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9 Dicembre

9 Dic

Alla manifestazione dei fasci a Torino le guardie solidarizzano con la piazza e si tolgono i caschi.

La gente va in orgasmo pasolinico 
“Abbravi! Assiete accome annoi!”
ed in un tripudio di braccia tese al grido di ANNOI la forma ectoplasmatica di Ammussolini spazza via le scie chimiche dal cielo.

Dissolvenza in nero e faccetta nera che si alza da oltre Collina.

Titoli, fine.

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Il tesoro perduto

13 Mar

Nei miei anni a P. vivevo in un piccolo appartamento all’ultimo piano di un palazzo antico. La casa apparteneva ad una vecchia signora che in cambio di due chiacchiere ogni tanto ed un aiuto in qualche faccenda troppo faticosa o complessa per lei ( portare su e giù qualche cassa di tanto in tanto dalla soffitta, riparare una presa difettosa e simili ) mi lasciava completa libertà ed un appartamento piccolo ma delizioso ad un prezzo più che competitivo.

Ora, questa signora non aveva mai avuto figli, solo una nipote ( figlia di suo fratello minore ) che non rispondeva mai alle telefonate e chiamava solo quando aveva bisogno di soldi o di qualche regalo. A quanto la vecchia signora G. mi raccontava questa sua nipote sembrava sempre alle prese con qualche risistemazione della sua casa e chiedeva cose come una vecchia cassettiera liberty “che tanto non usi” o simili. La signora G., non avendo altri parenti, era sempre felice di poter accontentare questa sua nipote sperando di avvicinare i rapporti, senza tuttavia particolare successo. Parlandoci chiaramente, la nipote era una cagna avida e non è mai stato un mistero per nessuno.

Nei quattro anni che ho vissuto in quell’appartamento ho avuto più occasioni per scambiare due chiacchiere con la mia padrona di casa e più di una volta sono tornato a casa commosso sentendo storie del suo amore perduto per mare che lei non ha mai smesso di aspettare, di generazioni passate, di anni difficili in cui però non hai mai voluto separarsi delle cose che le ricordavano i momenti felici passati in quel palazzo nei passati decenni, prima che la signora G. perdesse suo marito, ufficiale medico in una missione all’estero. Se c’era qualcosa che potesse rendere felice quella donna era sapere che la casa vivesse, così non mi sono mai messo problemi ad invitare amici ed amiche nel mio piccolo spazio in mansarda. Non che facessimo mai veramente troppo casino ( a parte una volta, ma chiesi scusa ed aiutai l’idraulico a rimontare il lavello ) e quindi la vecchia signora era felice di avere un po’ di compagnia, anche solo sotto forma di rumore dal piano di sopra.

Una mattina andai a bussare per aiutarla a portare su il baule per il cambio degli armadi e la trovai addormentata in poltrona, la fotografia del marito giovane e sorridente tra le braccia, con l’ultimo sorriso della sua vita stampato in volto.
Chiamai io l’ambulanza ed aspettai il funzionario del comune per firmare le carte, la nipote irraggiungibile da qualche parte all’estero. Furono giorni strani, credo di non aver mai pianto tanto come a quel funerale solitario. C’eravamo solo io e la mia fidanzata di allora, e la pioggia. Nessun altro.

Pochi giorni dopo ricevetti la telefonata: la nipote mi voleva fuori di casa entro fine mese ( leggi meno di una settimana ). Era a ridosso della sessione di esami, ed avevo una vita ammassata e quella cagna non volle sentire ragioni. Fuori subito, devo vendere e non posso perdere il momento. Sembra che in accordo con un impresario suo amico ci fossero dei progetti da tempo sul demolire la palazzina liberty di cui ora era unica proprietaria e costruire al suo posto cinque piani di miniappartamenti per studenti, alcuni dei quali sarebbero rimasti a lei e gli altri all’impresario, e che era indispensabile sbrigarsi perché fosse tutto pronto per il successivo anno accademico, o qualcosa del genere. Comunque nessuna possibilità di appello, dovevo essere fuori di casa o ci avrebbe pensato lei.

Per i primi due giorni rimasi completamente stranito, sopraffatto dalla rapidità degli eventi. Era come se qualcuno avesse tolto il tappo alla vasca e la mia vita degli ultimi anni stesse vorticosamente scivolando già per il tubo. Durante il giorno potevo sentirla rovistare tra i cassetti al piano di sotto, cercando gioielli ed altri oggetti di valore, e la notte pile di vecchie lettere e fotografie apparivano magicamente vicino al cassonetto. Ho raccolto un po’ di une e delle altre senza pensarci e sono stato a piangere ancora un altro giorno quando ho realizzato che i gatti della signora G. erano stati probabilmente portati a far sopprimere.

Pioveva, furiosamente, quando sentii miagolare al lucernaio della mia piccola cucina. Aprii la finestra per fare entrare i due vecchi soriani che in qualche modo dovevano essere scappati ( o forse abbandonati, chiusi fuori di casa? ). Dev’essere stato il loro aspetto misero, fradici ed affamati, a far scattare qualcosa. Dopo avergli aperto tutte le scatolette di tonno che avevo in dispensa gli piazzai un cuscino davanti alla stufa e mi misi a scrivere, attento a copiare a dovere la grafia delle lettere che avevo recuperato.

” Mia amata G.

…”

Una volta finita ci infilai dentro una foto del defunto marito nella sua uniforme da ufficiale di marina, con dedica e sorriso, ed infilai tutto in una busta recuperata dalla pila. Misi molta cura nel richiuderla in modo che sembrasse mai aperta e dimenticata per decenni, poi con circospezione scesi le scale ed entrai nell’appartamento deserto del piano di sotto per l’ultima volta passando dal pozzo luce.

Sapevo dell’intercapedine sotto il parquet perché avevo aiutato la signora G. a riparare una perdita l’anno prima. Allargai due assi davanti alla porta e ci feci scivolare la lettera dentro, come se fosse caduta li per errore anni prima, avendo poi cura di lasciare le assi smosse in modo che la porta ci andasse a sbattere la prossima volta che la nipote fosse entrata in casa.

La mattina dopo mi venne a bussare, come prima cosa. Le consegnai le chiavi ( “tutte, mi raccomando.” ) ed io ed i due gatti andammo a trasferirci temporaneamente a casa di C.

Mentre caricavo le cose in macchina sono sicuro di averla sentita urlare di eccitazione, chiamando suo marito con la sua voce acuta ed avida.

La lettera che le avevo lasciato, riassunta suonava più o meno così:

“Mia amata G.

la guerra si fa sempre più truce e temo di non riuscire più a vedere il tuo sorriso. Prego ogni giorno di vederne la fine ma sono sempre più convinto che qualcosa possa accadermi e voglio assicurarmi che tu possa vivere serenamente anche dopo la mia dipartita. Nascosto dietro il muro dietro il ritratto di zio M. c’è uno scomparto segreto. Dentro puoi trovare gli atti di proprietà di una miniera che mio padre acquistò in Eritrea ed i dati del conto svizzero su cui ogni anno vengono versati i proventi. Non ho mai voluto rivelarti prima di questa ricchezza per paura che mi vedessi sotto un’ottica diversa. È tutto tuo, sono milioni, senza contare gli interessi. La combinazione della cassaforte è la data della nostra foto alla rotonda di A.

Ti amo, per sempre tuo M.”

Sono passati quasi dieci anni e la casa è ancora in piedi. So che la nipote ha divorziato dal marito e si è fatta venire un esaurimento cercando dietro ogni muro, dietro ogni angolo, alla ricerca del tesoro perduto.

Definizioni

2 Apr

Burlesque: a parody or comically exaggerated imitation of something, esp. in a literary or dramatic work;

Berlusque: see above.

Mai più

30 Gen

‘Ventimila di super, grazie. Ecco le chiavi.’

Guardo mia madre parlare col benzinaio ed ancora non riesco a capacitarmi di essere veramente tornato negli anni ottanta.

È una splendida giornata di fine maggio, il cielo è blu ed alla radio lo è sempre di più. Lei si accorge che la sto fissando, si volta e mi sorride lasciandomi parlizzato come un imbecille. È lo stesso viso di quando ero bambino, giovane, niente rughe. Caccio indietro una lacrima di Pavlov e guardo dall’altra.

‘Allora, che ci fai qui?’
‘Hai presente Terminator?’
‘Il film?’
‘Sì. Stessa storia: vengo da un futuro orribile per dirti alcune cose che ti cambieranno la vita. So che è difficile credermi ma ti assicuro che-‘
‘Ti credo.’

Mi prende in contropiede e rimango bloccato un’altra volta.
‘In che senso?’
‘Nel senso che ti credo: viaggio nel tempo, missione e tutto il resto. Vai avanti.’
‘Cioè non c’è bisogno che ti dica qualcosa che solo tu puoi sapere?’
‘Esatto.’
‘Tipo quella volta che a sette anni hai rubato un cameo dalla borsa della maestra e poi hai dato la colpa a quel tizio e tutti ti hanno creduto e-‘

Il mio subconscio preadolescenziale latente mi avverte che stiamo passando il cartello Acthung Minen e che non è il caso di insistere. Mi fermo e sto ad ascoltare. Mi sembra di avere di nuovo cinque anni.

‘Ho detto che ti credo. Ora, per favore, mi dici queste cose che dovrebbero cambiarmi la vita?’

Sto per rispondere quando il benzinaio appare con le chiavi, ci aggiunge un occhiolino ammiccante poco convinto di routine e ritorna ciondolante al suo gabbiotto mentre noi partiamo verso il mare.

‘Dicevo. Vengo dal futuro, nascerò l’anno prossimo e tu non saprai mai precisamente chi sia mio padre. Frutto di una tua estate passata in una comune. Vivremo un po’ di anni difficili durante la mia infanzia, tra un tuo lavoro e l’altro, in diverse città.’
‘Che lavori?’
‘Cose, non so dettagliarti meglio. Ho pochi ricordi di quel periodo e tu non ne vuoi parlare.’
‘Stavamo- Steremo da soli?’
‘Cambierai un po’ di fidanzati. Anche una fidanzata, Monica, però nessuno sarà quello giusto sino a Saverio.’

Lei mi ascolta interessata mentre le racconto di come i suoi amici mi abbiano insegnato a costruire una radio quando i miei compagni di scuola sudavano sulle moltiplicazioni e di come passassimo le estati in una campagna di certi tizi amanti della canapa a sparare alle zucche. Ogni tanto si ferma pensierosa e mi chiede un dettaglio, poi continua a guidare. Indossa i Ray-Ban tartarugati che indosso anche io. Non simili: gli stessi. Me li ha regalati poco prima di morire, anni fa. O tra venticinque anni, che è uguale.

‘E la rivoluzione come è andata?’
‘Quale rivoluzione?’
‘Dai, la rivoluzione. Le cose non possono continuare così per molto. Non mi dirai che c’è ancora la Democrazia Cristiana nel- Da quand’è che vieni tu?’
‘Duemilaundici.’
‘Ecco. Chi c’è al governo nel duemilaundici?’
‘Non mi crederai mai…’
‘Dai, ti ho detto che credo a tutto. Ora dimmi.’
‘Berlusconi.’

Inchioda. Si volta e mi guarda come se le avessi stuprato il gatto e mangiato la nonna. Intorno a noi sole, campagna a perdita d’occhio ed un pezzo dei Clash che ricordo da quando ero bambino.

‘Lo sapevo. Ha usato le televisioni per rincoglionire la gente, giusto? Chi ha come ministro, qualche ballerina di Drive-In? E l’opposizione che fa?’

Le spiego al volo che la sinistra non si è mai ripresa dalla scomparsa di Berlinguer, che i partiti sono esplosi in seguito a Tangentopoli e che la mafia ha vinto la guerra. Lei ascolta attenta ed ogni tanto mi chiede di qualcuno. I nomi li conosco, però di tanti non so dirle il destino. Quando le dico che Pertini ha avuto la fortuna di morire prima di vedere lo sfacelo le scende una lacrima.

‘Ok, figlio. Siamo arrivati. Riconosci il posto?’
Mi guardo intorno. Siamo davanti ad un cancello in ferro battuto in mezzo alla macchia mediterranea. È la casa al mare della mia prozia ricca. Ci abbiamo passato un sacco di tempo d’estate, mentre la zia era in viaggio per il mondo al seguito del marito Dott. Prof. Barone. Lei mi guarda in attesa, io scendo ed infilo la mano a colpo sicuro tra due sassi anonimi, tirando fuori le chiavi. Un sorriso compiaciuto le illumina il viso.

‘Era un test?’ le chiedo.
Lei non risponde e parcheggia sotto il pergolato.

Per qualche motivo la corrente non funziona, quindi ceniamo a lume di candela con la roba che ci siamo portati, sulla terrazza. L’odore degli zampironi ed il riflesso delle luci del promontorio sul mare mi ricordano di quando ero bambino. Su questa stessa terrazza ho imparato a leggere in compagnia di Verne, Asimov, Salgari e gli altri. Lei mi guarda e mi chiede ‘A che pensi?’. Io non so risponderle e mento ‘Niente’.

‘Chi è questo Saverio di cui mi parli sempre?’
‘Tipo l’amore della tua vita, forse appena troppo perfetto.’

Lei mi fa segno di andare avanti con la forchetta, mentre mastica insalata di pasta.
‘Lo conoscerai di ritorno da un viaggio in Egitto, mentre io sono in vacanza studio a casa di certi tuoi amici a Brighton. Non so i dettagli, comunque quando torno in Italia abbiamo finalmente una casa nostra -sua- e ci stabiliamo per un po’ di anni nella stessa città. Io cresco, tu cresci e dopo un po’ ci perdiamo di vista, e quando torno è già tardi.’

‘Lui com’è?’
‘Mah, il tuo tipo credo. Intelligente, insegna all’università ed ha un suo studio. Archietetto. Dipinge, scrive, suona. Ti porta in giro per il mondo e ti fa conoscere un mare di gente. Ti ama, ma non è geloso.’
‘E lo caccio di casa?’
‘Sì, dopo un po’ di anni l’uomo perfetto ti stufa ed hai un esaurimento nervoso. Decidi che vuoi altro, ma non si capisce cosa. Hai un periodo di alti e bassi ed io me ne vado di casa, con la scusa di fare l’università a P-‘

‘Aspetta, questa roba non mi interessa. O è importante che la sappia?’
‘No, no. Questa roba possiamo trascurarla. Quello che ti devo dire devi farlo subito, tanto.’
‘E sei sicuro che non cambierà la tua storia?’
‘Sicuro no, però vale la pena di tentare.’
‘Non mi hai ancora spiegato come hai fatto ad arrivare qui.’

Glielo spiego, capisce alla prima. Io ci ho impiegato di più.
Finiamo la cena e ci mettiamo a sedere sul bordo della terrazza, sospesi tra le stelle, di cielo e di mare. Mi racconta di lei, da pari a pari. Tutte cose che quando ero bambino non potevo cogliere e che lei crescendo si è dimenticata. I suoi sogni, gli obiettivi, le questioni di famiglia. Mi racconta dei nonni e di come abbia deciso di andar via di casa presto. In questo momento è più giovane di me, e comunque è già più matura. Dev’essere una specie di legge universale: in qualunque sistema di riferimento non puoi veramente insegnare qualcosa a tua madre. Spremo il mio briciolo di fede per augurarmi che questa legge sia sbagliata.

‘Ok, devo dirtelo.’
‘Aspetta. Sei sicuro che sia una buona idea?’
‘No. Non so se sia una buona idea, ma sono venuto qui per farlo ed ora non mi tiro indietro.’
“Quindi?”
‘Morirai.’
‘Questo lo so. Anche tu, anche quegli stronzi sullo yacht lì in fondo.’
‘No, sul serio. Morirai prematuramente. Sarà terribile.’
‘E quando arriva il robot killer dal futuro?’

Mi guarda come se stessi indossando un costume da pollo. Lo so. Me l’ha insegnato lei: quando devi togliere pathos da una situazione imbarazzante devi visualizzare l’interlocutore vestito come un coglione. Funziona.

‘Niente robot killer, niente guerra, niente invasione aliena. Morirai lentamente, di AIDS. Te lo trasmetterà mio padre, e tu lo trasmetterai a tutte le persone che amerai, me compreso. Una specie di mio gemello cattivo.’

Lei mi guarda intensamente. Il costume da pollo è sparito e lei ha già capito. Ha già capito quello che voglio dirle e l’atmosfera si è fatta strana. Non proprio tesa, ma non serena.

‘Dimmi, abbiamo avuto una bella vita? Sono stata una brava mamma?’

Lacrime calde iniziano a scorrermi sul viso, mentre le dico che sì, è stata la mamma migliore del mondo, nonostante ciò che possano averle detto alcuni. Me compreso. Decisamente non è stata una vita tradizionale, ma non ho nessun rimpianto.

‘L’estate prossima, in una comune, hai detto?’
‘Sì, credo fosse casa di una certa tua amica Gianna.’
‘Ah, la vegetariana. Sì, mi ha già accennato qualcosa.’

Ci guardiamo con una strana consapevolezza negli occhi, poi le metto in mano un bigliettino.

‘Cos’è?’
‘Ci sono segnate un paio di cose che mi hai detto avresti voluto fare e poi ti sei pentita di non aver fatto. C’è l’indirizzo del pub dove lavora Saverio a Londra; per ora è uno studente e cameriere part time. Quella in fondo è la schedina di domenica prossima. Ho controllato: nessuno ha fatto 13, non rubi niente se la giochi tu.’

Entrambi abbiamo le lacrime che sgorgano, ed entrambi teniamo i Ray-Ban tartarugati appesi al collo della maglietta. È una sensazione indescrivibile: molti sanno come ci si sente a stare per morire, ma nessuno -credo- sa come ci si sente a stare per non nascere.

‘Sicuro? Davvero vuoi che vada così?’
‘Sì. Ci ho pensato molto, è la cosa migliore per tutti. È un po’ come se ti rendessi un favore.’

Mi abbraccia, io la stringo e piango a dirotto, poi mi stacco e guardo l’orologio. È ora.

‘Allora, mi raccomando. Riguardati.’
‘Anche tu, ovunque tu vada. Se vai da qualche parte… Oddio, non so che dico.’
‘Tranquilla mamma. Ti voglio bene.’
‘Anche io.’

Quando l’ultima lacrima tocca terra io non ci sono più.
Mai più.

Amici d’Infanzia

22 Nov

Quando ero piccolo mi regalarono uno gnomo. Era grazioso, col suo berretto rosso, la casacca blu e la barba. Lo tenevo in una gabbietta di metallo e legno, con dentro dei mobili del suo formato presi in prestito alle bambole di Cinzia: un letto, un tavolo, una scatola per le provviste e così via. Per fare il bagno usava una vecchia tazza di porcellana, e nella sua piccola libreria avevo messo dei libricini tascabili che avevamo trovato ad un mercato di cianfrusaglie.

Era così piccolo che come lenzuola usava dei fazzoletti ricamati e come coperte delle sciarpe di lana tagliate. Cinzia gli aveva fatto dei vestiti su misura, ma lui continuava a preferire i vestiti con cui era arrivato.

 

Al ritorno da scuola mi piaceva molto correre su in camera e stare a guardare il mio amico gnomo agitarsi e cercare di comunicare. Gli avevo anche messo una ruota da criceti, nella quale però non correva se non spronato. Ricordo che aveva il terrore di Nerone, e se per caso facevo finta di lasciarlo solo nella stessa stanza col gatto si metteva a sbraitare ed agitarsi finché non tornavo. Che buffo.

 

Una volta aveva rubato una matita che avevo dimenticato in giro. Con pazienza l’aveva affilata e nascosta sul fondo della gabbia e poi, una notte, l’aveva usata per scappare. Ci aveva allargato le sbarre e se ne era anche servito come lancia per tenere a bada Nerone. È stato nascosto per tre giorni, poi l’abbiamo ritrovato nei pressi dell’ingresso. Mi sono molto arrabbiato e gli ho detto che non eravamo più amici, l’ho spogliato e chiuso in un barattolo.

 

Mio padre lo scoprii quasi subito, comunque, e si arrabbiò molto. Disse che non ero abbastanza maturo per avere un animale domestico, che certe responsabilità non vanno prese alla leggera, poi mi mandò in camera senza possibilità di ribattere. Credo l’abbia liberato in giardino, vicino a dove l’avevamo trovato.

 

Non ho mai più visto uno gnomo, fino all’altra notte. Erano tanti, tutti accostati alle finestre, guardavano dentro casa. Non posso addormentarmi.

 

Gente Normale

15 Nov

Ciro strappava le fette di pizza senza preoccuparsi del sugo che gli colava dal mento sulla camicia e poi sui pantaloni. Era stato tutto il giorno a lavoro e passare la serata sul divano a guardare la tv con la propria fidanzata era uno dei piaceri più grandi che il suo cervello stanco potesse concepire.

Luisa aveva prodotto un’infinità di quadratini perfetti di pizza prima di sedersi sul divano. Teneva il cartone sulle ginocchia e si imboccava con precisione chirurgica senza staccare gli occhi dallo schermo. Lei e Ciro non si erano scambiati una parola da quando era iniziata la trasmissione.

Si erano sfamati, si erano abbracciati ed alla fine si erano addormentati cullati dalle piacevoli oscillazioni di nulla trasmesso al modico prezzo di qualche decina di euro al mese via satellite direttamente sul loro teleschermo. Verso le due si sarebbero tirati su e borbottanti si sarebbero trascinati a letto, dove Luisa avrebbe tentato un timido e stanco approccio a base di morsi sulle orecchie e sul collo che sarebbe stato rigettato da Ciro con un rugginoso ‘Hmrèttardi. ‘omani.’

Al mattino i due si sarebbero alzati di buon’ora e, mentre Ciro preparava la colazione, Luisa avrebbe ucciso i bambini. Con un occhio all’orologio avrebbero fatto sesso sul divano e sul tavolo di cucina per finire poi nella doccia. Per le nove e mezzo/dieci sarebbero stati in auto, in direzione confine.

Con un po’ di fortuna li avrebbero fermati alla dogana, grazie alla segnalazione di qualche vicino di casa preoccupato dalle macchie di sangue lasciate opportunamente sul pianerottolo e prima di sera sarebbero stati su tutti i Tg.

Nella peggiore delle ipotesi sarebbero passati a Chi L’Ha Visto e comunque qualcuno avrebbe parlato per anni del mistero della loro sparizione e dell’efferato omicidio dei piccoli. Chi l’aveva detto che per essere qualcuno di importante in questo paese servono capacità eccezionali?

Scripta Manent

12 Nov

Sono settant’anni che lavoro come lavagna.

Quando questo posto è stato inaugurato era una scuola elementare, la prima cosa che mi è stata scritta sopra è stata A B C D E F G e così via, in bella grafia. In seguito ho imparato linee e cerchi, un po’ di storia, delle poesie, problemi molto interessanti riguardo posti esotici come il mercato, fare la spesa ed una mamma alle prese con torte da dividere e mele per tutti.

 

Poi qualcosa è cambiato: hanno iniziato a scrivere di turni, liste di nomi, orari, guardie, interrogatori. Niente più grafie di bambini ma mappe d’azione ed ordini del giorno. È durato per tre o quattro anni circa, poi silenzio per un po’ e finalmente di nuovo qualcosa: ‘Repubblica 1.769, Monarchia 987. Affluenza al seggio alle 18:00 del 2 Giugno 74%’.

 

A settembre ripresero a scrivere, prima latino, poi matematica, poi chimica e poi storia, tutto più approfondito. Durò per una trentina d’anni, sempre le stesse cose. Ogni tanto, alcune cose colpirono la mia curiosità: “Autogestione”, “Occupazione”, “Ordine del Giorno” e per un po’ ebbi la sgradevole sensazione che fossero tornati gli anni delle liste e degli interrogatori. Niente di tutto questo: iniziarono ad arrivare i disegni, e le rivendicazioni ed il nonsense ed il dada e mi sentii partecipe di un movimento di pensiero travolgente. Tra una lezione e l’altra arrivavano frasi forti. Una mi colpì particolarmente: ‘Future Is Unwritten’. Nel mio mondo in effetti era sempre stato così: il passato era scritto, il futuro no. Rimasi a pensare parecchio. Le scritte autogestite tornarono periodicamente, sempre nello stesso periodo dell’anno, con diverse intensità. Alle volte più feroci, alle volte più blande. Ogni tanto veniva identificato il nome del nemico, il Ministro, con diversi epiteti a seguire.

 

Ci fu un breve periodo di transizione in cui nessuno scrisse niente, poi finii nella sistemazione attuale. Se prima le scritte riguardavano argomenti diversi, ora invece erano tutte più o meno concentrate sulla matematica. Imparavo cose rigorose, formali, precise. Potevo riconoscere un certo tipo di grafie diverse -di solito più sicure- la mattina, e molte altre -più incerte ma vivaci- nel pomeriggio. La mattina scrivevano di formalismi e casi generali e di pomeriggio tante, tantissime applicazioni e soluzioni di problemi. Mi mancava un po’ la storia, con il suo fascino, ma soprattutto verso la fine la storia diventava vaga e sicuramente perdevo qualcosa: sospettavo ci fosse qualcosa tra l’elenco di date che di solito veniva scritto con qualche evento accanto. In matematica, invece, tutto era rigoroso e scritto e potevo tener traccia del discorso.

 

Sono passati così gli ultimi venti anni. Nel frattempo ho ospitato scritte di una certa Pantera e di una certa Onda ed alle lezioni di matematica se ne sono affiancate altre di sue applicazioni: una delle discipline mi ha dato strumenti per organizzare il mio pensiero in programmi, le informazioni in alberi e strutture; l’altra mi ha dato finalmente una percezione di quello che dovrebbe essere il mondo intorno a me. Ho sempre saputo di non essere solo una superficie, anche se la superficie è ciò che mi caratterizza, ma adesso ho anche percezione di ciò che mi compone, delle frequenze a cui risuonano i miei componenti e delle onde che si rifrangono sulla mia superficie. Finalmente ho avuto un senso di completezza e di equilibrio mai avuto prima.

 

Nelle ultime due settimane le scritte degli occupanti sono diventate più intense. Turni di volantinaggio, conferenze stampa, poi turni di portineria, proposte e mozioni. Poi ieri sera le scritte si sono interrotte bruscamente a metà di una programmazione di attività.

 

Stamani un’altra grafia, più grezza, ha scritto ‘pulite tutto il sangue prima dei giornalisti’.

 

Spero che tornino presto i ragazzi.