati probabilmente portati a far sopprimere.

Pioveva, furiosamente, quando sentii miagolare al lucernaio della mia piccola cucina. Aprii la finestra per fare entrare i due vecchi soriani che in qualche modo dovevano essere scappati ( o forse abbandonati, chiusi fuori di casa? ). Dev’essere stato il loro aspetto misero, fradici ed affamati, a far scattare qualcosa. Dopo avergli aperto tutte le scatolette di tonno che avevo in dispensa gli piazzai un cuscino davanti alla stufa e mi misi a scrivere, attento a copiare a dovere la grafia delle lettere che avevo recuperato.

” Mia amata G.

…”

Una volta finita ci infilai dentro una foto del defunto marito nella sua uniforme da ufficiale di marina, con dedica e sorriso, ed infilai tutto in una busta recuperata dalla pila. Misi molta cura nel richiuderla in modo che sembrasse mai aperta e dimenticata per decenni, poi con circospezione scesi le scale ed entrai nell’appartamento deserto del piano di sotto per l’ultima volta passando dal pozzo luce.

Sapevo dell’intercapedine sotto il parquet perché avevo aiutato la signora G. a riparare una perdita l’anno prima. Allargai due assi davanti alla porta e ci feci scivolare la lettera dentro, come se fosse caduta li per errore anni prima, avendo poi cura di lasciare le assi smosse in modo che la porta ci andasse a sbattere la prossima volta che la nipote fosse entrata in casa.

La mattina dopo mi venne a bussare, come prima cosa. Le consegnai le chiavi ( “tutte, mi raccomando.” ) ed io ed i due gatti andammo a trasferirci temporaneamente a casa di C.

Mentre caricavo le cose in macchina sono sicuro di averla sentita urlare di eccitazione, chiamando suo marito con la sua voce acuta ed avida.

La lettera che le avevo lasciato, riassunta suonava più o meno così:

“Mia amata G.

la guerra si fa sempre più truce e temo di non riuscire più a vedere il tuo sorriso. Prego ogni giorno di vederne la fine ma sono sempre più convinto che qualcosa possa accadermi e voglio assicurarmi che tu possa vivere serenamente anche dopo la mia dipartita. Nascosto dietro il muro dietro il ritratto di zio M. c’è uno scomparto segreto. Dentro puoi trovare gli atti di proprietà di una miniera che mio padre acquistò in Eritrea ed i dati del conto svizzero su cui ogni anno vengono versati i proventi. Non ho mai voluto rivelarti prima di questa ricchezza per paura che mi vedessi sotto un’ottica diversa. È tutto tuo, sono milioni, senza contare gli interessi. La combinazione della cassaforte è la data della nostra foto alla rotonda di A.

Ti amo, per sempre tuo M.”

Sono passati quasi dieci anni e la casa è ancora in piedi. So che la nipote ha divorziato dal marito e si è fatta venire un esaurimento cercando dietro ogni muro, dietro ogni angolo, alla ricerca del tesoro perduto.

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Mai più

30 Gen

‘Ventimila di super, grazie. Ecco le chiavi.’

Guardo mia madre parlare col benzinaio ed ancora non riesco a capacitarmi di essere veramente tornato negli anni ottanta.

È una splendida giornata di fine maggio, il cielo è blu ed alla radio lo è sempre di più. Lei si accorge che la sto fissando, si volta e mi sorride lasciandomi parlizzato come un imbecille. È lo stesso viso di quando ero bambino, giovane, niente rughe. Caccio indietro una lacrima di Pavlov e guardo dall’altra.

‘Allora, che ci fai qui?’
‘Hai presente Terminator?’
‘Il film?’
‘Sì. Stessa storia: vengo da un futuro orribile per dirti alcune cose che ti cambieranno la vita. So che è difficile credermi ma ti assicuro che-‘
‘Ti credo.’

Mi prende in contropiede e rimango bloccato un’altra volta.
‘In che senso?’
‘Nel senso che ti credo: viaggio nel tempo, missione e tutto il resto. Vai avanti.’
‘Cioè non c’è bisogno che ti dica qualcosa che solo tu puoi sapere?’
‘Esatto.’
‘Tipo quella volta che a sette anni hai rubato un cameo dalla borsa della maestra e poi hai dato la colpa a quel tizio e tutti ti hanno creduto e-‘

Il mio subconscio preadolescenziale latente mi avverte che stiamo passando il cartello Acthung Minen e che non è il caso di insistere. Mi fermo e sto ad ascoltare. Mi sembra di avere di nuovo cinque anni.

‘Ho detto che ti credo. Ora, per favore, mi dici queste cose che dovrebbero cambiarmi la vita?’

Sto per rispondere quando il benzinaio appare con le chiavi, ci aggiunge un occhiolino ammiccante poco convinto di routine e ritorna ciondolante al suo gabbiotto mentre noi partiamo verso il mare.

‘Dicevo. Vengo dal futuro, nascerò l’anno prossimo e tu non saprai mai precisamente chi sia mio padre. Frutto di una tua estate passata in una comune. Vivremo un po’ di anni difficili durante la mia infanzia, tra un tuo lavoro e l’altro, in diverse città.’
‘Che lavori?’
‘Cose, non so dettagliarti meglio. Ho pochi ricordi di quel periodo e tu non ne vuoi parlare.’
‘Stavamo- Steremo da soli?’
‘Cambierai un po’ di fidanzati. Anche una fidanzata, Monica, però nessuno sarà quello giusto sino a Saverio.’

Lei mi ascolta interessata mentre le racconto di come i suoi amici mi abbiano insegnato a costruire una radio quando i miei compagni di scuola sudavano sulle moltiplicazioni e di come passassimo le estati in una campagna di certi tizi amanti della canapa a sparare alle zucche. Ogni tanto si ferma pensierosa e mi chiede un dettaglio, poi continua a guidare. Indossa i Ray-Ban tartarugati che indosso anche io. Non simili: gli stessi. Me li ha regalati poco prima di morire, anni fa. O tra venticinque anni, che è uguale.

‘E la rivoluzione come è andata?’
‘Quale rivoluzione?’
‘Dai, la rivoluzione. Le cose non possono continuare così per molto. Non mi dirai che c’è ancora la Democrazia Cristiana nel- Da quand’è che vieni tu?’
‘Duemilaundici.’
‘Ecco. Chi c’è al governo nel duemilaundici?’
‘Non mi crederai mai…’
‘Dai, ti ho detto che credo a tutto. Ora dimmi.’
‘Berlusconi.’

Inchioda. Si volta e mi guarda come se le avessi stuprato il gatto e mangiato la nonna. Intorno a noi sole, campagna a perdita d’occhio ed un pezzo dei Clash che ricordo da quando ero bambino.

‘Lo sapevo. Ha usato le televisioni per rincoglionire la gente, giusto? Chi ha come ministro, qualche ballerina di Drive-In? E l’opposizione che fa?’

Le spiego al volo che la sinistra non si è mai ripresa dalla scomparsa di Berlinguer, che i partiti sono esplosi in seguito a Tangentopoli e che la mafia ha vinto la guerra. Lei ascolta attenta ed ogni tanto mi chiede di qualcuno. I nomi li conosco, però di tanti non so dirle il destino. Quando le dico che Pertini ha avuto la fortuna di morire prima di vedere lo sfacelo le scende una lacrima.

‘Ok, figlio. Siamo arrivati. Riconosci il posto?’
Mi guardo intorno. Siamo davanti ad un cancello in ferro battuto in mezzo alla macchia mediterranea. È la casa al mare della mia prozia ricca. Ci abbiamo passato un sacco di tempo d’estate, mentre la zia era in viaggio per il mondo al seguito del marito Dott. Prof. Barone. Lei mi guarda in attesa, io scendo ed infilo la mano a colpo sicuro tra due sassi anonimi, tirando fuori le chiavi. Un sorriso compiaciuto le illumina il viso.

‘Era un test?’ le chiedo.
Lei non risponde e parcheggia sotto il pergolato.

Per qualche motivo la corrente non funziona, quindi ceniamo a lume di candela con la roba che ci siamo portati, sulla terrazza. L’odore degli zampironi ed il riflesso delle luci del promontorio sul mare mi ricordano di quando ero bambino. Su questa stessa terrazza ho imparato a leggere in compagnia di Verne, Asimov, Salgari e gli altri. Lei mi guarda e mi chiede ‘A che pensi?’. Io non so risponderle e mento ‘Niente’.

‘Chi è questo Saverio di cui mi parli sempre?’
‘Tipo l’amore della tua vita, forse appena troppo perfetto.’

Lei mi fa segno di andare avanti con la forchetta, mentre mastica insalata di pasta.
‘Lo conoscerai di ritorno da un viaggio in Egitto, mentre io sono in vacanza studio a casa di certi tuoi amici a Brighton. Non so i dettagli, comunque quando torno in Italia abbiamo finalmente una casa nostra -sua- e ci stabiliamo per un po’ di anni nella stessa città. Io cresco, tu cresci e dopo un po’ ci perdiamo di vista, e quando torno è già tardi.’

‘Lui com’è?’
‘Mah, il tuo tipo credo. Intelligente, insegna all’università ed ha un suo studio. Archietetto. Dipinge, scrive, suona. Ti porta in giro per il mondo e ti fa conoscere un mare di gente. Ti ama, ma non è geloso.’
‘E lo caccio di casa?’
‘Sì, dopo un po’ di anni l’uomo perfetto ti stufa ed hai un esaurimento nervoso. Decidi che vuoi altro, ma non si capisce cosa. Hai un periodo di alti e bassi ed io me ne vado di casa, con la scusa di fare l’università a P-‘

‘Aspetta, questa roba non mi interessa. O è importante che la sappia?’
‘No, no. Questa roba possiamo trascurarla. Quello che ti devo dire devi farlo subito, tanto.’
‘E sei sicuro che non cambierà la tua storia?’
‘Sicuro no, però vale la pena di tentare.’
‘Non mi hai ancora spiegato come hai fatto ad arrivare qui.’

Glielo spiego, capisce alla prima. Io ci ho impiegato di più.
Finiamo la cena e ci mettiamo a sedere sul bordo della terrazza, sospesi tra le stelle, di cielo e di mare. Mi racconta di lei, da pari a pari. Tutte cose che quando ero bambino non potevo cogliere e che lei crescendo si è dimenticata. I suoi sogni, gli obiettivi, le questioni di famiglia. Mi racconta dei nonni e di come abbia deciso di andar via di casa presto. In questo momento è più giovane di me, e comunque è già più matura. Dev’essere una specie di legge universale: in qualunque sistema di riferimento non puoi veramente insegnare qualcosa a tua madre. Spremo il mio briciolo di fede per augurarmi che questa legge sia sbagliata.

‘Ok, devo dirtelo.’
‘Aspetta. Sei sicuro che sia una buona idea?’
‘No. Non so se sia una buona idea, ma sono venuto qui per farlo ed ora non mi tiro indietro.’
“Quindi?”
‘Morirai.’
‘Questo lo so. Anche tu, anche quegli stronzi sullo yacht lì in fondo.’
‘No, sul serio. Morirai prematuramente. Sarà terribile.’
‘E quando arriva il robot killer dal futuro?’

Mi guarda come se stessi indossando un costume da pollo. Lo so. Me l’ha insegnato lei: quando devi togliere pathos da una situazione imbarazzante devi visualizzare l’interlocutore vestito come un coglione. Funziona.

‘Niente robot killer, niente guerra, niente invasione aliena. Morirai lentamente, di AIDS. Te lo trasmetterà mio padre, e tu lo trasmetterai a tutte le persone che amerai, me compreso. Una specie di mio gemello cattivo.’

Lei mi guarda intensamente. Il costume da pollo è sparito e lei ha già capito. Ha già capito quello che voglio dirle e l’atmosfera si è fatta strana. Non proprio tesa, ma non serena.

‘Dimmi, abbiamo avuto una bella vita? Sono stata una brava mamma?’

Lacrime calde iniziano a scorrermi sul viso, mentre le dico che sì, è stata la mamma migliore del mondo, nonostante ciò che possano averle detto alcuni. Me compreso. Decisamente non è stata una vita tradizionale, ma non ho nessun rimpianto.

‘L’estate prossima, in una comune, hai detto?’
‘Sì, credo fosse casa di una certa tua amica Gianna.’
‘Ah, la vegetariana. Sì, mi ha già accennato qualcosa.’

Ci guardiamo con una strana consapevolezza negli occhi, poi le metto in mano un bigliettino.

‘Cos’è?’
‘Ci sono segnate un paio di cose che mi hai detto avresti voluto fare e poi ti sei pentita di non aver fatto. C’è l’indirizzo del pub dove lavora Saverio a Londra; per ora è uno studente e cameriere part time. Quella in fondo è la schedina di domenica prossima. Ho controllato: nessuno ha fatto 13, non rubi niente se la giochi tu.’

Entrambi abbiamo le lacrime che sgorgano, ed entrambi teniamo i Ray-Ban tartarugati appesi al collo della maglietta. È una sensazione indescrivibile: molti sanno come ci si sente a stare per morire, ma nessuno -credo- sa come ci si sente a stare per non nascere.

‘Sicuro? Davvero vuoi che vada così?’
‘Sì. Ci ho pensato molto, è la cosa migliore per tutti. È un po’ come se ti rendessi un favore.’

Mi abbraccia, io la stringo e piango a dirotto, poi mi stacco e guardo l’orologio. È ora.

‘Allora, mi raccomando. Riguardati.’
‘Anche tu, ovunque tu vada. Se vai da qualche parte… Oddio, non so che dico.’
‘Tranquilla mamma. Ti voglio bene.’
‘Anche io.’

Quando l’ultima lacrima tocca terra io non ci sono più.
Mai più.

Pirateria

14 Ott

Simone tornava a casa estremamente felice. Per la prima volta da mesi la pesca era finalmente tornata abbondante, grazie a Dio. Nell’ultimo periodo la gente si era ridotta a mangiare quasi esclusivamente focacce di grano ed orzo o erbe amare, visti i prezzi proibitivi dei pochi pesci arrivati al mercato. Alcuni venditori erano arrivati ad assumere delle guardie del corpo per evitare che qualche preziosa triglia gli venisse sottratta dal banco.

Fece rapidamente i suoi conti: con quello che aveva nella cesta sulle spalle, ammettendo di vendere tutto ad un prezzo lievemente inferiore a quello della concorrenza, sarebbe riuscito a mettere abbastanza soldi da parte per pagare tutti i debiti e magari aggiungere alla casa il piano di cui avevano bisogno per sistemare i bambini. Sognante, attraversò le porte della città senza accorgersi del clamore della folla.

Un giovane scalzo e malvestito lo spintonò

‘Fai attenzione, tu!’ gli urlò Simone, destato dal suo sogno ad occhi aperti.

‘Sbrigati, prima che si stufi!’ gli rispose quello, euforico.

Cosa diavolo stava accadendo?

Simone si guardò intorno e vide la città in fermento: i soldati agli angoli non sapevano che fare e si consultavano freneticamente tra loro. Ovunque, gente in fila. Gente che arrivava a mani vuote e gente che andava via con panieri pieni di pesce e pane.

Facendosi largo tra la folla, Simone raggiunse il crocevia di quel caos e vide lì un uomo sulla trentina, circondato da un gruppo di pezzenti amici suoi, che da due ceste  distribuiva gratuitamente cibo alla folla.

‘Deve averne data un’infinità’ pensò Simone ‘considerando quanta gente c’è in giro coi panieri zeppi. Di certo però quelle due ceste non basteranno a sfamare tutta la folla che sta arrivando.’

Tutto sommato forse sarebbe riuscito a vendere la sua roba. Ed anzi, la domanda crescente forse gli avrebbe consentito di comprare anche un asino per aiutarsi a portare i prossimi carichi.

Vagamente si domandò chi fosse quell’uomo. Magari un funzionario Romano, o una spia venuta a fomentare la folla. Non aveva l’aria del signore, anche se qualcosa nel suo modo di porsi risultava magnetico. Seduto sulla sua cesta, Simone si mise ad aspettare il momento degli affari.

Poi, le ceste non finirono. Dopo ore a guardare, Simone non voleva credere ai propri occhi. Due ceste per migliaia di persone. Sembrava che si moltiplicassero, anche se questo era ovviamente impossibile.

Sui bordi dell’ampia piazza,vide gli altri mercanti fissare l’uomo con occhi non piacevoli. Un fornaio, preso dalla rabbia, montò sul suo banco e si mise a strepitare

‘Non puoi fare così! Produrre il pane costa! C’è da pagare il grano, la legna, la manutenzione della macina e del forno!’

Un altro gli fece l’eco

‘E la licenza, e le tasse da pagare!’

Dalla folla si sollevò un brusio di risposta tra i pezzenti, cose come ‘tasse che non pagate’ e ‘con quello che ricaricate sul prezzo del pane ce ne paghi tre di macine’ rieccheggiarono di bocca in bocca. I soldati acciuffarono qualcuno particolarmente acceso, ma la pressione della folla li fece desistere e brevemente i riottosi furono rilasciati. Sembrava un’ondata inarrestabile, mossa dalla pancia più che della testa.

Simone aveva le lacrime agli occhi. Tutto il suo lavoro sprecato. Qualcuno avrebbe dovuto ammazzarlo questo qui, prima che lui ammazzasse l’economia con i suoi pesci copiati. Era peggio di quando la sua barca venne abbordata e depredata. Anzi, uguale: pirateria, di un nuovo tipo.

Giallo Milanese

1 Ott

Caso chiuso.

Lucio Falsone poteva finalmente tornare a casa e spogliarsi degli abiti fradici. Lʼindomani di buonʼora avrebbe chiamato quella cornuta della sua cliente fissando un appuntamento in Galleria per lʼora di pranzo. Prima avrebbe rasato via la barbaccia incolta, indossato la giacca del matrimonio di sua sorella e sarebbe passato da Franco a sviluppare le foto appena scattate. Magari anche una visita al Bar Sport, per il solito cynar e quattro chiacchiere con la cassiera. Bella manza. Domenica lʼavrebbe invitata fuori a pranzo.

‘Devo ricordarmi la canottiera.’

Regolarmente, quando doveva consegnare un lavoro, usciva vestito a puntino e macchiava la camicia con gli acidi, o peggio. Di usare il grembiule di Franco neppure se ne parlava: lʼultima volta gli aveva lasciato addosso quel suo profumo da troia che poi gli aveva fatto fare una magra figura con Marilisa.

Salendo sulla cinquecento si intravide nello specchietto. Un carcerato -o peggio- un comunista. Barba lunga e maglione sformato lo facevano veramente sembrare

‘Uno schifo.’

Quarantatré anni, un passato in polizia che gli fruttava ancora qualche caffè gratis in certi bar ed un giro più lungo in certi quartieri ed un divorzio alle spalle. Quella stronza, si era portata via tutto.

Si accese una MS senza filtro mentre la cinquecento scaldava e si mise a guardare gli appunti. Ormai non gli parlava neppure più, lasciava un messaggio alla portiera o una lettera in mano ai figli, quando andava a prenderli la domenica.

‘Cazzo. Domenica.’

Lucio si batté la mano sulla fronte facendo volare la sigaretta che gli finì sui calzoni. Una spiacevole sensazione lo pervase di colpo, costringendolo a dimenarsi come un tarantolato. La macchina sgasò e solo il freno a mano evitò unʼaltra serie di rogne da parte del possessore della Fiat 1100 blu parcheggiata di fronte, che comunque si sentì in dovere di scendere sotto la neve e venire a bussare al finestrino.

‘E adesso che cazzo vuole questo?’

‘Scenda.’

Lucio abbassò il finestrino di una spanna, guardando lʼuomo alto che lo guardava con aria svogliata. La faccia di un portinaio del turno di notte in un cappotto grigio della upim.

‘Via, non è successo niente. È stato, come si dice… un disguido. Torni in macchina.’

Quando lʼuomo fece per aprire lo sportello la sicura glielo impedì. Prima che Lucio potesse finire di estrarre il tubo che teneva sotto il sedile per scocciature come queste una nuvola di schegge lo investì.

Riprese conoscenza che il naso gli bruciava come se glielʼavessero battuto più volte sul volante. La sua borsa era andata e la 1100 stava sparendo dietro lʼangolo.

‘Eh no, cazzo. La Leica no.’

Un rabbioso scoppio di marmitta e la cinquecento partì, feroce. Non poteva lasciarlo andare così. Nella borsa cʼera la macchina, ed il lavoro di quattro giorni, e la sua agenda. No, proprio no.

Anni fa, durante una notte di neve come quella, si era fermato a bere un goccio e gli avevano fregato la pistola dʼordinanza. Cacciato e processato. Il carcere glielo avevano abbuonato per via dei marmocchi. Stavolta rischiava di finire sul lastrico.

La 1100 lasciava una scia dietro, come la barca di suo padre quando abitavano ancora a Gorizia. Adulto cʼera diventato da solo, gli altri li avevano uccisi i rossi. Lui era cresciuto, ed era diventato uno sbirro. Gliene aveva date, a quei testadicazzo di studenti dieci anni prima. Froci e pure figli di papà. Lʼinseguimento gli era sempre riuscito bene, anche se questa carretta non era paragonabile alla Giulietta di servizio. Fortunatamente la Fiat davanti sembrava pesante.

‘Un grosso carico?’

Lucio ragionò, mentre bruciava semafori e stop al seguito della macchina blu. Probabilmente si era trovato nel posto giusto al momento sbagliato. Forse lʼappostamento che stava facendo, sotto casa di quel culattone, lʼaveva portato a contatto con qualche ceffo. Magari un brigatista. Forse cʼerano delle armi sullʼauto di fronte, e quello che lʼaveva menato non voleva prove. Tastò la P38 nella tasca. Preferiva non usarla, ma meglio essere pronti. E poi poteva esserci una ricompensa, o quantomeno la fama. Il Corriere avrebbe titolato “Investigatore sventa attentato” e lui sarebbe diventato famoso, come così li. Sandokan.

Il botto lo riportò alla realtà: quello davanti aveva preso la curva troppo stretta ed aveva pattinato sulla neve, finendo contro il distributore di Piazzale Loreto. E la cinquecento a seguire.

Fremente, Lucio saltò giù dallʼauto accartocciata levandosi vetro e sangue dalla fronte.

‘Qui è dove hanno appeso il Duce.’

Ci pensava ogni volta.

Circospetto come un gatto, avanzò in mezzo alla neve ed il silenzio. Pareva lʼultimo uomo sulla terra. La Fiat era piegata e fumante, il bagagliaio aperto. Da dentro proveniva un rantolo attutito. Quando fu sicuro che nessuno sarebbe uscito dallʼabitacolo, sollevò la lamiera torta e buttò uno sguardo. Cʼera un uomo pesto, legato ed imbavagliato. Lʼurto con la cinquecento lʼaveva spezzato in maniera grottesca, eppure pareva curiosamente ancora vivo. Gli sembrò vagamente di averlo già visto in qualche foto sui giornali. Un sindacalista, o un politico forse.

‘Terroristi!’

Con uno slancio virile si buttò verso lʼabitacolo. Spalancò lo sportello tempestando di calci lʼuomo riverso sul cruscotto. Accanto a lui cʼera uno che poteva essere il suo gemello, entrambi morti o giù di li. Lucio infilò le mani in tasca allʼautista, frugando febbrilmente. Ne cacciò fuori una Beretta ed un portafogli di pelle marrone.

Avvolto da un turbine di neve, Lucio Falsone di anni quarantatré aprì il portafogli e si sentì morire dentro.

‘Oh cazzo no.’

Dopo aver afferrato la borsa, iniziò a pregare, spingendo la cinquecento ammaccata. Non aveva mai pregato veramente, neppure quando stava nascosto nel sottotetto durante la guerra.

Stavolta pregava che la macchina si accendesse e partisse prima dellʼarrivo delle sirene che già sentiva avvicinarsi veloci da Viale Monza.

Buttato nella neve avrebbero trovato un portafogli marrone, accanto ad un tesserino del ministero della difesa, giallo.

Fuori dal mondo

30 Set

Stamani è stato scoperto il primo pianeta extrasolare potenzialmente abitabile dalla razza umana. Ho subito trovato sconfortante la notizia per due motivi: primo, si trova a venti anni luce dalla terra; secondo, la razza umana non ha idea di cosa significhi extrasolare. Ovvio, salvo rare eccezioni, che comunque sono un insieme numberabile di individui svariati ordini di grandezza sotto la popolazione complessiva della terra che, come risaputo, ammonta attualmente a sei miliardi di persone e Sandro Bondi.

Acceso l’iPod mi sono recato all’università con questa notizia che ancora mi frullava nella testa. Sull’autobus c’era il solito marasma eterogeneo di persone e tutti sembravano egualmente scontenti della loro vita e completamente disinteressati ad una delle più importante scoperte astronomiche di sempre. Mi sentivo straniero in terra straniera, ultimo rimasto di un mondo che probabilmente è esistito solo nella mia mente di bambino. Sì perché quando ero piccolo sono stato cresciuto a pane e scienza, ed ero convinto veramente di trovarmi in un mondo funzionante. L’impatto con il mondo vero è stato traumatico. Quando gli altri bambini piangevano per l’amara scoperta della vera identità di babbo natale, io mi disperavo perché la società non funzionava come scritto sul mio libro di educazione civica: la polizia non sta in giro ad aiutare la gente ed i governanti non fanno il bene del paese.

L’ho scoperto che andavo ancora alle elementari, quando ho visto la celere caricare un corteo di genitori e figli, anziani e bambini e dal giorno non sono più riuscito ad avere fiducia nella gente in uniforme.

Ora un po’ riesco a gestirmi in mezzo alla gente, ma comunque non riesco a sentirmi integrato.

Arrivato a due fermate dall’università sono saltato giù dal bus, un po’ perché non avevo il biglietto e presentivo una visita dei controllori, ed un po’ perché il parlar di niente degli umani medi mi stava grattugiando il gulliver.

L’ultimo tratto di strada sino al mio dipartimento è un lungo viale alberato dove stranamente stamattina non c’era nessuno. Un po’ il brutto tempo, un po’ i corsi che ancora non iniziano, comunque c’eravamo solo io, gli alberi ed il mio iPod.

D’un tratto mi sento sbalzare: un’auto mi passa accanto a bomba, fa un paio di sbandate ed inchioda, e subito dietro un’altra auto che quasi la tampona. Una scena irreale, con Simon & Garfunkel in sottofondo. Vedo la prima macchina fare per ripartire e la seconda starle dietro, tagliarle la strada, poi un carosello di retromarce ed alla fine la seconda auto monta sul cofano della prima ed inizia a sobbalzare in modo osceno. Vedo i due autisti fare in tempo a gettarsi fuori dagli sportelli, prima che le due auto inizino a strusciarsi violentemente.

Un uomo sulla quarantina, coi baffi e la giacca con le toppe di tweed (proprietario della prima, una berlina nera lucida) ed un grosso pelato con la conformazione tipica del macellaio o del professore di educazione fisica (proprietario del suv grigio) erano sdraiati a terra in mezzo alla polvere e guardavano la scena delle loro auto con una buffa luce negli occhi. Io ero paralizzato, più o meno a metà della fiera di Scarborough.

Con calma, senza staccare gli occhi dalle auto, l’uomo coi baffi si alza spazzolandosi e con una voce che non dimenticherò mai dice

‘Ma che meraviglia.’

E sorride. Sta sorridendo sotto i baffi, come un padre che vede il figlio andare in bici per la prima volta.

‘Non ci si crede. Guarda li che roba, eh.’

Gli fa eco il macellaio.

I due sembrano non notarmi, e si mettono uno accanto all’altro a commentare la performance come due vecchi critici d’arte all’inaugurazione di una mostra.

‘È la prima volta?’
‘Sì, ce l’abbiamo da soli sei mesi, non ci sembrava il caso.’
‘Avete fatto bene, bisogna aspettare che facciano il rodaggio, altrimenti poi il parto diventa complicato.’
‘Quanto tempo ha il suo?’
‘Oh, due anni ad ottobre, però l’abbiamo già fatto accoppiare l’anno scorso. Con una Land Rover di un carabiniere in pensione.’
‘Come sono venuti i piccoli?’
‘Niente purtroppo. Almeno, così ha detto il carabiniere. Io credo che se li sia tenuti e magari venduti per i fatti suoi.’

Io nel frattempo avevo staccato gli auricolari e guardavo, rapito, la scena delle due auto che si accoppiavano. Sebbene vero che la scena avesse una certa carica erotica, io mi sentivo completamente alieno a tutto questo, al contrario dei due proprietari che d’un tratto si resero conto della mia presenza e mi sorrisero con fare complice.

‘Ragazzo, vieni qui che si vede meglio.’
‘Quanti anni hai?’
‘Ve- Ventuno.’

Risposi automaticamente

‘Hai una macchina?’
‘I miei, una Golf.’

I due si scambiano uno sguardo di soddisfatta intesa

‘Bella macchina la Golf.’
‘È un investimento poi, la compri e la rivendi e non perde mai valore.’
‘Ah, io non venderei mai un’auto. Poi si affeziona, e dovessi reincontrarla in giro ci starei troppo male.’
‘Oh, ecco che hanno finito.’

I due si avvicinarono alle loro macchine lasciandomi li, inutile com un arbitro in un campo di carciofi.

– Ci scambiamo i numeri?

‘Assolutamente, mi faccia sapere quando sa qualcosa. Per il meccanico e la covata delle uova ci mettiamo d’accordo poi.’
‘Certo, le faccio un colpo di telefono stasera. Chissà che faccia farà mia moglie.’
‘Va bene, ci conto.’

I due finirono di scambiarsi i dati e poi montarono in macchina. Baffo mi chiese se volessi un passaggio, io feci no vagamente con la testa e rimasi li impalato mentre i due sgommando sparirono per il lungo viale.

Passarono alcuni millenni, poi mi rimisi gli auricolari ed accompagnato dal suono del silenzio ripresi a camminare verso l’università.

Casa delle Bambole, Voodoo.

28 Ago

Una mattina di settembre di dieci anni fa la vecchia strega del quinto piano morì. Pare che quel giorno si fosse alzata con le prime luci dell’alba e dopo un’abbondante colazione ed un bagno caldo avesse indossato il suo abito più bello, si fosse seduta al tavolino della terrazza con un piatto di biscotti e due bicchieri di succo di mela e fosse morta così. Questo lo so perché me lo raccontò l’ispettore di polizia che fece i riscontri, che poi sarebbe mio cognato ed al tempo inquilino del sesto piano.

Pareva dormisse, dicono. In mano una lettera che cominciava con “Alle dieci e ventisette di oggi la Morte verrà a prendermi” e continuava con una sorta di testamento dal valore legale nullo, e dato che nessun parente venne a reclamare alcunché, nessuno ebbe da obiettare quando l’appartamento venne lasciato inavvertitamente aperto dall’amministratore per un weekend con l’implicito invito a velocizzare le operazioni di svuotamento.

La gentile vecchina non è mai stata simpatica a nessuno, fatta eccezione per mia figlia Rachele ed i gatti del cortile. Non ho mai costretto mia figlia a fare qualcosa che non volesse, e d’altro canto, non ho mai ostacolato le sue inclinazioni, per quanto strane potessero essere. Diciamocelo: andare a far compagnia ad una vecchia sola, seppur bizzarra, di tanto in tanto, non avrebbe fatto male ne a lei ne alla vecchia signora. Non che fosse antipatica, tutt’altro. Era di una cortesia squisita, devo ammettere, anche se qualcosa nel suo modo di osservare lasciava più di un vago senso di disagio in chiunque parlasse con lei per più di poche battute.

Niente di strano, o inquietante, o malvagio, intendiamoci. Si trattava solo di quella sensazione, nota a chiunque abbia fatto più di una chiacchierata con uno psichiatra, di essere dissezionato mentalmente dall’interlocutore con un cucchiaio arrugginito.

All’inizio, quando accompagnavo personalmente Rachele al piano di sopra per giocare cercavo di trattenermi il meno possibile per tornare a rifugiarmi nel mio studio a scrivere. Appena la bimba ebbe preso sufficiente confidenza mi presi il lusso di non fare le scale ed affidare direttamente alla bimba i miei saluti ed un piccolo presente di tanto in tanto per ringraziarla.

La vecchia signora prese probabilmente a male questa mia mancanza di cortesia perché, come scoprii dopo, fui l’unico degli inquilini del palazzo a non essere rappresentato nella sua collezione di bambole all’uncinetto.

Rachele mi ha sempre raccontato ciò che faceva dalla vecchia signora, una volta tornata giù per cena e sapevo, vagamente, che mentre le raccontava fiabe e storie fantastiche, la vecchina si dedicasse all’uncinetto.

Fu quando la piccola tornò a casa con un’intera casa di bambole stile vittoriano che mi resi conto della mole di lavoro che doveva aver impiegato quella donna. Decine di bambole: tutti gli abitanti dello stabile avevano una loro controparte di pezza. Riproduzioni fedelissime, nel proprio stile personale, al soggetto a cui erano ispirate. Era possibile identificare l’Ispettor Cognato per la carnagione chiara ed i baffi fatti col filo nero, la pelata e l’immancabile impermeabile blu o  la signora Tagliolini, con i capelli cotonati di lana rossa e la stazza prominente che si accompagnava a suo marito, un buffo ometto prodotto con un quarto del filo necessario a fare la bambola ispirata a sua moglie. C’erano la parrucchiera, la famiglia di stranieri del secondo piano, l’architetto con la sua gamba di legno ed il bastone da passeggio ed il Generale, amministratore del condominio e veterano in pensione. Tutti, tranne me. E Rachele, che però sembrava non dolersi di quella mancanza.

Dopo l’iniziale disappunto pensai che forse ci conservava come pezzo forte per la fine e che purtroppo non avesse fatto in tempo. Poi notai tre bambole vestite color nocciola che non rispecchiavano nessuno del palazzo: uno spilungone, una bionda cicciottella ed un ragazzino con gli occhiali che Rachele mi disse essere stati realizzati per ultimi, poco prima che la signora le regalasse la casa. Archiviai la cosa, sistemai la casa in camera della bimba e continuai a lavorare sodo sul mio romanzo, per quanto possibile.

I lavori per la ristrutturazione dell’appartamento del quinto piano iniziarono quasi subito e quanto non era stato portato via nottetempo dagli inquilini venne ammassato in cortile per qualche giorno e poi definitivamente buttato via. Per quei giorni in cui il cumulo stazionò vicino al locale caldaie i gatti vi organizzarono, seduti su diverse file di mensole e piani, una piccola orchestra miagolante.  Per quanto si provasse a cacciarli con secchiate d’acqua o colpi di carabina a gommini, nessuno parve capace di mettere fine a quello strazio. Rachele ne ha forse ancora qualche minuto registrato sul suo vecchio mangianastri Fisher-Price.

Da bravo genitore mi preoccupai subito di capire se la bambina fosse rimasta traumatizzata dalla dipartita della sua anziana amica, ma rimasi felicemente sorpreso quando scoprii che non solo Rachele aveva preso bene la cosa ma che vedeva la dipartita della sua vecchia amica come un momento di crescita. La gente arriva e se ne va, e tutto continua. Per certi versi, a cinque anni, Rachele era già più matura di me ora.

Nel suo modo allegro e spigliato mi raccontò quasi in flusso di coscienza di come la signora le avesse raccontato storie antiche di animali parlanti e leggende, poi altre storie su tutti gli abitanti del palazzo, infarcendole di elementi buffi seppur a tratti grotteschi. Le aveva raccontato, in chiave fiabesca, ciò che un po’ tutti sapevano degli altri: sgarbi, antipatie, peculiarità. E lei rideva a crepapelle sentendo parlare del signor Tagliolini che di notte andava di nascosto in bagno a fumare. Fui meno contento quando scoprii che le aveva anche raccontato cose in effetti non adatte ad una bambina così piccola, ma comunque in una chiave di lettura tanto fantasiosa che lei non avrebbe potuto afferrare davvero se non facendo un’attenta analisi una volta cresciuta.

Pare che la signora avesse anche detto a Rachele che sua mamma stava bene in un posto molto bello e la salutava e le raccomandava di fare da brava. Questo racconto era piaciuto molto alla bimba che aveva chiesto conferma pure a me. Avrei voluto essere sincero mentre le dicevo che sicuramente si trattava della verità.

Tutto sommato la bambina si comportava come se la vecchina non fosse mai scomparsa e stabilì senza problemi delle nuove routine che mi consentirono di continuare a lavorare senza doverle trovare una baby sitter. Da quando tornava da scuola fino all’ora di cena stava in camera sua a giocare con le bambole di pezza, dandomi la possibilità di continuare a scrivere. Ero completamente assorto e quasi non notavo i lavori al piano di sopra finché non mi imbattei nei nuovi vicini. Una famiglia “a scala”: padre altissimo, madre di mezza statura, un po’ tondetta, ed un figlio basso quattrocchi. Tutti vestiti in toni di marrone e verde.

Dalla sera del loro insediamento capii che non saremmo andati d’accordo. La vecchina era sempre stata educata e gentile ed anche se ogni tanto magari teneva la musica ad alto volume non era mai stato un problema, anzi, mi conciliava la vena creativa e mi faceva compagnia nelle notti solitarie di scrittura. Si può dire che il mio primo vero romanzo di successo fu scritto tutto con l’accompagnamento dell’orchestra sinfonica Bose del quinto piano.

I nuovi vicini, invece, urlavano.

Ma non era solo questo: è che proprio non riuscivano a stare insieme. Come protoni confinati nella stessa scatola. Come anguille col prurito. Erano sempre intenti a rincorrersi spingersi (anche solo metaforicamente) e l’inquietudine del piano di sopra filtrava dal pavimento ai piani inferiori.

Tutte le piante che erano rimaste nella loro terrazza furono lasciate morire, creando una striscia marrone nel palazzo, visto da lontano. La loro antipatia sembrò influenzare tutti, tanto che la tipica discussione da ascensore si abbassò di tenore di due tacche passando da cordiale-disinteressato a sbuffante e la mia vena creativa svanì di colpo. Passai notti insonni cercando di cavare un ragno dal buco. Ero ad un passo dalla fine, massimo altri due, forse tre capitoli, e niente. Non riuscivo ad andare avanti. Il mio agente aveva già preso accordi con l’editore che una bozza sarebbe stata pronta per fine mese ed io non sapevo che pesci pigliare.

Ripresi a fumare (nonostante Rachele mi ricordasse quotidianamente quanto facesse male) ed iniziai a passare le giornate, almeno sino al rientro di Rachele, in cortile a leggere e cercare ispirazione in qualche collega morto.

Fu allora che mi accorsi per la prima volta di qualcosa.

Iniziai a prestare attenzione ai racconti delle casalinghe affacciate ai terrazzi ed alle facce dei miei vicini al rientro a casa. Quelle facce che, diciamocelo, erano sempre state cordialmente-indifferenti ora sembravano infastidite o quasi intimorite nel tornare a casa. La conferma che qualcosa non andava la ebbi ascoltando una discussione tra la signora Rovai (secondo piano) con la signora Tagliolini (terzo) durante una sessione di stesura dei panni. Pareva che tutti quelli che in vita non fossero andati a genio alla vecchina, per qualche sgarbo o altro, avessero avuto degli incidenti dalle tinte fosche. Pareva inoltre che, stando alla moglie dell’Ispettore (sorella di Arianna oltre che immensa stronza), la vecchina sapesse in anticipo la data e l’ora della sua morte e che si fosse fatta bella per l’arrivo della Morte (loro usarono un’espressione più folkloristica, relativa ad una mitologia di origine mediorientale. Un angelo caduto o un satiro col forcone da nettuno. Da ateo militante non farò nomi per non far pubblicità gratuita ad un nemico). Erano solo chiacchiere da superstiziose, eppure era vero: qualcosa stava accadendo.

Il figlio del macellaio, che aveva ucciso uno dei gatti della signora, era rimasto vittima di uno spettacolare incidente in skateboard ed adesso stazionava a letto con tre arti fratturati. Il Generale, che aveva fatto rimostranze perché l’altezza delle fioriere non era conforme al regolamento aveva avuto la casa infestata da formiche particolarmente grosse e tenaci e si era dovuto trasferire in un residence in attesa che i disinfestatori trovassero il nido. La parrucchiera, che qualche anno prima aveva cacciato la vecchia signora dal suo salone, accusandola di essere una menagrama e causando l’ilarità delle clienti, ebbe il negozio svaligiato. Sette volte. E tanti altri casi che ora non sto a riportare.

L’unica concessione metafisica che mi faccio è un qualche accenno al Karma di tanto in tanto, quando fa ridere o quando è drammaticamente valido. Ed in questo caso, karmicamente parlando, tutte quelle disgrazie un po’ ci stavano. Nessun campo di energia mistica circonda il mio destino, ho imparato a dire imitando Han Solo da ragazzo, eppure potevo sentire qualcosa di strano nell’aria.

Rachele sembrava non essersi accorta di nulla, e continuava a giocare tranquilla con le sue bambole. Non dava neppure peso al figlio dei nuovi vicini che aveva iniziato ad aspettarla nel portone al rientro da scuola per prenderla in giro, e l’aveva anche bersagliata con una cerbottana. Naturalmente andai a fare rimostranze al padre che poi si era dimostrato un imbecille ed un cafone di prima categoria liquidandomi in modo così sgarbato che la rabbia non mi sbollì per giorni. Era guerra. Rachele tuttavia non sembrava intimorita dal bullo e, quando il giorno dopo lo portarono via in ambulanza, non sembrò per niente turbata. Mi disse l’Ispettore che il bambino aveva battuto la testa durante il bagno perdendo i sensi e che solo un fortuito controllo della mamma gli aveva salvato la vita.

Non ci furono più rumori dal piano di sopra. L’atteggiamento della gente fece un ulteriore passaggio da sbuffante a distante-cauto. Se io e Rachele prendevamo l’ascensore, gli altri facevano le scale o aspettavano il turno successivo. Nessuno mi salutava più per strada e quando stavo in cortile a leggere le signore preferivano ritirarsi a spettegolare in un angolo riparato. Rachele sembrò, per la prima volta, infastidita dal comportamento dei nostri vicini e me lo fece presente nel suo solito modo, anche se io sul momento non capii. Il silenzio dal piano di sopra mi dava finalmente modo di riprendere a scrivere, e mi portava solo le voci di Rachele dalla stanza accanto che giocava. Lentamente, il mio cervello di scrittore si era messo in moto e presto avrebbe prodotto il risultato che, come un vecchio calcolatore elettromeccanico, stava elaborando.

Questo ci porta al giorno in cui un corteo di ambulanze si precipitò al nostro palazzo portando via almeno una persona per famiglia, talvolta due. Un trionfo di scivolate, incidenti domestici di varia natura e perfino un caso inspiegabile di autocombustione spontanea colpirono gli ostili vicini. Un giornalaccio locale fece anche un articolo sulla cosa ma le pressioni di mio cognato fecero desistere qualunque cronista dal crearci scocciature addizionali in un periodo di tale abbondanza.

Quella sera, ricordo, il palazzo era particolarmente buio e quieto, quasi solo noi eravamo rimasti in casa e finalmente dopo cena conclusi il mio romanzo. Poi, nel silenzio, percepii finalmente in modo chiaro il vociare di Rachele ed il rumore del mio cervello che sputò il risultato. Sono sempre stato un uomo pragmatico, e feci ciò che ogni persona di buon senso avrebbe fatto al posto mio.

Entrai in camera di Rachele ed osservai per la prima volta con attenzione. Le bambole, sparpagliate sul pavimento erano alcune spezzate, altre bruciacchiate, altre ancora zuppe. Da una, brutalmente aperta a metà, faceva capolino una ciocca di capelli rossi.

Con calma, spiegai a Rachele che le bambole erano rotte e che ne avremmo fatte delle altre insieme, avrei imparato a fare i ferri se necessario. Guidammo sino al mare ed al tramonto gettammo tutto dal molo in una scatola. Sono passati dieci anni e tuttora non sono sicuro di ciò che sia successo in quei giorni. Rachele è grande ora, e somiglia tantissimo ad Arianna. Veste di nero, un po’ wicca, un po’ dark. Anche io alla sua età mi consideravo un punk, quindi la lascio fare. Lei è felice e nessuno la infastidisce. È una ragazza fantastica, continua ad esprimersi nel suo modo vivace e colorato, scrive divinamente e non ha mai smesso di fare bambole. Da poco mi ha chiesto delle foto della mamma, e finalmente ho avuto il cuore di dirle la verità.

Le ho mostrato il biglietto che ci lasciò quando lei era ancora  in culla. Non so dove sia ora e non mi interessa, da quando ci ha abbandonati per me è come se fosse morta. Rachele mi è sembrata incupita ma non ha detto niente.

Ieri, passando davanti a camera sua, ho trovato la porta aperta. Sul letto  una nuova bambola quasi finita e la scatola di ricordi di Arianna che non ho mai avuto la forza di buttare. Ho sentito il sangue gelare.

Quella notte di dieci anni fa realizzai perché non ci fosse ne una bambola rappresentante Rachele, né una con le mie fattezze. La signora non solo non si era risentita per la mia assenza, ma probabilmente mi aveva preso in simpatia. Ed aveva preso mia figlia come apprendista.